Stella cadente di Luis Miñarro

di Marcello Bonini

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 [Dal 21 al 26 novembre si svolge la trentaduesima edizione del Torino Film Festival. Questo è il primo articolo del nostro focus] 

Stella cadente (Estrella fugaz, 2014) di Luis Miñarro è un film storico. Racconta del Principe Amedeo di Savoia, eletto nel 1871 re di Spagna, ma che nonostante gli ottimi propositi progressisti, non poté fare nulla nei suoi soli due anni di regno, esautorato da qualunque potere come era.
Miñarro si è trovato a dover fare un film storico, un film in costume, con un budget limitatissimo. Ma è riuscito a fare di necessità virtù, girando un film sì storico, ma minimalista. La politica, la guerra, la Storia, sono appena accennate, avvengono lontane dal palazzo in cui Amedeo è come ingabbiato. La cinepresa è sempre su di lui, sulle persone che lo circondano, sui lussuosi e decadenti arredi del palazzo, e allo stesso modo indugiano sui particolari marginali anche le poche volte in cui davvero accade qualcosa. Lo scrutinio che porta Amedeo al soglio reale avviene mentre una moneta che rotea su un tavolo è l’unico fulcro d’attenzione, e il discorso di accettazione della carica, pronunciato dal re in parlamento, avviene invece solo sul suo volto. Parrebbe così un film intimista. Invece, man mano che il sogno di Amedeo di fare della Spagna un paese moderno e democratico affonda, la realtà diventa sempre più surreale, e il suo palazzo si trasforma in una prigione grottesca dove tutti si prendono gioco di lui in maniera anche crudele, mentre, messo in isolamento dal governo, a sua volta sempre di più si isola nel proprio mondo. E ciò è messo in scena anche con ironia antistorica, ed ecco infatti che lo vediamo ballare a ritmo di rock and roll, come già Sofia Coppola aveva fatto fare alla sua Maria Antonietta. Ma più che alla regista americana, Miñarro si avvicina al gallese Peter Greenaway, per il mondo in cui riesce ad infondere in un piccolo e chiuso universo un’atmosfera di statica ed ironica inquietudine, dove tutto accade mentre nulla accade, fuori scena o dentro i personaggi (I misteri del giardino di Compton House, 1982). Continua a leggere

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“I can see the moon and it seems so clear”. Una conversazione su Nick Drake a quarant’anni dalla morte.

di Antonio Coiro e Marco Mongelli

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Il 25 novembre del 1974, nella casa dei genitori a Tanworth-in-Arden, dove era tornato a vivere dopo l’esperienza a Londra, viene ritrovato morto Nick Drake. Causa della morte: un’eccessiva dose di antidepressivi. Aveva 26 anni e lasciava tre album, usciti tra il 1969 e il 1972, passati nel silenzio quasi assoluto di critica e pubblico.

AC: Quindi: Nick Drake moriva 40 anni fa. In questi giorni sto leggendo una delle tante biografie uscite negli ultimi anni, Darker Than the Deepest Sea: The Search for Nick Drake. Come tutte le cose scritte su di lui si concentra molto su quella che è una specie di evaporazione del personaggio Drake. Sembra sia impossibile parlare di Nick Drake senza posare, ad un certo punto del racconto, le armi del biografo per abbracciare il piano del mito. E lo dico senza nessuna critica: il libro di Trevor Dann è bello, completo e ricco di aneddoti. Viene, come sempre, in mente la Tracy Austin di David Foster Wallace e la promessa che ogni buona biografia dovrebbe mantenere: “lasciarci penetrare il mistero indefinibile di ciò che rende alcuni geniali, semidivini, di sentirli condividere con noi il segreto e quindi allo stesso tempo rivelarci la differenza tra noi e loro e cancellarla, un po’, quella differenza… di sentirci raccontare la (noi vogliamo, pretendiamo, la sola e unica, la narrazione originale, la chiave) Storia”.
A volte mi viene da pensare che per Nick Drake non esiste nessuna chiave, che tutto quello che aveva da dire il ragazzone introverso e misterioso (è il pattern perenne del suo personaggio) l’ha detto nei suoi pezzi. E’ una banalità, certo. Ma ogni volta che leggo qualcosa su di lui, cose pur bellissime, mi viene solo voglia di chiudere tutto e mettere uno dei suoi tre album; cosa che succederà anche alla fine di questa chiacchierata ovviamente! Solo lì sento che ogni mitologia cade di fronte allo spettro variegatissimo di toni emotivi che hanno le sue canzoni: la malinconia, certo, ma anche una specie di serenità olimpica che emanano canzoni come questa. Insomma, sfatiamo questo mito: il Nick Drake artista è stato tutto (tra le altre cose: un genio della chitarra) tranne che un cantante triste e lamentoso!

