Il caso Unità. L’ideologia come falsa coscienza

di Marta e Simone Fana

Giornale_Gramsci

Il caldo umido di luglio chiude in una cappa torrida la festa dell’Unità di Correggio, nel cuore dell’Emilia rossa, tra lo stand dello gnocco fritto e le note lontane della balera. Si dice che nella provincia i tempi si allungano, le immagini del vecchio mondo sono ancora scolpite  nella memoria dei vecchi che si ritrovano a discutere del governo e del partito, della vita quotidiana e dei figli. Tracce di comunità che resistono al fluire nervoso del tempo, segnato dallo sventolio timido delle bandiere del Partito Democratico, brandelli bianco verdi che alterano l’immagine armonica della provincia emiliana.

Qui continuano a chiamarla festa dell’Unità, e non importa se quell’Unità non esiste più tra i lavoratori e se il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924 sia ormai la voce scomposta e ruffiana del governo guidato da Matteo Renzi. Perché in questa parte di mondo l’Unità è il senso autentico di una comunità vera che difende gli ultimi dall’arroganza dei potenti, è il luogo dell’accoglienza e della solidarietà verso i migranti e i disperati della terra. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Altro, Politico, Tutti gli articoli

Un pianeta attorno a cui ruotare. Intervista a Manuele Fior

di Sara Marzullo

Manuele-Fior

Sulla copertina di L’età della febbre (minimum fax, 2015), l’antologia under 40 a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia, c’è un uomo fermo da qualche parte, di fronte a un paesaggio deserto: è il protagonista di I giorni della merla, la storia a fumetti di Manuele Fior.
Autore di graphic novel come La signorina Else (Coconino Press, 2009), Cinquemila km al secondo (Coconino Press, 2010, vincitore dell’Oscar del fumetto ad Angouleme 2011) e L’Intervista (Coconino Press, 2013), Manuele Fior è uno dei più apprezzati fumettisti italiani. Lo scorso novembre è stato protagonista di una mostra al MAMbo di Bologna, nell’ambito del festival BilBOlbul, sulle forme di ispirazione de L’Intervista: in uno dei pannelli, scriveva, a proposito della scelta di ambientare la storia in una Udine del 2048:

Mi piaceva l’idea di un’Italia in cui la gente ritorna. Ritorna a delle basi tutte sgangherate – ci sono stati dei moti – però anche da questa terra bruciata si riparte. Io credo alla pazzia di Dora, a questa pazzia esagerata. Puoi ritornare a costruire, in modo anche folle.

Lo abbiamo incontrato a Parigi, dove vive, per parlare del suo ultimo lavoro, di fantascienza e di come si può disegnare il futuro.

[Sara Marzullo: SM; Manuele Fior: MF]

SM: I giorni della merla è il titolo della tua storia per l’antologia minimum fax L’età della febbre. Nella premessa avverti che gli eventi raccontati seguono temporalmente quelli di L’Intervista. Decidi quindi di lavorare, pur nell’ambito di un lavoro collettivo, su una storia che hai già indagato: mi chiedo se è un progetto a cui avevi già pensato all’epoca dell’uscita di L’Intervista, se questa scelta, cioè, non scaturisca dalla natura del personaggio di Dora?

intervista_chiaroscuro

MF: Quando Christian Raimo mi ha chiesto di fare questa storia breve, io avevo già pensato di voler ampliare l’universo di L’Intervista, soprattutto il personaggio di Dora. Quindi, quando mi ha dato carta bianca, ho pensato che mi sarebbe piaciuto lavorare ancora su quel mondo lì. Poi è chiaro che in un’antologia devi fare qualcosa di minimamente autoconcluso, in modo che possa essere letto anche da chi non conosce quello che viene prima: ho provato il più possibile a dare un’esperienza di lettura che funzionasse anche per chi non conosce il mio lavoro di fumettista, ma non so se ci sono riuscito a pieno. Il mio interesse è quello di ruotare attorno a questo pianeta e, quindi, vorrei sfruttare ogni occasione che mi è data per aggiungere dei mattoncini a questo universo. Continua a leggere

