Piccola escursione nel cantautorato indie – Episodio 1: fra filiere produttive.

di Bruno Pepe Russo

Che Vasco Brondi (promotore del one-man-project Le luci della centrale elettrica) e Giuseppe Peveri (in arte Dente) rappresentino in questo momento due fra i prodotti più significativi del panorama cantautoriale italiano è fatto abbastanza condiviso nello spazio critico della musica indipendente.
Utilizzeremo questi due songwriter per una campitura prima delle dinamiche produttive interne al circuito dell’indie rock italiano, in particolare per lo spazio che in esso va assumendo il cantautorato, successivamente dei gusti e delle estetiche che va manifestando.

Canzoni da spiaggia deturpata (La tempesta 2008) e L’amore non è bello (Ghost 2009) vivono di una filiera produttiva e distributiva abbastanza simile. Emergono entrambi al termine di un percorso di maturazione autoriale interno a spazi alternativi rispetto a quello della distribuzione musicale ordinaria.
L’itinerario artistico di Brondi, prima dell’esordio, è quasi tutto telematico: l’indirizzo del suo blog comincia a circolare, si lega a personaggi come Babsi Jones. Grazie alla crescente fama dei suoi post e ai primi concerti conosce Giorgio Canali (ex chitarrista dei CSI) che sponsorizza il progetto de Le luci, e il primo disco può finalmente uscire.


Dente è invece il classico indie-rocker che ha fatto il salto, dai lunghi tour saturi di date in giro per la penisola e grazie al successo del myspace, riesce a firmare con una casa discografica di peso superiore, che gli assicura maggiore diffusione e visibilità. In alcune interviste ha raccontato che, scaduto il contratto con la Jestrai, la casa che ha prodotto i suoi dischi fino al 2007, e di profilo più classicamente indie, dopo alcuni showcase in compagnia di Aldo Nove, lo avvicinò un responsabile della EMI che gli propose di far evolvere il progetto. A tavolino individuarono Ghost, e ci fu un nuovo contratto, a condizioni decisamente diverse. La Jestrai non la prese bene.
Ghost e La Tempesta sono case discografiche molto rappresentative della mutazione quasi genetica del mercato indie-rock in Italia e in Europa: vicine molto più al profilo della Mescal e delle major vere e proprie, che ad autentici spazi di distribuzione autonomi. Obbediscono a leggi di mercato, operano con agenti che lavorano anche per le major (cfr Dente, per l’appunto), mandano il catalogo alla Feltrinelli, fanno booking per gli autori, hanno reparti stampa, scelgono e selezionano alcuni dischi fra quelli che producono e ci investono di più, con promozione e campagne mediatiche, in radio e sul web.
Ghost sta facendo questo passaggio proprio ora (produrrà il prossimo disco dei Calibro 35, che adesso stanno percorrendo lo stesso iter di crescita di Dente), La Tempesta produce già Uochi Tochi, Zu, Teatro degli Orrori, Moltheni, I Tre Allegri Ragazzi Morti. In sostanza quasi tutto l’indie rock italiano che riesca a fuoriuscire dall’indistinto calderone degli autoprodotti finisce, in un modo o nell’altro, dentro un numero ristrettissimo di case discografiche, che agiscono come delle major di genere, in maniera non dissimile da come lavori oggi un’etichetta di classica come Decca. Poi, se fanno il salto di qualità, quello definitivo, e riempiono i palasport, qualcuno dei pezzi grossi grossi gli offrirà un contratto (cfr I Milanesi ammazzano il sabato – Afterhours, Universal).
La nascita di strutture distributive più centralizzate, e di canali che indirizzino la produzione artistica della scena indie è tutt’altro che un fatto negativo però, e in buona parte ci consente oggi di scrivere quest’articolo. Proprio le possibilità di emersione del cantautorato sono quasi tutte legate allo sviluppo di canali di ascolto nazionali (e in questo, infatti, anche la diffusione dei myspace ha sortito un effetto rilevante): nei circuiti puri di indie-rock prevale per molte ragioni la musica strumentale, che necessita di ascolti meno attenti, ed è per forza di cose più adatta ad una prima fruizione da svolgersi in notturna e sotto alcolici (sono questi i momenti dell’indie, volente o nolente).
In sostanza si va creando uno spazio maggiore per l’autorialità, per processi di significazione meno legati a dinamiche di contesto, quasi etnoartistiche (che nello specifico sono: la dimensione di musica da occasione e la tendenza alla concrescenza dei gusti verso gli aspetti tecnici del momento artistico, da cui la preferenza accordata al live: tutti elementi che agiscono in direzione contraria ad una significazione di tipo discorsivo).
Gli ultimi cinque o sei anni rappresentano dunque su questo frangente una vera e propria rivoluzione, nella quale incide anche il lavoro di promozione che Giorgio Canali, Manuel Agnelli, Samuel Romano e, più in generale, il parnaso della musica “indipendente” (adesso, per necessità, virgolettato) hanno, finalmente, cominciato a condurre.
L’uscita di Il paese è reale (Casasonica 2009), compilation curata dagli Afterhours, fotografa una realtà di piccoli e medi nomi, vecchie glorie e nuove uscite, ma soprattutto ci parla di una generale ricerca di identità da parte di un movimento storicamente sfrangiato e incapace di autodeterminarsi, di parlare a se stesso, di entrare in connessione, porre gerarchie, far circolare le idee.
Questa ricerca di identità corrisponde al mutamento di mercato e di distribuzione che abbiamo provato a mettere in luce, ed i suoi risultati sono ugualmente significativi su tutta la gamma delle sensibilità, non solo su quella cantautoriale. La crisi, ad esempio, di un certo gusto per il collettivo di strumentisti è una delle più visibili conseguenze.
La partecipazione degli Afterhours a Sanremo assume in questo caso un valore simbolico: la collettività indie sale sul palco avversario e si fa sconfiggere, ma, finalmente legittimata e riconosciuta, si dichiara pronta a fare un salto di qualità, uscendo definitivamente da ogni sottoscala, allargando i suoi orizzonti, prendendosi spazio.
Nuove case discografiche, web 2.0, maturazione del pubblico: al di là di ogni ricerca eziologica la crescita di consapevolezza artistica è un dato acquisito ed è la premessa all’analisi, di tipo più marcatamente estetico, che condurremo nei prossimi episodi.

