Piccola escursione nel cantautorato indie – Episodio 2: Dente

di Bruno Pepe Russo

Rockit ha con eleganza definito Giuseppe Peveri (a.k.a. Dente) un “Battisti dopo sbronza” e la definizione ha avuto anche un discreto seguito critico. E’ indiscutibile che persista nei testi del cantautore fidenzano (da qui, l’inconfondibile rotacismo) una cifra popolare, riscontrabile a più livelli: nell’insistita tematica amorosa, prima di tutto, ma anche nelle scelte lessicali, sempre tratte da un registro da conversazione privata.

Una disamina poetica ed estetica del canzoniere di Dente può partire dal rilievo dell’utilizzo, indiscutibilmente centrale, della tematica del sentimento: una scelta tutt’altro che scontata, e che si rivela essere certamente una novità nel panorama cantautoriale italiano degli ultimi tempi. Rispetto ad una tendenziale prevalenza delle marche emozionali e attimali dello spazio tematico amoroso, Dente invece fa sua una retorica del sentimento, che insiste sulla continuità del rapporto amoroso più che sulle sue manifestazioni patemiche, sulla durata più che sull’istante. Il sostrato che regge la messa in scena dei diversi discorsi testuali si gioca dunque sull’affermazione di un legame affettivo profondo, radicato nell’io lirico, che permea quasi sempre il gesto artistico anche nella sua componente musicale.


Il tono sommesso, la dizione cantilenante, l’atteggiarsi disincantato pare legato a questa sorta di resa dell’io al mondo, dettata dal rapporto amoroso. L’affermazione dell’io sulla realtà è così quasi sempre depotenziata da questa sconfitta iniziale, il legame affettivo soggiacente sovradetermina lo sguardo, orienta le strutture della personalità dell’io e di conseguenza tutte le zone di senso del testo.

Anche l’elemento più evidente dei testi di Peveri, l’ironia, pare legato a questa dinamica. La realtà può essere tutta straniata attraverso il tono ironico, perché tutta fa riferimento ad un’esperienza comune, vissuta con il lei/tu.

La vicenda di Quel Mazzolino è paradigmatica: un pomeriggio di discussione con l’appuntato Mazzolino e la nottata all’addiaccio vengono tradotti nel testo con ironia: il totale depotenziamento del significato disforico di quell’esperienza è legittimo perché mosso dalla prospettiva (che emerge, in climax, nel finale della canzone) della nottata trascorsa insieme (“come se fossi in paradiso”). “Quanto costano i tuoi desideri”, la frase che fra asserzione e quesito funge da ritornello nel testo esplicita proprio questo: una dinamica che tende a dividere lo spazio (di contrattazione, di esistenza vissuta, di sentimento) con la donna, e tutto il resto delle cose, fra cui il costo dei desideri, che assume uno spazio marginale, mera occasione per esperire la relazione con la donna.

Quindi, l’appuntato Mazzolino è fuori dal gioco, l’idiozia del suo comportamento merita appena il gesto dello scherzo, la sua paradossalità è funzionale esclusivamente ad accrescere l’intesa amorosa, a divedere ancora più l’io e il tu dal resto del mondo.

Nel primo singolo estratto da L’amore non è bello (2009) Vieni a vivere la melodia insiste sulle marche della dolcezza, l’utilizzo di un andamento quasi da ninnananna (“il disco sul giradisco”), lo xilofono contribuiscono ancora a costruire questa isotopia della separatezza, che emerge in maniera netta anche nel contenuto tematico, che ruota attorno alla convivenza.

Le strofe della canzone presentano dei topoi della relazione di convivenza e dei legami affettivi stabili: la spesa, il posizionamento scientifico del letto, il cibo in scatola, la reiterazione di momenti intimi in giro per la casa, l’alcool, il tema dell’autonomia dai genitori. L’ironia pone degli issues palesemente ingenui, presenta delle dinamiche che l’io 33enne ha certamente superato, ma che possono trovare spazio nel testo in virtù della loro subordinazione ad una visione “affettiva” della realtà.

La relazione amorosa in Dente ha tutte le marche del regresso all’infanzia. Dare nomi strani ai propri bambini (cfr Totti&TV) avrebbe una connotazione valoriale negativa ma è redento dall’intesa relazionale, che lo legittima, come cosa ironica, divertente, fuori dall’unico spazio che pesi nell’universo emotivo e morale del testo,  il rapporto con il tu/lei.

I testi migliori del disco sono quelli in cui emerge interamente questo quadro “ideologico”, questa gerarchia di significati nello sguardo, che è comunque presente sempre nel tono, ironico, anche quando non si manifesti tematicamente.