1 commento

Archiviato in Comics, Tutti gli articoli

La luce della crepa. Due parole su L’età della febbre

di Tommaso Ghezzi

1432733264_68_eta_della_febbre_x_giornali

L’età della febbre – Storie di questo tempo (minimum fax, 2015) è lo Scherzo – inteso come movimento musicale di una sinfonia, di solito “allegro” o “vivace”, rispetto al “moderato ternario” del minuetto che solitamente lo precede – della scrittura consapevole contemporanea. Lo ha preceduto, esattamente un decennio fa, La qualità dell’aria; un movimento musicale più pacato, che accompagnava una danza di piccoli passi consequenziali, configuranti l’ovvietà dei gesti che si sarebbero dovuti legare in successione. Curatori sono Christian Raimo e Alessandro Gazioia, editori/critici/autorità che incarnano l’ufficio della qualità letteraria, oggi, in Italia.
Accademia americana dell’impalcatura formale, minimum fax è il veicolo principe della diffusione di americanistica in Italia, sia letteraria che “culturale” (livellatura abulica di cultura alta e cultura bassa, scismi inesistenti tra oculistica critica ufficiale e letteratura di genere, fino a qualche decennio fa posta al margine dello spazio letterario).  E la scuola americana si espone fortemente nelle forme date ai racconti. Per non parlare della dichiarata ispirazione anglosassone del procedimento editoriale all’ufficio della collazione dei testi, della loro elaborazione, della loro apparente programmatica. L’età della febbre si presta ad essere strumento analitico del presente. “Storie di questo tempo” è una linea di coerenza interna, dichiarata dai curatori nell’introduzione, che impiantano un interessante aspetto di correlazione tra la vecchia raccolta e quella nuova; Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura, Tutti gli articoli

Il mito di Twombly

di Marco Malvestio

copertina1

CY TWOMBLY PARADISE

L’imbarazzo che mi prende quando mi ritrovo a parlare di arte (ma anche con la musica è lo stesso) è il solito: la coscienza del fatto che “il commento è inutile, la cosa è lì”, come scrive Littell su Bacon; ma la cosa, in certi casi, rende necessaria la razionalizzazione per iscritto dei sentimenti che suscita. E questo è il caso della mostra di Cy Twombly Paradise, a Ca’ Pesaro (Venezia) dal 6 maggio al 13 settembre. Nonostante le dimensioni relativamente contenute, e la mancanza dei grandi capolavori dell’artista, la mostra riesce a rendere molto bene i vari aspetti della sua produzione, la sua evoluzione nel tempo e la varietà delle influenze.
La scrittura è importantissima per l’opera di Twombly, che incorpora spesso nei suoi dipinti frasi o parole. Queste vengono scelte per associazioni fonica, letteralmente per come suonano, per quello che evocano. A riprova di ciò, ad accogliere il visitatore nella prima sala c’è Ilium (One Morning Ten Years Later) (1964-2000, olio, matita e pastello a cera su tela, 200 x 678 cm), che anticipa la serie di dieci dipinti del 1977 Fifty Days at Iliam basati sulla traduzione di Pope dell’Iliade. Ancora non ci troviamo davanti all’intensità aggressiva dei colori a olio dei suoi dipinti più celebri, ma a una serie di segni a matita nera e rossa che evocano, indistinte, figure in assetto da guerra (gli scudi, le navi) e immagini di morte (le chiazze di sangue), e una fitta rete di nomi propri, al massimo di brevi frasi.

