La pittura desolata

di Niccolò Serri

Francis Bacon non è un pittore piacevole. I suoi dipinti non si lasciano osservare tranquillamente. Le sue figure umane si distinguono a malapena dai quarti di buoi squartati e macellati che spesso fanno da contrappunto sullo sfondo. Le forme che campeggiano in primo piano nei suoi quadri difficilmente potrebbero essere chiamate umane. Sono organismi in via di dissoluzione, grumi mostruosi di malessere in stato di agonia e tuttavia, non si sa come, cocciutamente vivi.

A dispetto delle lodi tributategli, Bacon non si è mai ben inserito all’interno dei paradigmi dominanti della storia dell’arte. La sua tendenza alla deformazione della figura umana ha rappresentato un elemento irriducibile alla grande narrazione modernista dello sviluppo dell’arte astratta, a partire dal secondo dopoguerra. Questo problematico rapporto dell’artista con più ampie strutture storiche ha portato la critica a considerarlo un genio isolato; un caso speciale, al di fuori dei percorsi stilistici del tempo, enfatizzato ancor più dalla costante reiterazione di un’identità bohémien, associata alla sua illecita omosessualità.

Nato nel 1909 a Dublino ed emigrato presto a Londra, l’artista irlandese era guidato dalla consapevolezza della crisi in cui la pittura era stata precipitata dall’avvento della fotografia come forma ultima di rappresentazione del mondo sensibile. Rifiutando lo sviluppo astratto dell’arte e assumendo Velàzquez come proprio canone comparativo, Bacon manifestò la propria ambizione a una pittura che comunicasse gli stati e le apprensioni del soggetto in maniera più profonda rispetto ad una realtà meramente visuale.

Così si esprimeva nel 1962 : “ One wants a thing to be as factual as possible and at the same time as deeply suggestive or deeply unlocking of areas of sensation other than simple illustration”

Bacon riteneva che le qualità intrinseche alla pittura potessero essere funzionali non tanto all’aspetto narrativo dei soggetti rappresentati, quanto piuttosto alle sensazioni che essi potevano suscitare. Ciò che si prefiggeva con la sua arte figurativa era “colpire il sistema nervoso” suscitando nell’individuo una reazione istintiva, quasi atavica. Il rimando alla tradizione del tardo Tiziano, di Velazquez e di Rembrandt era riconducibile al tentativo di coniugare insieme “ pittura e Immagine”. Un legame nel quale il medium non viene semplicemente impiegato per descrivere ma inerisce profondamente al soggetto rappresentato, molto spesso in maniera violenta e pregnante.

In questo senso l’approccio di Bacon alla pittura può essere meglio illuminato dai metodi e dalle strutture della poesia più che dal contesto artistico con il quale si confrontava. Non solo l’apprezzamento della poesia da parte dell’artista è ben documentato, ma egli stesso riconosceva di attingere all’immaginario letterario di Eschilo, W.B. Yeats, Federico Garcia Lorca e , in particolare, T.S. Eliot. La poesia offriva, infatti, un modello concettuale piuttosto congeniale alla sua estetica, nella misura in cui la funzione del poeta concerne quel legame fra astrazione e rappresentazione sul quale anche Bacon insisteva. La condensazione linguistica in The Waste Land riassume perfettamente la capacità poetica di Eliot di rivolgersi alla sensibilità del lettore, suscitando una sua reazione che precede un intendimento conscio e coerente, e cattura il senso ultimo di quella che Bacon ha descritto come “ The intensity of…sofisticated simplicity”

Nonostante la posizione quasi genitoriale che la figura di T.S Eliot assunse nei confronti di Bacon esiste una irriducibile dicotomia fra la visione cristiana del poeta e l’ostinato ateismo che pervade le posizioni filosofiche e le opere del pittore. Il mondo senza Dio dell’artista irlandese è quello della completa accidentalità dell’essere umano, dove egli assume coscienza della futilità della propria esistenza. Le sue posizioni non erano biecamente nichiliste, la negazione di un senso trascendente e teleologico non implica il rifiuto di una visione vivificante della vita umana, vissuta nel suo dispiegarsi. Affermava nel 1975: “You can be optimist and totally without hope […] I think of life as meaningless; but we give it meaning during our existence”.

Questa natura che a stento si può definire ottimista non era tuttavia in Bacon estranea ad un’acuta e costante percezione della morte e della caducità. In un mondo in cui gli uomini non sono differenti in alcun modo dagli animali, essi sono anche sottoposti agli stessi innati e bestiali istinti. Effimeri e solitari, sono vittime e perpetratori di atti violenti e privi di senso. In questo contesto teoretico, dove all’estrema vulnerabilità della creatura si mescola il potenziale di crudeltà di cui sembra allo stesso tempo portatrice, vengono maturando figure e brutali sovrapposizioni animalesche. Immagini di bestie abiette e patetiche si mescolano ad un’ossessione per personaggi violenti e ieratici, come Adolf Hitler o Joseph Goebbels, cui è sembrato rifarsi in numerosi dipinti: un sublime al negativo che è arrivato a interessare la stessa concezione della sessualità di Bacon, ansiosamente protesa verso il masochismo. Uomini, animali e oggetti, prosciugati di ogni contenuto spirituale, sono ridotti alla loro pura dimensione fisica, semplicemente “traccia” e “memoria pittorica” del loro essere reale.

Esiste una drammatica discrasia fra le più profonde tematiche baconiane e i soggetti apparentemente materia della sua arte. Le semplici descrizioni dei suoi titoli possono essere estremamente banali: A figure on a folding bed, A figure in an interior, Head VI , e tuttavia è proprio in questa banalità estrema che egli indaga l’inquietante tema della mortalità, l’assoluta disperazione di una vita in un mondo senza dio e senza significato predeterminato. Queste sono le grandi tematiche di un ottimista privo di speranza, teso, nella sua semplicità e profondità, ad una restaurazione del campo esperienziale. Le mostre dedicate a Londra e a Roma per festeggiarne il centenario della nascita hanno voluto sottolineare come egli sia stato uno dei più grandi indagatori della forma umana, consacrandolo, dalla prospettiva di un nuovo secolo, come uno dei più grandi artisti di quello passato.

3 commenti

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3 risposte a “La pittura desolata

  1. niente da dire, molto bello (l’articolo). bravo nic!

    claudia

  2. Buon articolo, ma sarebbe interessante conoscere il giudizio dell’autore sull’opera di Bacon

  3. sandra colamedici

    Ho visto la mostra di Roma. Amo molto Caravaggio e l’accostamento a Bacon, che conoscevo pochissimo, mi ha molto incuriosito, per cui sono andata con maggior interesse. All’inizio sono rimasta spiazzata da tanto ‘orrore’ ma poi ho capito che proprio quello era ‘il filo rosso’ che li univa, a distanza di circa quattro secoli. E ha reso piacevole la mostra. Ora l’articolo pone un’altro tassello nel mosaico della mia conoscenza di Bacon. Grazie

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