L’Italia Contromano

Domani, alla libreria La Zona – Interno 4 (Siena), 404: File Not Found incontrerà Silvia Dai Pra’ e Vanni Santoni. Si parlerà dei loro libri; della collana per cui sono usciti,  la Contromano di Laterza; si parlerà dell’Italia.
Dalle ore 18 in via Provenzano Salvani 8.

Lascia un commento

Archiviato sotto about us, Arte e Letteratura

C’è del marcio a La Maravillosa

di Primo De Vecchis

Claudia Piñeiro, scrittrice, drammaturga e sceneggiatrice argentina, dopo Le vedove del giovedì (Il saggiatore 2008) e Tua (Feltrinelli 2011) cala un altro asso con il romanzo Betibú (Feltrinelli 2012), tradotto da Pino Cacucci, che si presenta da subito come un’opera di genere, un poliziesco, o meglio un ‘giallo’, come si dice in Italia. Il romanzo inizia infatti con la morte inspiegabile (un suicidio? un omicidio?) del signor Pedro Chazarreta, impegnato in un’attività (poco ortodossa) di recupero crediti, che viene trovato sgozzato nella sua villa all’interno del Country Club La Maravillosa, un luogo esclusivo a nord di Buenos Aires, protetto da una ferrea vigilanza privata. Chazarreta era vedovo, essendo morta la moglie Gloria Echagüe tre anni prima in circostanze altrettanto misteriose, nella stessa villa sontuosa di loro proprietà. All’epoca il caso era rimasto irrisolto, ma il pubblico televisivo e i lettori affamati di cronaca nera avevano sospettato del marito (come accade in questi casi). A indagare su tale nuova morte misteriosa viene chiamata una scrittrice, Nurit Iscar, la “dama nera della letteratura argentina” (probabile alter ego della stessa Piñeiro), la quale deve scrivere una serie di articoli per conto del giornale «El Tribuno» (che le paga le onerose spese di alloggio all’interno del Paradiso inquietante del Country Club, tutto prati ben tosati, campi da golf, villette lustre come giocattoli e finti sorrisi). Nurit Iscar è stata soprannominata “Betibú” per la sua vaga somiglianza con il noto personaggio dei cartoon americani degli anni Trenta, Betty Boop: viso tondo, riccioli neri (sempre mossi dalla brezza) e occhi grandi e espressivi. Leggi l’articolo completo

Lascia un commento

Archiviato sotto Arte e Letteratura

“Fare circo è ricevere amore incondizionato”. Appunti sull’esperienza di Circomondo

di Silvia Costantino

Il sei, il sette e l’otto gennaio la Fortezza medicea di Siena ha accolto lunghissime file di persone da ospitare sotto il blu scuro di un tendone da circo, spettacolo inconsueto per la città del Palio: abbastanza da suscitare curiosità nei bambini e un discreto interesse negli adulti. Il circo a Siena, durante le feste, un ottimo modo per svagarsi (“bambine e bambini, grandi e piccini!”, come recitava lo spot pubblicitario), fare qualcosa di particolare. Un circo a ingresso libero, per giunta. Perfetto.

O' Festivàl

E tuttavia, diversi genitori, al termine dello spettacolo, si sono lamentati con l’organizzazione perché la messa in scena non era adatta a un pubblico infantile. In effetti non deve essere stato facile spiegare alla prole perché un bambino rannicchiato sul pavimento si facesse sommergere da sacchi della spazzatura lanciati da due trampolieri nerovestiti, i quali nel frattempo si urlavano a vicenda “Emilia Romagna!” “Campania!” “Veneto!” “Campania!”; ancora più difficile sarà stato far capire ai bambini che le palline da giocoliere lanciate con forza da un ragazzo con la pelle scura da mediorientale rappresentavano pallottole o spiegare le date che, in sottofondo, spiegavano gli anni salienti della storia della Palestina. Troppo attratti dalla parola “circo”, forse, questi benintenzionati genitori si saranno lasciati sfuggire l’aggettivo che la accostava: non di clown e grandi acrobati era composta la compagnia, ma da ragazzini che parlavano lingue diverse, avevano facce, colori e storie diverse. Leggi l’articolo completo

2 commenti

Archiviato sotto Reportage

STOP SOPA!