Il largo successo di Dente è certamente connesso alla visione scarsamente tragica del reale che attestano le sue canzoni: l’elemento del regresso amoroso infantile ci pare essere colto solo in parte dal pubblico. Prevale maggiormente la stima per il disincanto, l’accordo allo sguardo distante, che si arroga il diritto continuo ad un I don’t care, il recupero di una cifra citazionistica, autoreferenziale (“non le sembra un contro senso scrivere un verbale, questa non la capiranno mai”).

E’ interessante che l’accordo a questa sensibilità emerga così fortemente nel campo indie, che trovi spazio in un segmento di pubblico avvezzo alla strumentalità, ad uno spaccato del mondo artistico poco connotato sotto il profilo poetico, spesso combinatorio nella costruzione del senso, che spesso fuoriesce solo patemicamente da una significazione “sintattica”, che si esprima per modulazioni del linguaggio musicale senza ingenti sbocchi di senso verso il discorso, le parole, l’ideologia.

In questo senso i margini per una fedeltà e un’adesione ad una considerazione leggera della realtà preesistono nel tessuto sociologico del pubblico indie-rock.

Per altri giri su questi lidi:

http://www.amodente.it/

6 commenti

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6 risposte a “Piccola escursione nel cantautorato indie – Episodio 2: Dente

  1. sil

    “[…], che si esprima per modulazioni del linguaggio musicale senza ingenti sbocchi di senso verso il discorso, le parole, l’ideologia.”

    Non sono poi così d’accordo su questo. L’analisi “semiotica” di Dente è interessante, ma non pensi che “la visione scarsamente tragica del reale;” e il fatto che “Prevale maggiormente la stima per il disincanto, l’accordo allo sguardo distante, che si arroga il diritto continuo ad un I don’t care, il recupero di una cifra citazionistica, autoreferenziale” siano tutto sommato una cifra connotativa di quel gran calderone chiamato indie?
    Alla fine, a mio parere, l’ironia, auto e non, e tutto quel che vi è correlato, è una delle armi più forti a disposizione di tale genere (sempre che esista. e lo dico da più o meno appassionata!)

    • Marco Mongelli

      L’analisi è molto acuta e mette in rilievo caratteristiche senz’altro centrali nella produzione di Dente. Tuttavia sono d’accordo con Silvia nel non credere che molte delle cifre tematiche e stilistiche siano esclusive di Dente o in qualche modo rappresentino un distacco dalla tradizione cantautorale o psudo tale dell’indie italiano degli ultimi dieci-quindici anni. A questo proposito:

      […] della tematica del sentimento: una scelta tutt’altro che scontata, e che si rivela essere certamente una novità nel panorama cantautoriale italiano degli ultimi tempi. […]

      Questa affermazione è vera solo se la si pone in relazione a un “cantautore” come Brondi. Viceversa la tematica del sentimento, in tutte le sue declinazioni, è centralissima nella produzione cantautorale italiana degli ultimi dieci anni (e anche meno). Basti pensare ai Perturbazione, ai Valentina Dorme, ai Non voglio che Clara, a Paolo Benvegnù e a tanti altri. La ragione per cui Dente è emerso con prepotenza al di fuori della regione di fruizione media dell’indie e ha così raggiunto un pubblico più ampio (come quello di Piazza San Giovanni, ad esempio) non credo abbia a che vedere con le caratteristiche che tu, molto puntualmente, metti in luce, ma con motivazioni più legate alla sfera commerciale e alla relativa facilità di ascolto di molte sue melodie.

  2. Bruno Pepe Russo

    sono d’accordo con silvia, anzi, quella è una delle tesi (il tutto verrà riproposto a fine terzo episodio): dente piace perchè si condivide largamente quello sguardo sul mondo. solo che prima era espresso per sottrazione del tema, che non si attualizza proprio nel tessuto di una musica per larghe frange strumentale (o spesso pure si palesa, ma in parte, di sbieco, non con questa frontalità (le scelte sono sempre rappresentative, c’è sempre un oggetto non preso in esame, ovviamente)). Inoltre la questione del misundersting che io metto in luce indica che il pubblico accede ed apprezza il disincanto senza, probabilmente, percepire l’organicità di quella visione alla questione sentimentale (che forse quello stesso pubblico rifiuterebbe, in termini di gusto, se la cogliesse come nodo ordinante dello sguardo). È questo ceh volevo dire, non che la visione scarsamente tragica del reale fosse assente nel pubblico indie. Dico infatti proprio il contrario.
    Marco è d’accordo con silvia ma dice cose diverse. una cosa è dire che si condivide quella percezione della realtà, un’altra, completamente diversa, è dire che persistano tematiche analoghe. I due commenti non collimano affatto.
    Inoltre io non ho mai detto che dente emerge perché fa emergere un’idiologia del sentimento (insisto sulla contrapposizione rispetto all’attimalità), anzi, dico proprio che la gente manco se ne accorge. Ti invito quindi a rileggere la seconda parte dell’articolo, perché mi pare tu colga inferenze non presenti nel testo. L’episodio 1 ci dice perchè si crea lo spazio, e questa è la ragione dell’emersione in questo momento dei cantautori indie a livelli maggiori di notorietà. Che il tessuto umorale di Dente lo preesista è quello che io dico in fondo all’articolo.
    Non condivido, inoltre, l’argomento del niente di nuovo sotto il sole: stiamo ragionando sull’emersione di certi fenomeni al centro del campo e li stiamo definendo esteticamente, non stiamo costruendo l’eziologia di quelle tematiche.