MM: Capisco quello che vuoi dire sul non riuscire ad aggiungere molto a un percorso esistenziale e poetico tanto breve quanto intenso. Ho visto recentemente A skin too few, e ho avuto la stessa impressione. Ci sono molte cose interessanti ma alla fine devi andare a riascoltarti tutto, e le canzoni di sottofondo durante le interviste a parenti e amici funzionano come un teaser.
Però offre molti stimoli: a partire dal titolo, una frase che dice la sorella a un certo punto. Una pelle troppo sottile, troppo poco spessa, per proteggere l’intimo da tutto quello che c’è fuori: buona esemplificazione della sua fragilità.
È bene certo sfatare il mito del genio incompreso e pessimista, però la cifra dominante della sua musica non può che essere definita “malinconica” secondo me. E però è una malinconia che proprio perché ha tutte quelle varietà emotive che dici è capace di non essere solo disforica ma di funzionare da potenziatore dei sentimenti.  È come se ascoltando Nick Drake, sentissi maggiormente una mia condizione, acquistassi profondità, cadessi in uno stato percettivo più intenso.
Il maledettismo poi, cede subito una volta constatato il suo background familiare e sociale: benestante e soprattutto amato da genitori e sorella.
Da un punto di vista strettamente musicale il suo stile blues-folk mi impressiona per come è allo stesso tempo pulitissimo e potente. Un’apparente semplicità che è invece è maestria nascosta, virtuosismo mascherato sulle corde della chitarra. E così si costruisce un discorso squisitamente lirico, di interrogazione dei fenomeni del mondo e della vita attraverso il filtro della propria soggettività. Continua a leggere

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Sul significato della rassicurazione. L’Aquila una settimana prima del terremoto.

di Valerio Valentini

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Quando i tre squilli della campanella arrivarono a segnalare l’allarme di evacuazione immediata, ci guardammo tutti in faccia, interdetti. Era l’ora di religione, e come al solito, insieme al nostro don Luigi, ci trovavamo impelagati in una discussione sui massimi sistemi: una delle poche attività scolastiche che meritavano di non essere interrotte. Fuori dalla finestra, la neve. Era il 13 febbraio, e a L’Aquila quella era una tipica mattina di strina: un vento secco e gelido che taglia la pelle e rende deserte le strade. Ma davvero dovevamo uscire? «Restiamo qui – sorrise don Luigi – finché non ci vengono a chiamare». «Del resto voi preti siete raccomandati, no? Siete immuni dalle catastrofi naturali» – scherzammo.

Si trattava solo di un’esercitazione, o c’era stata una scossa? Qualcuno diceva di averla avvertita. «Ma perché io non la sento mai? Gli sto antipatica, al terremoto?» – si lamentò una nostra compagna. Sentivamo il rumore dei banchi spostati nelle classi vicine, un vociare scomposto che si riversava nel corridoio. Dopo qualche minuto, il bidello venne ad avvertirci che sì, dovevamo davvero abbandonare l’edificio.

Chiudemmo gli zaini, prendemmo sciarpe e cappotti. Sulle scale ci ritrovammo accalcati, e in quattro o cinque cominciammo a urlare: «Quella che avete sentito non era la campanella, ma la tromba degli angeli dell’Apocalisse. Moriremo tutti: pentitevi, la fine è vicina!». Qualche professoressa ci rimproverò per il nostro cattivo gusto, una nostra compagna ci interruppe perché rischiavamo di portare sfiga. Ma perlopiù si rise.