Anche 404 aderisce alla giornata di mobilitazione internazionale contro i disegni di legge SOPA e PIPA discussi dal Congresso e dal Senato degli Stati Uniti.
Lo facciamo con il ribbon “Stop Censorship” che vedete a lato, e rimandandovi ai seguenti link per alcune informazioni necessarie.

http://ilnichilista.wordpress.com/2012/01/17/perche-sciopero-contro-sopa-e-pipa-sopastrike/

http://sopastrike.com/strike

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_del_18_gennaio_2012

Lascia un commento

Archiviato sotto about us, Politica

Tradurre le immagini: La poesia, la retorica e l’oblìo. Alcune riflessioni su Gabbie per nuvole, quaderno di traduzioni di Roberto Deidier

di Olga Campofreda

Quando ho paura di morire prima
Ch’io scriva tutto quel che m’urge dentro,
Prima che pile di libri, in caratteri,
Come granai conservino il raccolto;
Quando osservo di notte fra le stelle
Addensarsi i segni di un’alta fiaba
E penso che non riuscirò a tracciare
Quelle ombre con la magia della sorte;
Quando sento, mia creatura di un’ ora,
che non potrò più fermarmi a guardarti,
Né godere della forza incantata
Di spensierato amore; sulla sponda
Del mondo resto solo e penso a quando
Nel nulla amore e fama annegheranno.

Siediti qui accanto. Ascolta. Che cosa vedi? C’è un uomo solo e la paura del tempo che passa veloce. Un uomo solo, il silenzio della sua paura, il battito minaccioso del tempo che passa. Quell’uomo sono io e tutti gli uomini. Sei tu.
Si tratta di un esperimento che ha la potenza di una rivelazione: prendi una poesia, non chiederti dove e quando, leggila senza sapere altro. La poesia parla sempre e soltanto di una cosa, che è l’Uomo, che sono gli uomini, che sei anche tu. E io.
Ma vedremmo ugualmente tutto questo se leggessimo questo testo di Keats alla luce di tutte le critiche e le analisi filologiche e retoriche che ne sono state fatte? Tutto ciò che sappiamo rischia di essere un ostacolo alla vista. La conoscenza, alle volte, è un vetro troppo scuro.
È questo il gioco paradossale della raccolta di traduzioni di Roberto Deidier, Gabbie per nuvole, uscita di recente nella collana di poesia di Empiria; un quaderno che raccoglie insieme versi di Keats, Auden, Stevenson, Haskel, Hardy e altri poeti senza che di questi si sappia altro eccetto il nome. Poesie che, tenute insieme, tessono la forma di un’autobiografia, la formazione di un poeta,  Deidier, che ha imparato a dialogare con i classici non solo in quanto maestri, ma compagni, soprattutto. Un quaderno di traduzioni in senso stretto e assolutamente universale, perché gioca con l’evocazione di immagini che appartengono al cuore archetipico del soggetto e che, trasmigrate da una lingua all’altra, non sono tacciabili di tradimento: in questa raccolta di poesie il peso maggiore è dato da un’assenza; è la poesia originale che manca ed è presente nella sola potenza dell’immagine, restituita da una lingua diversa, straniera-la nostra e quella di Deidier- ben consapevole di appartenere ad altro tempo ed altro luogo. Leggi l’articolo completo

