#Strega2014 – La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

di Redazione

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Questa recensione è comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti (gennaio/marzo 2014), nella “Rassegna di narrativa italiana” curata collettivamente dalla redazione di 404: File Not Found. La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro (Ponte alle grazie) è tra i dodici finalisti in corsa per il Premio Strega 2014. Sul romanzo di Pecoraro abbiamo pubblicato anche una lunga recensione di Lorenzo Marchese, consultabile qui.

Cosa significa vivere in tempo di pace? È la domanda che si pone l’ingegner Ivo Brandani, attraversando mezzo secolo di storia italiana: dal 1946 ai giorni nostri. La risposta è parziale e soggettiva; per Ivo significa vivere in un tempo fluido, di libertà sessuale, di relativa diffusione del benessere, ma anche di obblighi: la volontà di affermazione professionale che collide con gli ideali della giovinezza, il disgregarsi dei rapporti, la difficoltà delle scelte. Ma soprattutto è un tempo fatto di accelerazioni, in cui gli eventi significativi, come una guerra, sono abbastanza lontani da non richiedere alcun investimento personale.

È un tempo vissuto senza sforzo, in cui la vita procede secondo l’assunto moderno e incontestabile del “non mi riguarda”, “basta che mi lascino vivere” di cui Ivo incarna il valore più passivo: come già il Palomar di Calvino, la sua attività principale è l’osservazione, relegato ai margini della storia anche quando questa lo travolge, come nel caso del suo Sessantotto: «Io non c’entro nulla con tutta questa roba, non è per me, ho paura» (p. 275). Ivo è dominato da un’inerzia che fa di lui un uomo arrabbiato e risentito, che si è presto trovato intrappolato negli schemi che lui stesso, silenziosamente e per interposta persona, ha contestato, come tutta la sua generazione, negli anni delle rivolte studentesche.

Ivo Brandani è un personaggio tipico: sta in mezzo alle cose e agli eventi – rari – che segnano la sua giovinezza, anche se il più delle volte resta estraneo a tutto ciò che lo circonda. Ed è proprio questa componente di incomprensione del presente a sottrarlo alla stereotipia rivelandone i tratti caratteristici, comuni, dell’epoca che si trova a vivere. Questo sdoppiamento è ricalcato da una struttura che si articola secondo una continua alternanza di voci: una narrazione in terza persona, assiduamente interpolata da un flusso di coscienza joyciano che con il procedere della storia acquisisce sempre più i tratti di un riaffiorare della coscienza finora repressa. La vicenda si svolge nel corso di una giornata, il 29 maggio 2015, dalle ore 9.07 a.m. alle 7.45 p.m. I capitoli che riportano nel titolo l’orario non solo scandiscono il tempo della storia, ma sono anche quelli più riflessivi. Qui domina la voce del protagonista, i cui pensieri, inizialmente in forma rarefatta, lentamente acquisiscono maggiore consistenza e consequenzialità. A questi si alternano capitoli dinamici, descrittivi, in cui il vissuto di Ivo emerge sulla pagina in frammenti di memoria, secondo un ordine non cronologico. Ogni storia è solo accennata, il più delle volte non ci è dato sapere come si conclude e qual è il destino dei personaggi che vi si incontrano. In questo arco di tempo si apre un racconto torrenziale che sembra abbracciare tutte le stratificazioni e la complessità del mondo, disponendo sullo stesso piano gli elementi rilevanti e quelli secondari, valorizzati dall’impiego di un lessico specifico (che sia meccanico, marino o biologico). A fare da sponda, una prosa ricca, densa, e un’alternanza continua di registri: dal colloquiale al formale, con parti mimetiche esemplari (come nel capitolo Monsone), dal realistico al grottesco, all’adozione di due marche stilistiche ricorrenti: la & commerciale adoperata in contesti stranianti, e i puntini di sospensione a rendere l’aspetto più introspettivo e ondivago delle riflessioni del protagonista. La vita in tempo di pace, dunque, è una vita soprattutto interiore, un conflitto impossibile da sopire, che non si stempera né con la passione per la vela né con l’assunzione di quattro Tavor al giorno. Questo conflitto Pecoraro lo porta in superficie con notevole padronanza e affabulazione, realizzando un’opera di ampio respiro nella quale affiorano le contraddizioni insanabili di un uomo e di un’epoca che tutto sono, fuorché pacificati.