Il punto di raccolta, piuttosto improvvisato, fu Piazza Palazzo, a pochi passi dalla nostra scuola. Senza capire bene se il terremoto ci fosse stato davvero oppure no, ci mettemmo a giocare a palle di neve, prendendo di mira anche qualche professore e le telecamere della troupe di una TV locale che chiedeva agli studenti le loro «prime impressioni». Dopo circa mezz’ora, venne annunciato il rientro in classe. Continua a leggere

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Bonsai #38 – Fernando Franco, La herida

di Camilla Panichi

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Ana ha ventotto anni, lavora come autista di ambulanze, fa uso giornaliero di cocaina e vive con la madre divorziata, con la quale condivide soltanto il compimento di funzioni e bisogni primari come il cibo. Per il resto, agli occhi di Ana, è una madre assente, che non vuole vedere e infatti non vede e quando vede finge di non aver visto. Ana aveva un fidanzato, Alex, di cui conosciamo solo gli effetti che l’abbandono le ha causato: un atteggiamento ossessivo-compulsivo che la porta ad avere lunghi monologhi con la messaggeria telefonica di lui, le cui frasi variano dal «perdóname, te quiero» al «tu es un cabrón». Ana è irritabile e aggressiva, ha sfoghi di rabbia ingiustificati, è ossessionata dall’opinione che gli altri hanno di lei, è vittima del suo stesso sabotaggio e della scarsa fiducia nei propri mezzi.

Autore di sei cortometraggi, il regista spagnolo Fernando Franco esordisce nel 2013 con il lungometraggio La herida, (La ferita), storia della vita di Ana (straordinariamente interpretata da Marian Álvarez) affetta da disturbo limite della personalità di cui è parzialmente consapevole («adesso riesco a controllarmi meglio» scrive all’uomo sconosciuto della chat). La trama è ridotta al minimo e non ha né un inizio né una fine: il film procede episodicamente, per micro o macro crisi, oscillando tra le polarità opposte a cui Ana è soggetta. Si apre con un attacco di panico della protagonista e si conclude con uno sfogo di pianto. Durante questi passaggi, i meccanismi primitivi di difesa sono del tutto annullati così come i rapporti interpersonali: ogni tentativo di contatto (con un ragazzo conosciuto in discoteca) o ricongiungimento (col padre, durante le seconde nozze) fallisce. Il personaggio di Ana ci viene presentato come pura superficie, completamente esposta all’alternanza di episodi di disforia, euforia, ansia e irritabilità. Tutto è a fior di pelle, così come le ferite che costantemente si procura con lamette e mozziconi di sigarette, per punirsi.

Ma i tagli e le bruciature che incidono e scavano il corpo di Ana non sono che la superficie di una ferita più profonda: la malattia che erode dall’interno chi ne è affetto, e che costringe Ana a una continua separazione cognitiva ed emotiva dalla realtà. L’intento di Franco è infatti quello di proporre un viaggio dentro una malattia complessa e spesso difficilmente identificabile, di esplorarne le estremità dall’interno, attraverso il personaggio che ci è ‘sbattuto in faccia’ e che siamo costretti a seguire con la stessa irruenza borderline che la caratterizza, con ossessività e compulsione, facendo continuamente esperienza del limite grazie alla scelta del regista di non abbandonare il volto dell’attrice neanche per un secondo. Rare sono le scene in cui la camera si stacca dal volto e dal corpo di Ana per argomentare l’ambiente. Quando questo accade, siamo immediatamente e senza respiro precipitati su di lei. La massima distanza di ripresa oscilla tra i cinquanta centimetri e il metro. Più la prossemica si riduce e più aumenta lo sguardo clinico su Ana. La profondità prospettica è completamente schiacciata dal primo piano, facendo piombare lo spettatore nell’universo emotivo della protagonista. Una scelta registica coraggiosa, portata avanti con costanza per novantacinque minuti di film, che non stanca e segna positivamente l’esordio di Franco.