Lascia un commento

Archiviato sotto Arte e Letteratura

Bonsai # 16. Michel Hazanavicius, “The Artist”

di Camilla Panichi

Please be silent behind the screen sono le parole che leggiamo nelle prima scena dell’ultimo lavoro di Michel Hazanavicius, The Artist. Queste parole non sono semplicemente un invito, ma rappresentano una vera e propria dichiarazione di poetica. Il silenzio, o meglio il silenzio della parola, è il grande protagonista di questo film muto girato in bianco e nero, vero e proprio omaggio al cinema degli anni Venti e al cinema dell’ultimo Chaplin ‘muto’ di Luci della città (1931) e Tempi moderni (1936). Straordinaria la colonna sonora di Ludovic Bource che per un’ora e quaranta minuti riempie la scena e accompagna la trama. Ma la musica non è il solo espediente che Hazanavicius impiega per riempire il vuoto sonoro che oggi può sembrare una scelta anacronistica: il gesto assume un valore assoluto, il linguaggio del corpo, la mimica facciale (insistenti le inquadrature sulle labbra: bocche che ridono, che dicono, che gridano), le gambe tornite che si muovono a ritmo di tip tap sono motore stesso dell’azione a tal punto che in una scena saranno proprio le gambe che ballano a creare l’incontro tra i due protagonisti.

The Artist è la storia di una stella del cinema muto George Valentin (interpretato dal comico e caratterista Jean Dujardin) e della sua caduta. Ma è anche la storia della versatilità e della fugacità del successo, e soprattutto è la storia di un orgoglio incapace di accettare il mutamento. Siamo nel 1929 anno dell’avvento del sonoro e del crollo della borsa di Wall Street. La storia della caduta di Valentin è sì parallela a quella del crollo del sistema economico e finanziario americano, ma l’accostamento oltre che temporale rimane solo simbolico. Mentre Valentin ‒ icona di una vecchia maniera di fare cinema, di una forma di produzione d’arte superata, insomma di un ‘vecchio mondo’ ‒ crolla, attorno a lui, a dispetto della crisi, sorge un nuovo mondo, un nuovo spazio vitale, che è lo spazio del parlato, del sonoro, uno spazio che riluce nelle paillettes e nel sorriso di Peppy Miller (Bérénice Bejo), nuova diva del cinema sonoro che prenderà il posto di Valentin sugli schermi, sui cartelloni e nel riconoscimento del pubblico.
Ciò a cui si assiste non è soltanto la sostituzione di un volto su un cartellone o sulla prima pagina dei giornali, ma è la progressiva perdita di presa sulla realtà di un uomo, la crisi dinnanzi al mutamento profondo della propria forma di vita che è mutamento e sostituzione di un intero sistema di produzione dell’arte e di una maniera di fare cinema. E proprio nella narrazione di questo struggente passaggio dal vecchio al nuovo, passaggio tanto sconvolgente quanto necessario, consistono il fascino e la grandezza di The Artist.

Lascia un commento

Archiviato sotto Bonsai

Frammenti di una psicogeografia erotica: recensione a “Commiato da Andromeda” di Andrea Inglese

di Claudia Crocco


Commiato da Andromeda è un libro tanto breve quanto intenso: sessantatré pagine di poesie e prose, che costituiscono il primo “capitolo compiuto” di un’opera più ampia che Andrea Inglese sta scrivendo, su Parigi. Commiato da Andromeda ha vinto il Premio Ciampi, ed è stato quindi pubblicato dalla casa editrice Valigie Rosse  di Livorno alla fine dello scorso anno.

Essere un poeta nel 2012, vivere a Parigi, scrivere un libro di poesie su una “voragine amorosa” che costituisce il primo capitolo di un’opera più ampia su Parigi: operazioni molto rischiose, perché si scontrano con il rischio di iperletterarietà, romanticismo, affettazione. Inglese non sfugge al problema, ma lo supera attraverso l’oggettivazione della sofferenza individuale ed il suo inserimento all’interno di un discorso più ampio sulle relazioni interpersonali contemporanee. Commiato da Andromeda è un libro che va oltre la necessità di autogiustificarsi: non è solo il resoconto sublimato di un dramma personale, né un’autoanalisi a scopo di terapia privata.