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#Strega2014 – Il padre infedele di Antonio Scurati

di Redazione

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A partire da oggi ripubblichiamo le recensioni comparse sul numero 65 di Nuovi Argomenti (gennaio/marzo 2014) e incluse nella “Rassegna di narrativa italiana” curata collettivamente dalla redazione di 404: File Not Found. Iniziamo con Il padre infedele di Antonio Scurati (Bompiani), tra i dodici finalisti in corsa per il Premio Strega 2014.

Con il suo ultimo romanzo, Il padre infedele Antonio Scurati sceglie di confrontarsi con uno dei temi centrali della narrativa e del pensiero filosofico contemporanei, l’“evaporazione del Padre”. Come notato da Daniele Giglioli in una recensione, “la sociologia è il grande rischio della narrativa italiana contemporanea”. Il padre infedele non fa eccezione: Scurati cerca una difficile sintesi tra narrazione pura e momenti di carattere saggistico-riflessivo.

«Sfiatata la giovinezza», dopo dieci anni passati a «purgarsi dalla velenosa idea della felicità», per Glauco Revelli, il protagonista-narratore del romanzo, è sufficiente la visione di uno spot Barilla per riconsiderare la possibilità di voler essere felice; possibilità che si traduce nella volontà di sposarsi e assegnare parte del proprio desiderio di autorealizzazione personale, oltre che all’alta cucina, alla formazione di una famiglia e all’essere padre. Così si innamora di Giulia – o almeno si convince di esserlo –, la sposa e si prepara a formare una famiglia con lei. Poco dopo nasce una bambina, Anita. Il suo arrivo rappresenterà l’estremo tentativo di rianimare un rapporto amoroso ormai consunto dalla quotidianità; ma sarà l’evento scatenante la finale deflagrazione del matrimonio. Poco dopo la nascita della figlia, Giulia cade in una profonda depressione post-parto che la porta a rinnegare la propria femminilità fino a ridursi, agli occhi di Glauco, alla sola immagine della sua «nuca, sempre e comunque la nuca, la parte posteriore del collo snudata da un taglio di capelli brutale e virile deciso la settimana successiva al parto» (p.97). Così il personaggio femminile progressivamente scompare dall’orizzonte del protagonista, che in risposta al ritrarsi della moglie inizia a perdersi tra i suoi demoni, che assumeranno la forma di rapporti sessuali con donne sconosciute sempre più pulsionali ed animaleschi.

Glauco, però, misura la propria infedeltà attraverso il rapporto con Anita, non quello con Giulia. È verso la figlia che il padre si sente infedele. Per il protagonista Anita diventa soprattutto uno strumento di riconoscimento e di acquisizione di un’identità. Nel Padre infedele la paternità viene mostrata in quanto forma di rispecchiamento e misurazione di sé, un modo di verificare e mostrare al mondo cosa si diventa o si riesce ad essere. Quando Glauco mette sua figlia sulle ginocchia e dice che la bambina gli somiglia, in realtà guarda il se stesso di un tempo, come poi ammette. Non far piangere Anita nel tragitto in macchina verso la madre diventa una missione. Da questo dipende l’umore della giornata, la riuscita di sé – quasi come per quei piccoli riti scaramantici che abbiamo tutti (se non calpesto le mattonelle nere andrà bene la cosa importante di oggi) o come se, insomma, dal pianto della figlia dipendesse non tanto lo stato di salute di lei, quanto l’autostima di lui.