[Il film, uscito nel 2013, ha avuto diversi riconoscimenti: Concha de Oro a la Mejor Actriz (Marian Álvarez) Festival Internacional de Cine de San Sebastián; Premio Especial del Jurado Festival Internacional de Cine de San Sebastián; e Violeta de Oro a la Mejor Actriz Festival du Cine Spagnol de Toulouse. È stato proiettato all’interno della tredicesima edizione del Festival del cinema spagnolo CineHorizontes che coinvolge alcune città della regione PACA: Aix-en-Provence, Aubagne, Avignon, Briançon, Château-Arnoux-Saint-Auban, Forcalquier, Grasse, La Ciotat, Vitrolles]

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«Segna, subisce il fallo, andrà in lunetta col tiro libero… Supplementare!» – Il basket secondo Flavio Tranquillo

di Marco Mongelli

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Sono convinto da tempo che Flavio Tranquillo sia il miglior telecronista sportivo italiano, tout court. In base a un’opinione personalissima, certamente, ma anche a una semplice equazione: per fare una telecronaca sportiva, cioè per commentare live un evento – e non, genericamente, per parlare o scrivere di sport – servono qualità specifiche che rientrano grosso modo in due campi distinti, quello della competenza e quello della performatività. Bisogna cioè essere in grado allo stesso tempo di seguire una serie di azioni, spiegando quello che sta avvenendo, e coinvolgere emotivamente lo spettatore. Qualità che raramente si trovano in così alto grado in un singolo telecronista come in Flavio Tranquillo da Milano, classe 1962, il quale unisce a un’altissima competenza specifica, sempre aggiornata, la capacità di far “vivere” la partita mantenendo alta l’attenzione e l’intensità.
Altro tiro altro giro altro regalo, uscito ieri per Baldini & Castoldi (ma già dal 31 ottobre disponibile in ebook) è il primo libro scritto interamente dal giornalista sul tema della pallacanestro. Non il primo in assoluto, perché il Nostro, da lungo tempo impegnato nel diffondere la legalità e la lotta alla mafia, ha pubblicato nel 2010 I dieci passi. Piccolo brevario sulla legalità, scritto col giudice Mario Conte. Nonostante l’intento del libro sia subito dichiarato dal sottotitolo, “di quando, come (e soprattutto perché) ho imparato ad amare il Gioco”, ci troviamo di fronte a un testo molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare da un personaggio dello sport. Non siamo infatti nei pressi né dell’autobiografia scritta da un terzo, né della biografia di terzi (utilizzata invece per raccontare Danilo Gallinari e Ettore Messina). Questo libro rappresenta piuttosto la summa del Tranquillo-pensiero, l’esemplificazione in prosa della sua visione dello sport e della vita. Altro tiro è inoltre un libro che parla essenzialmente di basket, e che per questo difficilmente potrà essere fruito indipendentemente da una minima conoscenza cestistica. Ma andiamo con ordine. Continua a leggere

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Le parole sono importanti. Riflessione sulle scelte di un famoso opinionista italiano

di Silvia Costantino

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Suzanne “Crazy Eyes” Warren

Quando sono a casa ho spesso sottomano “D” di repubblica, il settimanale delle donne democratiche ma sempre alla moda. E, considerandomi io una donna d’inclinazione democratica con vaghe ambizioni modaiole e soprattutto fotografiche, mi ritrovo spesso a sfogliarlo, guardando i servizi per criticarli con l’acume della wannabe photographer o semplicemente per invidiarli. Talvolta leggo anche i servizi.
Un tempo seguivo con fervore quasi idolatra la rubrica di Vittorio Zucconi, che prima si chiamava “Storie dall’altro mondo” ed era acuta e divertente (se non ricordo male), poi è diventata “Hotel America” ed era già un po’ più sciapa, infine, noto ora, ha direttamente perso il nome e si chiama solo “Vittorio Zucconi”.

L’ho notato perché l’articolo del numero di questa settimana si intitola La bimba è giusta, ma il papà ha il colore sbagliato, e il sottotitolo in azzurrino recita «[…] La banca dello sperma ha però fatto un errore. Rivelatore anche di pregiudizi».