Se la letteratura, o un suo sembiante, esiste, scendere in quel caos, in quel prodigio, significa passare dall’altra parte dello specchio: vedere strazi e peripezie personali come un dramma, da fuori scena, con i personaggi che vanno e vengono nella zona luminosa.

La voragine amorosa esiste, è qualcosa che quasi tutti hanno sperimentato o sperimenteranno, e per questo motivo può ancora diventare il centro di un libro, concretizzarsi in versi ed in prose liriche che costruiscono una storia. La fine di una relazione è raccontata innanzitutto attraverso la messa in evidenza di particolari molto concreti, “dettagli osceni ed inquietanti”, detriti di una vita di coppia deflagrata lentamente. Alle immagini dell’erotismo sfilacciato si affiancano i ricordi dei primi incontri con Andromeda, a Parigi (“ in quella vita così forzatamente allegra dello studente addottorante italiano”); quindi quelli di un erotismo ancora non consapevole di se stesso, ritratti del desiderio sessuale infantile. Tutto contribuisce a creare un quadro, che è anche un paesaggio necessario per tracciare una “psicogeografia erotica” contemporanea; per descrivere il fallimento che non è soltanto di una storia, ma in qualche modo di tutte le storie, e delle immagini che usiamo per vivere, rappresentare e concepire le relazioni amorose. Leggi l’articolo completo

Lascia un commento

Archiviato sotto Arte e Letteratura

Bonsai #15. HBO, “Enlightened”

di Marco Mongelli

“I’m just tired of being alone”
(Tyler)

Enlightened è una serie televisiva americana andata in onda l’autunno scorso su HBO per dieci puntate, scritta e prodotta da Mike White (che nella serie interpreta Tyler) e da Laura Dern (Amy Jellicoe).
Nonostante gli ascolti tutt’altro che esaltanti, due nominations ai Golden Globe e una più che discreta critica degli addetti ai lavori hanno convinto la HBO a rinnovarla per una seconda stagione.

Protagonista e centro di tutta la vicenda è Amy Jellicoe. Ex manager di successo di una multinazionale dei cosmetici che, dopo un divorzio e una crisi di nervi sul posto di lavoro, molla tutto per intraprendere una terapia di gruppo alle Hawaii. Da lì tornerà serena ed entusiasta di ricominciare la sua vecchia vita, ma, dopo aver preso a vivere dalla scettica e solitaria madre (interpretata magistralmente da Diane Ladd – curiosamente vera madre di Laura Dern) dovrà scontrarsi con le difficoltà del mondo reale, inconciliabile con l’idillio di amore e pace della filosofia spiritualistica e new-age che l’aveva “guarita”. Nel corso delle dieci puntate (della durata di non più di trenta minuti l’una) Amy capirà quanto è difficile non solo cambiare il mondo o le persone vicino a lei, ma soprattutto se stessa. II percorso di auto-perfezionamento che intraprende è condotto in maniera genuina e radicale, senza infingimenti o scorciatoie, ed è per questo soggetto a cadute e a tragicomiche deviazioni. Tornare nella sua vecchia azienda, con un lavoro diverso e poco gratificante, le darà però la possibilità di scoprire il devastante impatto ambientale e umano ci cui la sua compagnia è complice, trasformandola via via da paladina delle donne indifese e degli immigrati, a protettrice della madre terra e difensore dei diritti dei lavoratori.