Allo stesso modo Twombly si avvicina al mito. Nel suo riconoscerlo come frammento e nel suo sentirlo nonostante questo (o proprio per questo) un fatto vivente, appare evidente la sua vicinanza a poeti come Pound, Eliot, Saint-John Perse o Ungaretti. Se guardiamo Ilium (One Morning Ten Years Later), ci rendiamo conto senza difficoltà che manca qualsiasi progressione narrativa, qualsiasi illustrazione di eventi precisi: a Twombly interessa evocare, e fa ciò tramite il dispiego di nomi. Non è la memoria che interessa all’artista, ma la forza vera, attuale, di quelle parole.
Si potrebbe correre il rischio di pensare a Twombly come a un collezionista di parole curiose, animato da un gusto antiquario (o, essendo lui americano, esotico) per l’onomastica classica, ma sarebbe un errore. Twombly al contrario è sensibilissimo al potere dei nomi di chiamare a raccolta una pluralità di sensi. È quello che accade nelle sei parti di Leda and the Swan (1980, olio e acrilico su carta, 252,5 x 187,2 cm).

twobly

cigno2 Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Arte, Tutti gli articoli

Solo andata – calling

di Redazione

Nina Leen

Nina Leen

Dopo due domeniche in cui la redazione si è dedicata alla critica dei libri candidati al Premio Strega, la Rubrica Solo andata va in vacanza e riprenderà le pubblicazioni a settembre. La rubrica è nata dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione: quella dei giovani italiani in fuga. Abbiamo raccolto diverse testimonianze, ci piacerebbe continuare a raccoglierne altre. Crediamo che problematizzare questo fenomeno della nuova migrazione, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo dunque un appello, una chiamata ad aderire con la vostra storia. Nel desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e incontro, una narrazione collettiva.
Scriveteci a 404online@gmail.com

Qui di seguito gli articoli precedenti:

1. Vizi di famiglia di Fred Cavermed

2. La valigia di cartone (1)di Fred Cavermed

3. La valigia di cartone (2) di Fred Cavermed

Continua a leggere

1 commento

Archiviato in Migrazioni, solo andata, Tutti gli articoli

#Greferendum: se l’Europa è questo incubo, OXI!

di Giacomo Gabbuti

8252352233_0695ae9dbc_b

Wild drawing (WD), Poverty is the parent of revolution and crime, murale al Politecnico di Atene

Come redazione di 404: File not Found, abbiamo sentito la necessità, in questi giorni decisivi per la Grecia e non solo, di prendere posizione e in qualche modo partecipare, anche su questo spazio online, alle manifestazioni che cercano non solo di sostenere il fronte del “No” in Grecia, ma anche di rendere pienamente chiara la valenza europea di questo voto. Per questo, dal giorno in cui il governo greco ha indetto il referendum, abbiamo condiviso e discusso articoli e prese di posizione che trovavamo su vari media, e abbiamo fatto una lista di ciò che ritenevamo utile segnalare. Il risultato di queste discussioni è questo articolo, che sebbene sia firmato individualmente, nasce come una sorta di ‘conseguenza’ del dibattito di redazione, ed esprime il nostro sostegno al fronte del NO.

A queste latitudini molto si è ciarlato sulla scelta del governo greco di ‘scaricare’ sui propri cittadini una scelta così ‘tecnica’ come l’accordo con i creditori. Tralasciamo qui  la discussione su cosa sia ‘democrazia’ – se gli eschimesi hanno molte parole per dire neve, è normale che in Italia si usi una sola parola per definire cose come governi eletti, governi tecnici e governi Renzi. Restando al merito del referendum, vale la pena ricordare che sin dal programma elettorale del 2012, Syriza – sì, in questo articolo parleremo di “Syriza”, “Governo greco”, e non indistintamente di “Tsipras”, non essendo i termini ancora sinonimi – prometteva ai suoi elettori, testualmente, di “sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei”. Non solo: a prescindere da cosa abbiate letto di professionisti della disinformazione come Fubini (le cui doti giornalistiche sono state definitivamente testate da Matteo Nucci), nonostante una forte minoranza interna anti-euro, la posizione di Syriza è stata sempre chiaramente a sostegno della permanenza della Grecia nell’Unione Europea e nell’Euro. Con la candidatura del suo leader a Presidente della Commissione Europea, e caricando per la prima volta in Europa una campagna politica nazionale di un significato pienamente continentale, Syriza ha promesso ai cittadini greci di andare in Europa per cambiarla – di “salvare l’Euro”, se vogliamo metterla così. Lo ha fatto attirandosi critiche comprensibili da economisti e attivisti alla sua sinistra – entrambe le categorie sono ben rappresentate da Costas Lapavitsas, docente di economia alla SOAS, editorialista del Guardian e parlamentare di Syriza, molto critico nei confronti della linea del governo.