Analogamente, più avanti nel libro si legge che «Non ho mai dubitato di ciò che sarei stato nella vita. Fin da ragazzo ho sgobbato nella cucina del ristorante di mio padre e fin da allora il mio desiderio di diventare uno chef ha preceduto e superato l’interesse per la gastronomia». Dunque il desiderio di essere qualcosa, fin dall’inizio, è quello di diventare qualcuno – è una reazione alle aspettative paterne.

Allo stesso tempo Anita rappresenta la possibilità per Glauco di riallacciare i rapporti con il padre. Lo rivela la scena in cui il protagonista decide di accompagnare sua figlia al primo giorno di asilo, ed inconsciamente chiede aiuto proprio ad Alcide. I tre si ritrovano quindi davanti alla scuola, mano nella mano, e Glauco appare una versione moderna ed indebolita dell’Enea del Bernini, capace di portare sulle proprie spalle il padre Anchise e di tenere per mano il figlio Ascanio, di salvare la tradizione mantenendo viva la possibilità del futuro. Ma ciò che accade davanti alla scuola di Anita è diverso: è proprio Glauco ad apparire bisognoso di sostegno. Ricercare nella propria infanzia e nel proprio padre un modello paterno per la piccola Anita si rivela fallimentare, perché non sembra più possibile ricoprire il ruolo di Enea. Allo stesso tempo, però, si tratta di un passaggio necessario perché Glauco realizzi che tutto ciò che ha da offrire a sua figlia è la propria presenza, il proprio esserci per lei. Nella speranza che un giorno, come leggiamo nella scena finale, Anita guardando al passato riconosca nella presenza debole e nell’affetto di Glauco un padre non del tutto evaporato.

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Elio Pagliarani tra i poeti novissimi: un ponte tra neorealismo e neoavanguardia

di Marco Donati

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Il percorso poetico di Elio Pagliarani non si presenta lineare, si snoda altresì in diverse direzioni alla ricerca costante e imperterrita di una parola viva, in grado di restituire e anzi di inglobare in sé la dimensione contraddittoria del reale. Sin dall’inizio la sua ricerca tenta una qualificazione di forze individuali all’interno del più vasto processo dinamico sociale, nel contesto ambientale immanente e selettivo della postindustrializzazione. Risulta impossibile una valutazione critica soddisfacente che non tenga conto della varietà degli approcci metodologici adottati dal poeta e dell’evoluzione sperimentale magmatica e continuativa caratterizzante la sua produzione. Imprescindibile pietra miliare di questo percorso è il poemetto narrativo – o dramma in versi – La ragazza Carla1 , pubblicato in forma integrale per la prima volta nel 1960 ma frutto di una lunga gestazione: è qui che con svolta decisiva comincia a essere applicato un lavoro sistematico sul linguaggio e sulla costruzione sintattica che consente l’inserimento di Pagliarani all’interno dell’antologia dei Novissimi, nucleo fondante di quello che poi verrà a costituirsi, sotto la denominazione di Gruppo 63, come un ampio e disomogeneo movimento neoavanguardistico in aperta rottura con gli stilemi e i contenuti della tradizione letteraria italiana.

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La voce della poesia – Intervista a Andrea Inglese

di Virginia Tonfoni

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«Se la letteratura, o un suo sembiante, esiste, scendere in quel caos, in quel prodigio, significa passare dall’altra parte dello specchio: vedere strazi e peripezie personali come un dramma, da fuori scena, con i personaggi che vanno e vengono nella zona luminosa», scrive Andrea Inglese nella prefazione di Commiato da Andromeda [di cui 404 ha già parlato qui, ndr], dove quest’ipotesi si trasforma in una pratica letteraria ricca di stile e sentimento. Classe 1967, professore di letteratura italiana alla Sorbonne di Parigi, autore di saggi di critica letteraria, blogger, ideatore insieme ad altri rappresentanti della “generazione TQ” della fondamentale rivista letteraria online Nazione Indiana, Andrea vive tra Parigi e l’Italia.