La storia che Zucconi sceglie di raccontare questa settimana è la seguente: due donne, compagne da anni, decidono di avere un figlio tramite la fecondazione assistita. Una delle due, entrambe bianche, si sottopone alla procedura dopo la scelta accurata di un donatore, del tutto anonimo, la cui unica certezza doveva essere il colore della pelle. Le donne avevano scelto un donatore “caucasico”, insomma uno che rispecchiasse le loro caratteristiche genetiche. Insomma, come nel più stupido dei comedy movie, alla banca del seme si sbagliano e la bambina che nasce è mulatta, perché il seme apparteneva a un donatore nero. Continua a leggere

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Quanto ci vuole da Milano a Malmö? Una recensione a Io sto con la sposa

di Lorenzo Mecozzi

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Malmö è, “per numero di abitanti e per dimensione”, la terza città della Svezia, senza particolari attrattive turistiche se non, forse, l’aver dato i natali ad Anita Ekberg e Zlatan Ibrahimovic. Non una meta particolarmente ambita, insomma, e non una “capitale europea” verso la quale muoversi per un viaggio last-minute nel weekend. Non è neanche particolarmente facile da raggiungere, con l’aeroporto cittadino distante una trentina di kilometri dalla città e mal collegato con i maggiori centri europei. Eppure bastano poche centinaia di euro per arrivare a Stoccolma (da Pisa, Milano, Roma, persino dal piccolo Raffaello Sanzio di Ancona), e da lì prendere un treno o un autobus per proseguire fino a destinazione. Si tratta di un viaggio come tanti, come i milioni di spostamenti che avvengono ogni giorno all’interno dell’Europa di Schengen, o tra i paesi del primo mondo. Continua a leggere

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“What happens to the body during sex” – Su Masters of Sex di Michelle Ashford

di Chiara Impellizzeri e Marco Mongelli

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Masters of Sex ha da poco concluso la sua seconda stagione ed è stato rinnovato per una terza. Il “period drama” firmato Michelle Ashford e trasmesso da Showtime (il canale di Dexter e che ora ha in Homeland – al via domenica scorsa per la quarta stagione – il suo show di punta) era stato una delle novità più originali della scorsa stagione televisiva e quest’anno ha dimostrato una sostanziale continuità estetica e narrativa, confermando pregi e difetti e cercando ben poche soluzioni di rinnovamento. Masters of Sex è basato sulla storia vera del Dr. William Masters (Michael Sheen) e della sua assistente Virginia Johnson (Lizzy Caplan), quei pionieri che “insegnarono all’America come fare l’amore” attraverso una serie di rivoluzionari studi sul comportamento fisico dell’uomo e della donna durante i rapporti sessuali. La serie prende questa storia (portata alla luce da una biografia del 2009) e la inserisce nel suo contesto storico di appartenenza, ovvero il Midwest degli anni anni ‘50. St. Louis diviene dunque il luogo dove una serie di tabù sulla sessualità vengono infranti ma dove allo stesso tempo le relazioni inter-personali restano soggette alla propria epoca.

Il primo aspetto da rilevare riguardo Masters of Sex è che essa rappresenta la prima serie che esplicitamente cita Mad Men riprendendone modelli tecnici ed estetici. Questo fatto però, evidente sin dalle locandine di promozione dello show e poi dalle primissime immagini, ci dice più della serie di Weiner che di quella della Ashford, perché rappresenta per Mad Men una sorta di storicizzazione precoce (anzi “in vita” dato che la serie si concluderà solo il prossimo anno).

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Se il cinema scopre la ‘ndrangheta. Su Anime nere di Francesco Munzi.

di Valerio Valentini 

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La ‘ndrangheta sconosciuta al cinema

Nella cultura della maggioranza degli Italiani sono presenti, anche se in forme stereotipate, la Camorra e Cosa Nostra siciliana. Quasi tutti hanno almeno sentito nominare Francesco Schiavone Sandokan, o Raffaele Cutolo, Totò Riina o Bernardo Provenzano; quasi tutti, seppur vagamente, sarebbero in grado di collegare determinati luoghi (Scampia, Casal di Principe, Corleone) alle organizzazioni criminali che li hanno sciaguratamente resi famosi. Invece sono pochissimi gli Italiani che saprebbero dire chi siano Pasquale Condello o Paolo De Stefano, e per i quali toponimi come San Luca o Platì significhino qualcosa.