Per altri giri su questi lidi:
www.rockit.it (votate il trofeo-rockit, in gara i 50 migliori dischi italiani del decennio)
www.rockol.it (molto utile per calendari e tour)
www.ondarock.it

6 commenti

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6 risposte a “Piccola escursione nel cantautorato indie – Episodio 1: fra filiere produttive.

  1. Marco Mongelli

    Paralipomeno doveroso.

    http://www.ibs.it/code/9788879663632/zzz1k1456/su-la-testa-1994-2004.html

    Lo slittamento temporale di cinque anni non fa perdere il valore emblematico della riflessione di questo libro che, partendo da attestazioni differenti, sviluppa alcune questioni poste da questo articolo. Innanzitutto lo sdoganamento dalla dimensione “underground” anche con commistioni con l’industria nazional-popolare, una volta affermatasi più stabilmente e in maniera più consapevole la percezione che molti gruppi e il relativo bacino di ascoltatori acquistano di sé; strappando il cordone ombelicale che li lega al mondo anglosassone e cominciando a costruire una “italianità” testuale (madre, sembra, di quella che producono oggi Dente e Brondi) senza più compiacersi della marginalità né temendo infiltrazioni sminuenti.
    Al prossimo episodio.

  2. (i link non funzionano)(sul post poi boh, analisi che mi trova non pienamente d’accordo, però non capisco le conclusioni, mi verrebbe da dire “e quindi?”, poi non ho capito che c’entra babsi jones lanciata là nel mezzo)

  3. link riparati, grazie per la consulenza tecnica

  4. wane

    …analisi interessante…però mi viene da chiedermi..e quindi?
    Mi vengono in mente le etichette statunitensi tipo la subpop, internazionalmente conosciute, eppure producono indie (ed essendo di fama internazionale possono propriamente definirsi “indie”?…è in questa direzione che va l’italia? Non può essere negativo che chi è veramente meritevole di talento abbia la possibilità di esprimerlo con mezzi più adatti e professionali; ovviamente finchè si considera la qualità di un musicista.
    Comunque il mio discorso aggiunge solo un altro “e quindi?”

  5. Bruno Pepe Russo

    Lasciatemi esprimere una piccola (ma pulsante) gioia per il dibattito che si è creato (qui fra i banchi della biblioteca ci guardano malissimo perché continuiamo a battibeccarne :D). rispondo agli “e quindi”. E quindi, banalmente, ho provato a mettere in luce come quel cambiamento di dinamiche distributive ampliasse lo spazio per la musica autoriale, meno legata a dinamiche di genere e di contesto, sdoganando l’indie rock da alcuni suoi malesseri infantili(questo è un giudizio di valore, per cui, ovviamente, contestabile). E come questo potesse avere a che fare con una certa renaissance del cantautorato. A Wane dico che quindi il fenomeno a me pare più che positivo, se aiuta a liberarsi da autoreferenzialità o peggio dalla dipendenza da gusti e(s)terodiretti
    Su Babsi Jones rimando il ciocci all’articolo su Brondi (ti posso dire, spoilerando, che i due sono molto amici (mentre parecchi facevano l’università…è una frase di b.j., e la “signora” è pure citata in coda al libretto del disco) e che il blog di Brondi si legò in generale a una certa koinè letteraria telematica che certamente ha influito sull’estetica dei testi. Per cui era forte, e interessante, il legame fra la “formazione ideologica” dell’autore e lo spazio mediatico (e quindi distributivo) in cui si andava inserendo e diffondendo.)
    Saluti!!!!!

  6. Innanzi tutto faccio i miei complimenti all’autore perchè l’articolo è ben strutturato e organizzato. In ogni caso non posso non esprimere le mie perplessità sul basamento di tutta l’ottima ricerca che hai effettuato.
    La concezione di “indie” come musica circolante nello slipstream del mercato è ormai superata da anni. Le etichette di “genere”, come la storia ci insegna, hanno un carattere schematico di estrema relatività, di conseguenza il loro uso dovrebbe avere il solo scopo orientativo. In ogni caso nel 2010 intendiamo, con il termine indie-rock, quel vastissimo serbatoio di artisti (indipendenti e non) che adottano quell’atteggiamento che negli anni ottanta e novanta veniva definito, dalla critica e dai circoli underground, “Alternative”; ovvero tutta quella massa informe di musicisti che sceglieva un’impostazione anti-sistematica rispetto alla tradizione Pop e ricercava sperimentazioni e miscugli tra i generi per la distruzione della logica di questi ultimi.
    Attendo con ansia il seguito dell’articolo.
    Complimenti a tutti per il blog!

    Tommaso.

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