Ho incontrato il poeta a fine febbraio a Livorno, dove torna volentieri; nel 2011 ha vinto il Premio Ciampi di poesia con Commiato da Andromeda, poi pubblicato da Valigie Rosse. Qui ha conosciuto anche Sara Bianchi, cantante della formazione Sara dei Vetri, vincitrice della sezione musica.

Quello fu un momento significativo, Andrea: stasera con Sara dei Vetri presentate il frutto di quell’incontro. Come nasce questo spettacolo?

Storia a tre voci – il reading – nasce da un’idea di Sara Bianchi. L’editore mi disse che a Sara il libro era piaciuto molto. Dopo poco lei mi chiamò proponendomi di costruire uno spettacolo di lettura e musica. Ha tracciato un vero e proprio percorso attraverso il libro, selezionandone dei brani e ha poi inserito dei pezzi di Piero Ciampi, e altri del suo gruppo. La regia in questo senso, è sua. Per me è stato bello vedere come una cantante si avvicinasse al mio lavoro, come se ne appropriasse. Continua a leggere

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La pubblicità del bene – Su Il bene nelle cose di Emanuele Coccia

di Emanuele Clarizio

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Mark Power, Milwaukee, da “Postcards From America”, 04/05/14

Qualche settimana fa impazzava sui social network un video che riprendeva alcune coppie di sconosciuti, variamente composte quanto al genere, nell’atto di baciarsi.

Il video ha suscitato un entusiasmo enorme, numerose sono state le persone che lo hanno trovato “troppo romantico!!!” o anche “tenerissimo!”, tanto da generare addirittura parecchie parodie e qualche commento goliardico (c’era chi faceva notare agli entusiasti l’esistenza di interi siti votati alla documentazione dell’amore fra sconosciuti). Tuttavia, il giorno successivo è stato reso noto che il video era “in realtà” una pubblicità della casa di moda Wren, come d’altronde si poteva arguire guardandolo attentamente, poiché esso era introdotto dalla frasetta “Wren presents”. Questo dettaglio ha scatenato l’indignazione del popolo del web (“indignazione” e “popolo del web” sono ormai concetti che si implicano a vicenda), che si è sentito raggirato e persino quasi tradito dal fatto che qualcuno avesse giocato con i suoi limpidi sentimenti, ingannando chi aveva creduto al carattere disinteressato di quei baci.

Qualcosa di simile è inoltre accaduto a Racale, in provincia di Lecce, dove l’artista Ozmo, invitato a dipingere un San Sebastiano rivisitato sulla facciata di un palazzo, l’ha rappresentato con un paio di boxer firmati D&G. Anche in questo caso, il dettaglio pubblicitario ha suscitato le polemiche e le ire dei più, che hanno parlato nientemeno che di «un gesto irriverente nei confronti dei credenti della religione cristiana» e l’opera è stata considerata »un disegno che poteva contenere messaggi subliminali che con l’arte poco hanno a che fare».
Ciò che ha creato scandalo, insomma, non è stata tanto la sensualità della rappresentazione (d’altro canto Ozmo ha fatto notare che il San Sebastiano di Antonello da Messina indossa dei boxer altrettanto aderenti), quanto il fatto che alla purezza dell’arte fosse mischiato un elemento pubblicitario, una réclame, che agli occhi dei più ha immediatamente inficiato la qualità dell’opera e i valori da essa trasmessi, imprescindibilmente legati, a quanto pare, al suo disinteresse.

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Appassionarsi e resistere: nuova rivista letteraria

di Adriano Masci

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Tra punto e punto di un corpo sociale, tra il maestro e il suo allievo, tra chi sa e chi non sa, passano delle relazioni di potere che non sono la proiezione pura e semplice del grande potere sovrano sugli individui; sono piuttosto il mobile e concreto suolo sul quale quel potere si ancora, le condizioni di possibilità perché esso possa funzionare.