Critiche molto spesso ineccepibili tecnicamente – citando Emiliano Brancaccio, “La migliore ricerca economica sostiene, da anni, che quello dell’eurozona è un progetto nato male, che crea squilibri continui tra paesi creditori e debitori e in prospettiva non è sostenibile”. Sebbene modelli di previsione come quello del Levy Institute evidenzino le grosse difficoltà cui andrebbe incontro la Grecia abbandonando la zona euro, e ricerche come quelle di Riccardo Realfonzo enfatizzano la possibilità di un impatto rilevante sui salari reali, la valutazione dei pro e contro è più complessa di quanto ci vogliano far credere i sostenitori dell’appocalisse (ne parla qui Vladimiro Giacchè). E del resto, le prese di posizione di economisti non certo radicali o eterodossi come Stiglitz, Krugman e Piketty, danno ragione a chi dentro Syriza minacciava di non votare in Parlamento la bozza di accordo proposta dai mediatori greci. Come si trovano a dover ammettere gli stessi creditori (scatenando reazioni anche oltreoceano), persino la loro proposta non renderà sostenibile il debito: Mariana Mazzucato meglio di altri ha provato a suggerire il perché (è comunque interessante leggere la versione greca sui negoziati). Addirittura a Chicago si sente oramai affermare che (punto 18, traduzione nostra) “La Grecia avrebbe dovuto fare default nel 2010. Il peso del suo debito era insostenibile allora, e da allora niente ha cambiato questa situazione. È vero che i mercati finanziari erano all’epoca molto più nervosi, ma i soldi che sono stati raccolti per ripagare i creditori in quel salvataggio avrebbero potuto essere destinati a supportare la Grecia ed altri Paesi in difficoltà. Una volta effettuato il pessimo salvataggio del 2010, era inevitabile che qualche forma di cancellazione del debito si sarebbe resa necessaria. Immaginate quanto le dinamiche politiche in Europa sarebbero state differenti se le banche tedesche e francesi fossero state salvate esplicitamente”. Lasciamo a chi con loro siede a Bruxelles e a chi li vede a capo di nuovi esecutivi ‘tecnocratici’ e ‘responsabili’ la riflessione su come mai chi governava la Grecia nel 2010 non abbia lottato per una soluzione di questo tipo – e perché non lo abbia fatto neanche chi governava l’Europa: rimane il dubbio del perché il governo greco abbia chiesto un mandato elettorale per condurre mesi di trattative estenuanti con la prospettiva, anche in caso di vittoria, di prolungare solo un altro po’ l’agonia del popolo greco. Messa in altri termini, come mai Syriza ha promesso di riformare l’Unione per rimanerci dentro? Avendo come unica “arma” la propria estrema debolezza e il richiamo ai valori fondativi dell’Europa, le trattative svoltesi sinora sembrano dimostrare come fosse un risultato impossibile da ottenere. Le prossime ore, dalle quali è possibile aspettarsi relativamente di tutto, daranno modo di valutare davvero l’operato del governo greco, ma al momento qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi se il governo greco sia arrivato intenzionalmente fino a questo punto (‘mentendo irresponsabilmente’), o se fosse genuinamente convinto (‘ingenuamente’) di poter strappare un accordo realmente migliore. Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in Politico, Tutti gli articoli

Lo spaesamento. Una giornata all’Expo

(Riproponiamo un articolo pubblicato su minima&moralia il 16 giugno scorso)

(Fonte immagine)

di Valerio Valentini

Sul monitor di una delle sale principali del Padiglione Zero, dall’alto verso il basso in una pioggia ininterrotta, scorrono frutti e ortaggi di ogni tipo.