Il merito della serie sta nel riuscire a tenere l’unico filo della narrazione, scarna e unidirezionata, con humour e leggerezza grottesca, senza perdere in (auto)ironia e profondità melanconica. In una Los Angeles tutta particolare, soleggiata e paradisiaca, con villette a schiera silenziose e nessun traffico o disordine, si muovono le passioni troppo umane della protagonista, del suo tossico ex-marito e dei vecchi e nuovi colleghi, ipocriti e arrivisti o disadattati e fragilissimi. Anche qui, dunque, come nei casi più emblematici e famosi di The Wire, Mad Men, Treme, The Killing o Justified (con le loro Baltimore, Manhattan, New Orleans, Seattle o Harlan) lo spazio urbano, proprio nella sua apparenza di quinta teatrale, immobile e sempre uguale, svolge un ruolo centrale nel dare forma alle relazioni inter-personali, perché suggeriesce e canalizza il sentimento di inquietudine latente in quell’anestetica perfezione.

A un’iniziale lentezza, la serie sa far seguire un’intimità inaspettata, rovesciando le bizzarrie da rinascita zen nei traumi che le sottendono, e mostrandoci in modo senz’altro atipico e per questo toccante i movimenti immediati che muovono le persone fra di loro: il bisogno di essere amati e la paura di rimanere soli.

Lascia un commento

Archiviato sotto Bonsai

Diario di una mutazione. Una recensione a “Quelli che però è lo stesso” di Silvia Dai Pra’

di Camilla Panichi

Contromano Laterza è una delle collane di narrativa italiana attualmente più interessanti, perché accoglie “oggetti narrativi non identificati”: dalla Palermo di Giorgio Vasta all’Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio, dalla Firenze di Vanni Santoni alla periferia di Roma di Silvia Dai Pra’.

Quelli che però è lo stesso è il reportage di una trentenne precaria che per un anno insegna in un istituto professionale a Ostia Nord. Il libro, diviso in tre parti, una per ogni trimestre, colpisce per il forte contrasto tra il peso dei contenuti e la concisione, la levità e la semplicità dello stile. È attraverso questa prosa lineare che Dai Pra’ mette al centro della propria narrazione un tema spesso secondario e marginale nella narrativa e che invece meriterebbe più attenzione: il tema della scuola, vista da chi la vive e non come luogo di passaggio, con le sue problematiche interne ed esterne. Perché la scuola, quella pubblica, è un problema reale, che riguarda tutti, non solo nella misura in cui tutti se ne è fatta più o meno esperienza. Ma anche soprattutto perché la scuola è il luogo dove ogni individuo trascorre un terzo della propria vita: è (o dovrebbe essere) un luogo di formazione, crescita e  contatto sociale. E si conceda il beneficio del condizionale espresso tra parentesi, poiché la scuola si è molto allontanata dal principio di istituzione solida e formativa e la scommessa di Dai Pra’ sembra proprio voler narrare, dall’interno, questa mutazione. Leggi l’articolo completo

5 commenti

Archiviato sotto Arte e Letteratura

Memo 2011

Come da tradizione, ogni membro della redazione di 404 ha preparato un breve elenco del libro, del disco, del film e del post da segnalare tra quelli usciti in Italia nel 2011. Enjoy.

Viola Caon


Federico Rampini, Alla mia sinistra,
The Strokes, Angles,
Roman Polanski, Carnage
Giovanni Fontana (Il Post), Che cos’è il multiculturalismo,

Silvia Costantino


Tommaso Pincio, Hotel a zero stelle,
Caparezza, Il sogno eretico
Alexander Sokurov, Faust
Vittorio Arrigoni (Guerrilla Radio), 4 palestinesi morti nei tunnel della sopravvivenza di Gaza

Marco Mongelli


Paolo Sortino, Elisabeth
A classic education, Call it blazing
Emanuele Crialese, Terraferma
Massimiliano Nicoli (minima & moralia), Il fascismo del manager

Lorenzo Mecozzi


Laurent Binet, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heidrich
Josh T. Pearson, Last of the Country Gentlemen
Lars Von Trier, Melancholia
Wu Ming (Giap), Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple

Claudia Crocco


Gabriel Del Sarto, Sul vuoto
Okkervil River, I am very far
Michel Hazanavicius, The artist
Wu Ming (Giap), Al diavolo la “concordia nazionale”! Lo spettro di Bruno #Fanciullacci su Twitter

Camilla Panichi


Mathias Enard, Zona
I Cani, Il sorprendente album d’esordio dei cani
Terrence Malick, The tree of life
Walter Siti (Le parole e le cose), La prostituzione percepita

Umberto Mazzei


Thomas Pynchon, Vizio di forma
Gipi, L’ultimo terrestre
Gangpol und Mit, The 1000 softcore tourist people club
Bandini (Blogghino: zona deumanizzata), Fin qui

Bruno Pepe Russo


Costas Douzinas e Slavoj Žižek (a cura di), L’idea di comunismo
Dark Dark Dark, Wild go
Bruno Dumont, Hors satan
Francesco Brancaccio e Alberto De Nicola (globalproject), Noi saremo tutto!

Luca Francesco San Mauro


Patrik Ourednik, Europeana
M83, Hurry up, We’re dreaming
Nicolas Winding Refn, Drive
Lorenzo Trombetta (il lavoro culturale), Siria, un esercito di italiani sostiene la repressione

Lascia un commento

Archiviato sotto about us, Arte e Letteratura

Prendi nota (seconda parte)

di Marco Mongelli

Siamo alla fine del 2011 ed è tempo di tirare le somme dell’anno musicale appena trascorso. Ho selezionato 24 album di artisti o gruppi italiani usciti quest’anno e di ognuno vi propongo un brano. Non è una classifica e non è un best of.
Qui la prima parte. Ora gli altri 12 album.
Enjoy!

Verdena, Wow, Universal Music

Caparezza, Il sogno eretico, Universal Music

Marta sui tubi, Carne con gli occhi, Tamburi Usati/Venus Dischi
Leggi l’articolo completo

Lascia un commento

Archiviato sotto Arte e Letteratura

Prendi nota (prima parte)

di Marco Mongelli

Siamo alla fine del 2011 ed è tempo di tirare le somme dell’anno musicale appena trascorso. Ho selezionato 24 album di artisti o gruppi italiani usciti quest’anno e di ognuno vi propongo un brano. Non è una classifica e non è un best of.
Ecco i primi 12 album, dunque.
Enjoy!

Banjo Or Freakout, Banjo Or Freakout, Memphis Industries

Assalti Frontali, Profondo rosso, Daje Forte Daje Records

Ex Otago, Mezze stagioni, Autoprodotto
Leggi l’articolo completo

Lascia un commento

Archiviato sotto Arte e Letteratura

Bonsai #14. Woody Allen, “Midnight in Paris”

di Flaminia Beneventano

Settantasei anni, e un genio che ancora non finisce di stupire. Il 2 dicembre 2011, giorno successivo al suo compleanno, esce infatti nelle sale italiane il nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, che affascina pubblico e critica.
Come suggerito nel titolo, vera protagonista della pellicola è Parigi, della quale vedute e scorci monopolizzano le prime scene, sulle note di Cole Porter, preludio delle atmosfere surreali che permeano l’intera trama. Con questo esordio, il regista strizza l’occhio all’inizio di Manhattan (capolavoro del 1979) in cui la coivolgente Rapsodia in Blu di Gershwin accompagnava la macchina da presa nelle sue superbe inquadrature newyorkesi, mentre la voce fuoricampo del protagonista recitava un’apoteosi della propria città. Questa volta Place Vendome, gli Champs Elysées, i boulevards che fin dai primi minuti trascinano lo spettatore nel vortice della magia della Ville Lumière sono dipinti nel loro splendore eterno.
Attraverso gli occhi del protagonista – Gil, nostalgico regista e aspirante romanziere americano (Owen Wilson) in vacanza in Francia – si svela al pubblico un’ulteriore Parigi, alternativa a quella venduta ai turisti sulle cartoline, che prende miracolosamente vita ogni sera dopo la mezzanotte. Si tratta della Parigi anni ’20, sfavillante di Charleston, delle sue luci e dei suoi colori; una Parigi popolata degli intellettuali del primo Novecento, in cui gli avanguardisti discutono di cubismo e di jazz, in cui i Fitzgerald (proprio loro, Scott e Zelda!) sono anfitrioni di sfavillanti ricevimenti e in cui si organizzano rendez-vous in onore di Jean Cocteau. Come in una galleria di ritratti, Gil si trova immerso in una parata di volti di artisti, sorseggia vino in compagnia di Hemingway discutendo di libri e di guerra, viene intrattenuto dalla sagace compagnia di un brillante Dalì (Adrien Brody) e ascolta incredulo Picasso illustrare la sua ultima opera; infine approda addirittura a casa di Gertrude Stein (Kathy Bates), fulcro della cultura letteraria dell’epoca, e sogno di ogni aspirante scrittore. Leggi l’articolo completo