Michel Foucault

Tre anni fa nasceva “(nuova rivista) letteraria”, edita da Alegre, ultima grande sfida condotta da Stefano Tassinari, quando già la malattia gli rendeva le cose terribilmente difficili. L’idea di Tassinari, condivisa subito da quanti presero parte al progetto, era di un semestrale di letteratura sociale animato dai contributi di articolisti vari – per lo più scrittori e giornalisti di professione, ma non necessariamente – impegnati, sia pur in forme e con approcci differenti, sul fronte comune di chi considera il lavoro culturale come strumento di indagine e di intervento nel reale. Superato l’ostacolo preliminare della partecipazione, grazie alla non consueta capacità di coinvolgere di Tassinari, l’esperimento di Letteraria va in porto. Marcello Fois, durante la presentazione di un numero monografico della rivista dedicato al fondatore e avvenuta lo scorso anno a Più Libri Più Liberi, ricorda: «la rivista era quanto di più assurdo si potesse pensare. Quando lui [Tassinari ndr] la propose io immediatamente dissi “va bene, chiamiamo un web designer e la facciamo” e lui rispose “ma non ci penso nemmeno, io voglio fare una rivista di carta e la dobbiamo vendere porta a porta”». Continua a leggere

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Lottare contro il femminicidio. Un’intervista a Marisela Ortiz Rivera

di Lara Tavolilla

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Marisela Ortíz Rivera, psicologa e insegnante nata nello Stato di Chihuahua, è tra le fondatrici di Nuestra Hijas de Regreso a Casa, associazione nata nel 2011 per riunire i familiari e gli amici delle giovani uccise e scomparse. L’associazione è nata dopo la scomparsa e l’assassinio di una delle studentesse della Ortiz Rivera, Lilia Alejandra García Andrade, una giovane di diciasette anni, lavoratrice in una maquiladora e madre di due bambini. La ragazza fu rapita il 14 febbraio del 2001, torturata e strangolata. Il suo corpo venne ritrovato dopo una settimana.
Marisela Ortíz Rivera è insieme alla madre di Lilia, Norma Esther Andrade, la donna simbolo della lotta al femminicidio. Entrambe nel corso degli anni hanno ricevuto diverse intimidazioni e minacce di morte che le hanno costrette a lasciare Ciudad Juárez.
Ho intervistato Marisela nell’aprile del 2013 e ne ho tradotto le risposte.

1) Attualmente lo Stato messicano rappresenta lo Stato con il maggior numero di casi di violenza di genere e i due terzi dei crimini sono definiti di “violenza estrema” da María de la Luz Estrada Mendoza, coordinatrice dell’Osservatorio Cittadino per Monitorare la Giustizia nei casi di Feminicidio a Ciudad Juárez e Chihuaha e dell’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio. Da anni Ciudad Juárez ha conosciuto un particolare boom mediatico e quando in altri paesi, come l’Italia, si parla di femminicidi in Messico, i documentari, i programmi, i telegiornali o i giornali informativi parlano esclusivamente del caso Juárez. Può chiarirci la sua visione sul femminicidio a Ciudad Juárez e, più in generale, nella Repubblica messicana? Ci sono Stati del Messico in cui tale problematica risulta altrettanto importante sebbene poco nota ai nostri occhi?