«No, non è Ninja Fruit»

Una volontaria in divisa si affanna nel tentativo di allontanare alcuni bambini assiepati attorno allo schermo: ci tracciano sopra dei segni invisibili con le dita, e si stupiscono che i vegetali non esplodano. Alle pareti della stanza sono incastonati dei contenitori, ognuno dei quali è riempito con vari tipi di legumi: la gente osserva, fa foto, cerca di dare un nome a tutti quei semi colorati.

La nostra attenzione – la mia e quella di Gabriele, un amico milanese che mi accompagna – è attirata però da un altro volontario. Avrà non meno di sessant’anni, piuttosto tarchiato, e con la sua mise sportiva, con la sua felpa bianca e blu, è già di per sé abbastanza comico. Il suo compito è quello di regolare il transito dei visitatori attraverso una sorta di piccola sfera sul cui soffitto vengono proiettati dei chicchi di mais, e lui ha tutta l’aria di voler assolvere con zelo l’incarico che gli è stato assegnato. Forse, addirittura, con un po’ troppo zelo, dal momento che non solo si sbraccia in maniera nervosa, ma lancia improperi contro chiunque indugi all’interno della sfera, magari interrogandosi sul suo significato, per più di qualche secondo:

«Diamoci una mossa, non è che possiamo stare qui in contemplazione. Possibile che si crea sempre tutta ‘sta fila? Se continuate così – e già si vede direttore del Padiglione – da domani la chiudiamo ‘sta cosa, e la facciamo finita una buona volta»

Questo, più o meno, è quello che dice. Più o meno, perché in realtà il tutto viene detto in un siciliano assai aspro, che suscita delle espressioni interdette sui volti di una comitiva di francesi.

Nell’atrio successivo è stato ricostruito uno scorcio artificiale di campagna, con un casolare diroccato e un piccolo campo arato: in molti ne calpestano le estremità, per capire se si tratta di terra vera. Un lungo corridoio, ai cui lati ci sono plastici di varie fattorie, fabbriche, città, conduce in quella che deve essere la riproduzione di una sala di contrattazione della borsa, con una intera parete costituita da decine di monitor su cui compaiono numeri e grafici, oltre a scritte del tipo: «Il mercato alimentare: realtà VS astrazione», oppure: «L’eccessiva volatilità dei prezzi minaccia la sicurezza alimentare». Dietro la parete, un enorme ammasso di finta frutta e di finta verdura al macero: una discarica sintetica, lugubre prodotto – stavolta pare chiaro il sotteso messaggio educativo – delle speculazioni finanziarie sul cibo e sui prodotti agricoli. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Tutti gli articoli

#Strega2015 | Wanda Marasco, Il genio dell’abbandono

marasco

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Silvia Costantino

Chi ha già letto qualche titolo di Neri Pozza ha avuto modo di farsi un’idea di questa casa editrice: molto raffinata, con la sua bella copertina di cartoncino rigato e una grafica sobria; contenuti ben curati, scelte editoriali attente ed eleganti. Ciò che ha portato Neri Pozza alla ribalta è stato il filone del romanzo storico-artistico: con La ragazza con l’orecchino di perla, la casa editrice ha trovato la propria nicchia di riferimento. E tuttavia è riduttivo fermarsi a questo tipo di romanzi (per quanto le sterminate produzioni di Tracy Chevalier e Susan Vreeland restino probabilmente colonne portanti): nella rosa di autori dell’editore ci sono il fortunato David Nicholls, e Machado, e Ben Lerner, e scopro sfogliando il catalogo che Neri Pozza pubblica le opere di David Benioff e Julian Fellowes, tra cui il romanzo di Downton Abbey; che ha opere di vario genere ma tutte evidentemente selezionate e trattate con cura e attenzione, per mantenere un livello medio-alto.