10 commenti

Archiviato sotto Bonsai

La biblioteca di 404 su aNobii

La biblioteca di 404

Da quasi due anni 404: file not found porta avanti un tentativo di lettura del contemporaneo attraverso opere di narrativa e di saggistica, graphic novel e poesia, testi contemporanei o classici. Da queste letture nascono riflessioni ed analisi che cercano di creare connessioni e nuovi orizzonti di sguardo sulla realtà che ci circonda. Dai testi che leggiamo scaturiscono nuovi testi che hanno l’obiettivo di tradurre in discorso il rumore: dalla forma classica della recensione all’analisi strutturale o comparativa di più opere, cerchiamo sempre di rendere giustizia ai testi.
Per questo abbiamo deciso di inaugurare la biblioteca di 404 su aNobii. Come ogni social network, aNobii richiede un uso attento e consapevole, una continua messa in discussione del linguaggio con cui è scritto. Così abbiamo deciso di inserire i nostri interventi sui singoli libri come recensioni, anche quando sono testi che eccedono la canonica prassi recensoria; e abbiamo deciso di non utilizzare il metodo di valutazione previsto da aNobii, le stelline. Proprio per il modo in cui crediamo ci si debba avvicinare ai singoli testi, alle singole opere, crediamo che sia più importante comprendere, creare connessioni, avvicinare testi fra loro apparentemente lontani e metterli in comunicazione.

Lascia un commento

Archiviato sotto about us, Arte e Letteratura

La dignità operaia

testo di Bruno Pepe Russo

Le immagini e le parole non “possiedono” significati, ma li schiudono. Nel senso che consentono di accedervi, come dei prismi.
Questo video schiude una genealogia, una storia, che si condensa nelle parole, ma anche nella postura del viso, nell’intenzionalità della voce.
La dignità operaia è una delle più straordinarie eredità della storia del novecento. E’ qualcosa che addensa sulle parole di uno la condizione di molti, e mette anche l’emozione, la vertigine della propria difficoltà esistenziale, al servizio di una possibilità collettiva di riscatto, che si fa scelta, impostazione, sguardo. La voce si rompe nel napoletano quando attraversa il nodo così feroce del dispositivo di scontro generazionale con cui si giustificano, oggi, i tagli ai diritti costruiti dal proletariato del novecento: lì c’è come un tremore, che schiude l’assurdo di un discorso incomprensibile per il pensiero emancipativo, per il concatenamento di idee e di storie che il discorso che vediamo porta in superficie.
Insistete a guardare queste immagini, la loro potenza sta nel gradiente di concatenazione, di ispessimento del senso che hanno: non nell’atto del portarci altrove, in un tempo che sembra così distante, ma al contrario nel mostrare la singolarità operaia, e tutto il fascio di forme, fatti, vita che trascina con sé, nella genealogia del presente.

Lascia un commento

Archiviato sotto about us, Politica