Contro il videoclip. Il lavoro di Silvia Camporesi

di Irene Biolchini

Uscirà questo mese il catalogo di ViDea<3, Rassegna di videoart al femminile, risultato di una ricerca svolta dagli studenti delle cattedre di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università di Siena e Ferrara. Silvia Camporesi - una delle artiste di maggiore esperienza insieme a Marcella Vanzo – ha partecipato alla rassegna con il video Dance, dance, dance, prodotto dal MAR di Ravenna. Nel video le ragioni per cui la protagonista si tuffa in acqua, vestita, restano ignote, così come non è possibile comprendere il senso ultimo del suo vagare. Il simbolo resta muto, siamo immersi nella più completa afasia. Il mutismo del contenuto è amplificato dalla forma: l’unico contesto nel quale siamo immersi è l’acqua. La protagonista, come un animale acquatico, non emette suoni. L’unico elemento che interrompe questa forzata quiete è il respiro, o meglio il rumore prodotto dall’uscita di ossigeno che si ripete a intervalli regolari ed è in questa lenta serialità del suono che la leggerezza suggerita nel titolo – Dance, dance, dance – viene tradita e negata.

Il 13 marzo l’artista ha inaugurato una mostra personale dal titolo Eravamo persone come alberi, a cura di Luca Panaro presso la galleria Betta Frigieri Arte Contemporanea di Modena. Come scrive Luca Panaro nel catalogo della recente mostra modenese: “Il misticismo laico che spesso caratterizza la ricerca dell’artista è quanto mai evidente in questa serie ispirata ai Quaderni (1941-42) di Simone Weil. […] La posizione etica fondamentale di Weil è quella di mettersi sempre dalla parte degli oppressi. Silvia Camporesi prende spunto da questa esperienza per indagare cinque figure di donne costantemente in bilico fra il normale e l’anormale, autoritraendosi nei loro panni”. Eravamo persone come alberi è il naturale punto di approdo della ricerca che Silvia Camporesi ha condotto in questi anni: una riflessione costante sull’identità femminile e sulla sua rappresentazione. In questa breve intervista si parte dal video Dance, dance, dance per parlare, poi, delle scelte linguistiche e poetiche dell’artista.

La tua scelta di lavorare con il video è nata da un desiderio di completa ripresa della realtà? Che ruolo gioca la possibilità di stravolgere la realtà mediante un’inquadratura, mantenendo la costante iperrealista del mezzo?

Parto sempre dalla nuda realtà per offrire una visione diversa, laterale, possibilmente inedita. La croce della piscina del video Dance, dance, dance è una semplice fila di mattonelle che i nuotatori interpretano come segnalazione del bordo vasca, ma nel video viene vista come una croce sacra. Il video, come la fotografia, offre la possibilità di lavorare sulla traccia del reale, ma quel che mi interessa veramente è andare oltre il reale proponendone un’interpretazione diversa dei segni.

Nel video Nomen ineffabile l’unico suono che accompagna lo spettatore è il bussare dell’individuo dietro alla porta, in Dance, dance, dance invece è il respiro: quanto è importante per te una linea audio asciutta ed essenziale? Pensi che in questo modo lo spettatore possa concentrarsi meglio sulle immagini o più semplicemente il silenzio della musica era utile a caricare due suoni già estremamente connotati in una dimensione inquietante?

Mi sono sempre interrogata molto sulla forma dei suoni che devono accompagnare un progetto video. La musica rischia sempre di trasformare il video in un videoclip e questo andrebbe nella direzione opposta alle mie intenzioni. Per converso il suono è potente perché, se ben distribuito nell’ambiente, ricostruisce perfettamente una dimensione spaziale ed emotiva (penso al film Blu di Derek Jarman, uno schermo tutto blu sul quale scorre l’audio). Nomen ineffabile è un’installazione all’interno di un bosco: una minuscola casa che contiene una misteriosa presenza evocata solo dalla voce e dai colpi sulla porta . In Dance dance dance si vede una donna che esce dallo spazio fisico e mentale della piscina. Nel mio nuovo video Secondo vento [in mostra presso la Galleria Betta Frigieri Arte Contemporanea, ndr] accade ancora una volta la stessa cosa, una figura femminile che esce da una cella, attraverso la forza del pensiero. In questo ultimo caso ho realizzato un esperimento musicale: una sorta di musica sacra cantata in una lingua non esistente. Il motivo di questa scelta sta nel fatto che, a differenza dei casi precedentemente citati, il sonoro è importante quanto la parte video, la musica, creata appositamente, è parte integrante dell’opera.

Sul tuo sito è possibile entrare nel tuo blog. In questo luogo affianchi con maggiore libertà la parola all’immagine, in questo modo le tue riflessioni sono compagne fedeli della passeggiata nel sito. Quanto è importante per te poter comunicare con lo spettatore? Vorresti che le tue parole avvenissero in un secondo momento o il tuo intento è proprio quello di guidarne la visione, la lettura e in qualche modo la visita?

Parole e immagini sono sempre andate di pari passi nel mio lavoro, non c’è progetto che non sia meditato da una serie di considerazioni. Alcuni di questi testi entrano nel blog. È una rete di pensieri che circonda tutta la mia produzione. Nelle mostre il lavoro intellettivo rimane sotterraneo, se ne vede solo una minima parte, ma credo sia giusto. La comprensione dell’opera nasce dalla volontà dello spettatore, dal suo voler instaurare un dialogo con ciò che vede, quindi ritengo sia inutile e rischiosamente didascalico appesantire una mostra con troppi testi.

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