Da quello che ricordo, una delle caratteristiche peculiari di questo editore è la leggibilità: anche parlando degli arazzi intessuti del medioevo francese, o di tristi storie con bambine e certose, la scrittura di questi romanzi si manteneva sempre piana e leggibile, assecondando i tempi tipici del racconto, senza mai arrivare a uno sperimentalismo linguistico o narrativo. Per questo mi sono stupita quando, iniziando Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco, ho trovato una prima pagina quasi interamente in dialetto napoletano, e ho continuato a stupirmi vedendo che il romanzo proseguiva tutto impostato su questa commistione. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura

#Strega2015 | Vins Gallico, Final Cut, l’amore non resiste

gallico

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Francesca Lorenzoni

Il libro edito da Fandango è la seconda prova dell’autore calabrese classe 1976 Vins Gallico. Final Cut, l’amore non resiste – o non “esiste”, come suggerisce la perspicace grafica della copertina, non è riuscito a piazzarsi nella cinquina di quest’anno.
Il protagonista del libro, che parla sempre in prima persona e di cui non conosciamo il nome, è un giovane romano che dopo aver abbandonato gli studi di psicologia decide per l’impiego nella ditta di trasporti di famiglia. Dopo qualche anno passato lavorando come corriere, e grazie all’arrivo di un’inaspettata eredità, decide di mettersi in proprio e di portare avanti un suo personalissimo progetto. L’idea nasce quando il cugino Ludovico tronca la sua relazione con la sfrenata barista Claudia, che ha infine ceduto alle lusinghe del suo capo. Ludovico deve, così come vuole la prassi di qualsiasi rottura, riconsegnare a Claudia le cose che lei ha lasciato nel suo appartamento. Non solo le vuole riconsegnare, ma vuole eliminare qualunque traccia della presenza di lei dalla sua vita.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura, Tutti gli articoli

#Strega2015 |Clara Sereni, Via Ripetta 155

cover via ripetta 155

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Chiara Impellizzeri

Candidato nella dozzina dello Strega, ma attualmente fuori competizione, Via Ripetta 155 di Clara Sereni ci racconta la giovinezza dell’autrice, figlia dello storico dirigente del PCI, nel decennio che va dal 1968 al 1977. Le date che circoscrivono questo memoir sono doppiamente simboliche: da un lato scandiscono classicamente il passaggio dall’utopia del Sessantotto al cupo clima del terrorismo, dall’altro raccontano una diversa e privata storia d’emancipazione. Il libro infatti si apre l’anno in cui la giovane Clara si distacca dalla famiglia per andare a vivere nello sgangherato appartamento di via Ripetta, e si chiude il giorno del trasloco in una nuova casa dove costruire un diverso nucleo familiare, con un uomo che è «un compagno» e non «un padre». Tra le due date, l’esperienza libertaria degli anni Sessanta-Settanta, con la costituzione di una sorta di grande famiglia allargata di amici, conoscenti e compagni: un legame generazionale che si riflette nell’uso del «noi» in numerosi passaggi di un racconto autobiografico altrimenti condotto in una classica prima persona singolare.

Il romanzo attraversa un decennio di Storia, cercando di incrociare piccolo e grande, privato e pubblico: gli incidenti quotidiani del condominio di via Ripetta, gli amori, il lavoro, il primo romanzo, la vita dell’élite intellettuale di sinistra esterna al PCI, le manifestazioni, il referendum sul divorzio, Brescia, Piazza Fontana, il Cile o il Watergate… Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura, Tutti gli articoli