Se la ‘ndrangheta fa così fatica ad entrare nel patrimonio della conoscenza, o quantomeno dell’immaginario del nostro popolo – oltreché nel suo codice penale, nel quale la menzione specifica del reato di ‘ndrangheta è stata inserita non più tardi di quattro anni fa – lo si deve anche alla mancanza di qualsiasi forma di efficace narrazione cinematografica della criminalità calabrese. A dare un’idea di cosa siano la Camorra e la Mafia siciliana, o anche solo a suscitare qualche curiosità sul tema, soprattutto nei giovani, hanno concorso in maniera straordinaria, negli ultimi quindici anni, Gomorra e Fortapàsc, I cento passi e le tante fiction (non tutte meritevoli, lo so) su Falcone e Borsellino e su squadre antimafia più o meno improbabili. Della ‘ndrangheta, invece, cioè dell’organizzazione criminale più potente d’Europa, l’unica radicata in tutti i cinque continenti, cinema e TV hanno raccontato ben poco che riuscisse a coinvolgere una massa di persone più ampia di quella degli appassionati di storia criminale. Anime nere di Francesco Munzi è sicuramente il primo film (tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco) che può infrangere questa marginalità e invogliare ad approfondire la conoscenza di un aspetto così fondamentale della nostra società. Che quest’opera valga, da sola, a dare al discorso sulla ‘ndrangheta la gravità che merita, è sicuramente difficile da sostenere; ma è indubbio che segni un’inversione di tendenza, un coraggioso tentativo che magari ispirerà altri artisti. Continua a leggere

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Insieme SI vince – 7 motivi per cui sostenere Siena Capitale Europea della Cultura

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Siena, insieme ad altre cinque città italiane (Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna), è candidata a Capitale Europea della Cultura per il 2019. L’8 settembre è stato presentato il dossier definitivo per la candidatura; il 18 ottobre verrà scelta la città vincitrice. Il programma comprende 12 progetti a loro volta suddivisi in sotto-progetti chiamati ‘azioni’: ParaSite, Cultural Emergency Room, CopyWrong, che fanno riferimento a tre temi centrali per la candidatura:

Cultura, salute e felicità

Cultura e (in)giustizia sociale

Cultura e turismo intelligente

Come collettivo “404: file not found”, e come ex studenti dell’università di Siena, abbiamo presentato un nostro progetto: Common Critical Writing (CCW), che si inserisce nell’azione CopyWrong. CCW si propone come un laboratorio di scrittura critica collettiva nelle scuole del territorio. Il soggetto è la letteratura contemporanea italiana ed europea, cui vorremmo approcciarci non in quanto semplice disciplina di studio, ma come un insieme di pratiche e di valori comuni all’uomo e al cittadino, che possono essere trasmesse e vissute come patrimonio di tutti.
A partire dal nome, il nostro blog ha voluto rappresentare un luogo di innovazione e di apertura verso pratiche di scrittura critica e di approfondimento culturale che sapessero coniugare le competenze acquisite all’interno dell’accademia con quanto di meglio potessero offrire le nuove piattaforme di discussione online che sono nate negli ultimi quindici anni. Il desiderio di mettere in comune competenze altamente specializzate, di spendersi per una maggiore diffusione del dibattito critico intorno alla letteratura (come al cinema, all’arte, alla riflessione politica) ci ha spinto sin dall’inizio a riflettere sulle nuove pratiche di scrittura e di collaborazione intellettuale. Per questi motivi abbiamo organizzato i seminari che hanno portato alla pubblicazione dell’ebook collettivo #Costruirestorie. Nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione e alla scrittura di recensioni ed interventi collettivi intorno alle opere più significative della letteratura degli ultimi anni.

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