Ciudad Juárez è stato il primo luogo in cui si sono registrati i primi assassinii di donne con caratteristiche sessiste, razziste e classiste. È sempre qui dove noi donne abbiamo cominciato a lottare cercando di chiarire la natura di questi crimini, di porre un freno a queste tragedie, oltre che ottenere giustizia. Per questa ragione Ciudad Juárez è conosciuta come la capitale del femminicidio. Tuttavia, esistono numerose similitudini e allo stesso tempo grandi differenze tra gli assassinii dello Stato del Messico e quelli di Ciudad Juárez, dove ciò che attira l’attenzione, oltre il numero delle vittime, è la modalità in cui queste donne sono torturate e assassinate, per non parlare della mancata giustizia sia per le vittime, che per i loro familiari. Continua a leggere

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Violenza di genere e femminicidio: il caso messicano

di Lara Tavolilla

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Tra il 2012 e il 2013 Lara Tavolilla ha svolto un periodo di ricerca in Messico, per  approfondire sul campo il tema della violenza di genere, consultando diversi documenti, articoli, riviste e rapporti. Da questa esperienza nasce il presente articolo, estratto del lavoro realizzato da Tavolilla come tesi di laurea, e l’intervista a Marisela Ortiz Rivera che potete leggere qui.

In Messico, e praticamente in tutta l’America Centrale e l’America Latina, la discriminazione delle donne è una questione di forte attualità, che fonda le sue radici nei modelli patriarcali. Nonostante la giurisdizione sia stata ampiamente – e costantemente – modificata al fine di salvaguardare i diritti delle donne, non si è ancora riusciti a sradicare un problema che colpisce la società nel suo insieme, oltre a minacciare l’intero progresso del paese. Come scrive Matthias Nowak, nell’articolo Femicide: A global problem, «about 66,000 women and girls are violently killed every year, accounting for approximately 17 per cent of all victims of intentional homicides».
Secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite, il Messico risulta uno dei paesi latinoamericani con il maggior numero di casi di violenza sessuale a carattere machista1. Sulla base di queste fonti, il 40% delle donne nel paese soffre o si trova costantemente esposto a questo tipo di violenza. Certo, negli ultimi anni, il Messico ha raggiunto numerosi e importanti progressi a livello legislativo, se consideriamo l’elaborazione di leggi quali la «Ley de Igualdad entre Hombres y Mujeres» firmata nel 2006, o la «Ley de Acceso de las mujeres a una Vida Libre de Violencia» del 2007, o ancora le diverse riforme come quella riguardante la Costituzione in Materia di Diritti Umani. Inoltre, nel 2012 il Messico ha modificato il Codice Penale Federale includendovi le sanzioni ai delitti per feminicidio. Tuttavia queste riforme non hanno portato effettivi progressi materiali: in molti casi gli strumenti legislativi non vengono applicati correttamente, poiché le istituzioni incaricate vivono all’ombra della corruzione e dell’illegalità. Esiste, dunque, una sorta di normalizzazione culturale, un’accettazione sociale, della violenza sessuale e di genere. La vergogna delle vittime e il timore di scatenare rappresaglie degli aggressori fanno sì che questi delitti, il più delle volte, non siano denunciati o riconosciuti come tali dalla vittima o dal responsabile. Nonostante il numero delle denunce abbia registrato un costante aumento a partire dall’apertura delle agencias especializadas, si stima che solo una su dieci violazioni vengano presentate dinanzi alla legge2 (e spesso, queste stesse, non vengono portate a termine).

In un contesto di violenza generalizzata come quello in cui vive il Messico, la violenza contro le donne deve essere considerata alla stregua di un crimine organizzato che ha visto un incremento decisivo negli ultimi anni e nei confronti del quale la struttura normativa si dimostra incapace di garantire la sicurezza degli abitanti. Il rispetto dei diritti umani, tanto delle donne quanto degli uomini, è drasticamente diminuito: nel primo caso, nello specifico, si sono inasprite forme storiche di discriminazione e violenza basate sul genere, si vedano ad esempio gli effetti  sulla vita delle donne provocati dalla militarizzazione del paese negli anni ’90 per la lotta al narcotraffico, oltre che, già a partire dagli anni ’80, dall’approccio sempre più militare nel tentativo di fermare l’emigrazione dal paese. Continua a leggere

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La frontiera, la carta e l’immaginazione politica

di Bruno Pepe Russo

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Questo articolo è uscito nella rubrica “Prospettive foucaultiane” della rivista Materiali foucaultiani, che ringraziamo per averci permesso di riproporlo qui.