  3. Marco Mongelli

    Bruno, tu dici chiaramente che la scelta della tematica del sentimento è una novità nel panorama indie-cantautorale italiano, e questa è un’affermazione chiaramente non vera. Il fatto che emergano ora certi fenomeni non vuol dire che non esistessero e non si può non considerarli. Inoltre molte delle caratteristiche che tu individui in Dente sono stra-comuni con decine di altre esperienze musicali. E’ impossibile ragionare del panorama considerando due autori e tralasciandone altri dieci. Inoltre è insensato parlare di Dente tout-court considerando due canzoni soltanto e senza fare nessuna considerazione sull’album in cui sono inserite e senza metterle in relazione alla precedente produzione, molto diversa dalla attuale. In sostanza credo che quest’articolo sia un bell’esercizio che si basa su fondamenta di argilla, e infatti il quadro che ne emerge è del tutto falsato. Inoltre io dico le stesse cose di Silvia nella misura in cui non riconosco a Dente alcuna peculiarità significativa di visione del mondo, e aggiungo che questa presunta peculiarità non è, tantomeno, tematica.

  4. Bruno Pepe Russo

    Fraintendi il contenuto epistemologico dell’articolo, evidentemente, e fai una critica con procedura scorretta. Tracciare fenomeni è legittimissimo partendo da autori che liberamente si possono identificare come cardine, e dentro il loro canone farlo partendo da due canzoni è legittimo finchè non intervenga qualcuno che, con piglio critico, dimostri che altre canzoni contraddicono quell’analisi (e l’estetica risultante da questo corpus differentemente scelto deve avere anche un suo peso in termini di occorrenze, essere essa egemone o per lo meno equipollente se intendi occupartene…buon lavoro). Sono giusto piccoli principi di procedura critica che sarebbe anche inutile ripetere…ma, chiaramente, nessun libro di Montale parla di tutte le poesie di Montale e questo vale per ogni trattazione critica (la campitura dei gusti e degli autori a partire da un singolo brano/testo/frammento è addirittura un must nella storia della critica). Se leggi i rilievi di Eco sul canzoniere di Guccini troverai facilmente come tanta parte del corpus fuoriesca da quell’analisi: questo non vuol dire che essa non rispecchi un’estetica dominante nella produzione di G. Insomma, non si può essere malati di scetticismo se si ha a che fare con la critica: meglio rivolgersi ad altri lidi. Ma andando più per ordine: 1) E’ indiscutibilmente vero che l’amore come sentimento, come durata sia una novità (in termini di egemonia, non in termini di presenza, come posizionamento nel campo, non come mera occorrenza di un tema) rispetto a quella, più ricorrente, dell’amore come attimalità, come concentrazione di senso emotivo in una serie di istanti dell’io. 2) io faccio una mappatura di un istante-zero, come una fotografia. questo è il senso che lega i tre episodi. colgo un insieme di gusti, di occorrenze tematiche, di tendenze. come tutte le tendenze esse sono radicate nell’immaginario, e io questo lo sostengo apertamente in tutto l’articolo, mentre tu me lo rilevi come fosse antitetico. l’unica volta che ho usato la parola nuovo, sulla quale pende tutta la tua critica, è per definire il concetto ordinante di sentimento, che in quei termini (di importanza nella costruzione dello sguardo e delle dinamiche dell’io) confermo essere una novità (se la tua contestazione è solo su questo, ben venga: ma devi coglierne la posizione, una cosa è fare obiezione ad un’aggravante e una cosa è contestare il teorema dell’accusa). la sua importanza inoltre non è sociologica (lo ritengo trascurabile per definire il successo e le dinamiche di fruizione di dente, come ho detto nel commento precedente) ma solo estetica.
    come ti ho già detto, la lettura di un articolo impone la comprensione di ciò che è premessa e ciò che è deduzione. in questo continui a criticare un’ossatura argomentativa totalmente assente nel testo, per cui ti riinvito a leggerlo.

  5. Gabriele

    Senza entrare nel merito dell’articolo sottolineo solo che l’abitante di Fidenza è un fidentino non fidenzano :-)

    G.

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