L’incessante dibattito sulla materialità della globalizzazione contemporanea, che negli ultimi decenni ha coinvolto ricercatori provenienti da molteplici ambiti disciplinari (l’antropologia, la filosofia politica, gli studi coloniali e post-coloniali) fa da backgroundBorder as Method, or, the Multiplication of Labor (Sandro Mezzadra e Brett Neilson, Duke University Press, Durham 2013). Mezzadra e Neilson inquadrano criticamente una molteplicità di materiali del contemporaneo, interrogando in particolare alcuni foyers de problématisation comuni scorti, potremmo dire, nelle articolazioni disciplinari frontaliere che li costituiscono: la globalità come paradigma epistemologico, l’eccezione come imagerie destinata a cogliere le estremità, in particolare quelle violente, del contemporaneo, la cartografia delle trasformazioni del capitalismo e la sua eterogeneità, la questione della soggettività politica.
Tuttavia, lungi dal configurarsi come una verifica dei concetti, il testo procede fabbricando un prezioso tessuto di inchieste, capaci di scandagliare microfisicamente le figure del lavoro, così come i complessi dispositivi produttivi e governamentali globali nei quali siamo immersi.

In Qu’est-ce qu’une frontière?1, Étienne Balibar provava ad attaccare la presunta univocità della fenomenicità frontaliera, rimodulando la più generale riflessione sulla crisi dello Stato nazione su tre interrogazioni riguardanti rispettivamente: il modo in cui alcuni rapporti di forza surdeterminano le frontiere (è il caso del rapporto fra frontiere imperiali e frontiere all’interno dell’Europa colonizzatrice, e successivamente del rapporto fra universalizzazione dello Stato nazione e costituzione dei blocchi russo e americano); la polisemia della frontiera a partire dalla singolarità di chi la attraversa (l’aeroporto di Tel Aviv, con un passaporto giordano o israeliano) e quindi dalle forme di differenziazione che essa determina – marcando  così un forte scarto teorico in direzione di ciò che c’è di positivo nelle frontiere, il fatto che esse servano ad includere ed individuare non meno che ad escludere; l’eterogeneità della frontiera, ossia l’analisi della pluralità delle forme in cui essa può territorializzarsi e fare effettivamente carta.
Trasformare le occasioni di sperimentazione teorica che la frontiera sembra offrire in un metodo è la proposizione principale di Mezzadra e Neilson.

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Bonsai #35 – Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi

di Francesca Fiorletta

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«Se proprio gli si dovesse chiedere una definizione, l’autore direbbe che questo è il suo esame di coscienza».
Così Demetrio Paolin, nella nota introduttiva a uno dei testi più articolati e complessi che io abbia letto nell’ultimo anno: Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura (LiberAria Editrice, 2014).
Parlo di complessità, non per lasciare a intendere una qualche sottesa difficoltà di comprensione: questo libro si lascia infatti capire, visceralmente, in modo molto intimo e raffinato, fin dalle primissime pagine. È un libro che oserei anzi definire immediato, assolutamente puntuale e sì, mi si conceda un piccolo azzardo: illuminante.
Quattro scorci su quattro importanti autori del Novecento italiano, Cesare Pavese, Emilio Salgari, Primo Levi e Franco Lucentini; quattro discese agli inferi, e negli inferi più privati delle loro opere letterarie, fin dentro alle loro officine di scrittura, durante i lunghi pomeriggi assolati e nostalgici, passati dietro a una scrivania polverosa, a maneggiare carte e documenti, oppure anche a passeggio lungo i ponti e le stradine esoteriche di una Torino misteriosa, inenarrabile. Continua a leggere

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