Curare il dissenso. Su I matti del Duce di Matteo Petracci

di Giacomo Gabbuti

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Sono stato interdetto a seguito dell’internamento arbitrario in manicomio. Sono stato escluso dai diritti civili, minorato moralmente, rovinato fisicamente e intellettualmente con la sottrazione di dieci anni di esistenza. Il giudice competente deve sentenziare ora che quella diagnosi deve essere distrutta, perché soltanto con la restituita integrità morale e civile la libertà ha valore. Ciò che chiedo è giustizia, e non solo per me, ma anche per la sostanza stessa della riparazione di un arbitrio, dai pericoli del quale in un paese civile tutti i cittadini devono sentirsi al riparo.

Così scriveva Giuseppe Massarenti – sindacalista, tra gli iniziatori del movimento cooperativo e primo sindaco socialista del suo comune, Molinella; simbolo di un certo riformismo italiano che avrebbe attirato attenzioni anche da fuori l’Italia ma, soprattutto, tra le squadracce fasciste ferraresi e bolognesi. Massarenti, noto come il “Santo” del socialismo italiano, scriveva così allo psichiatra Ferdinando Cazzamalli, socialista anch’esso, che si era interessato del suo caso nel dopoguerra. Dopo esser stato “deposto” dagli squadristi nel 1921, scacciato da Molinella, mandato al confino, impossibilitato a procacciarsi mezzi per il sostentamento, Massarenti viveva a Roma nella più assoluta miseria. Una mattina del settembre 1937 venne prelevato dalla Pubblica Sicurezza, e condotto prima in Questura, poi al Policlinico. Tenuto in osservazione per dodici giorni nella Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università, venne dichiarato soggetto a “delirio paranoico”, ed internato nel grande manicomio romano del Santa Maria della Pietà. Lì restò fino alla liberazione di Roma, nel 1944, quando ricevette la visita di Pietro Nenni e Palmiro Togliatti – e vi sarebbe rimasto pure dopo: era infatti intenzionato a non uscire dal Santa Maria della Pietà finché non avesse ottenuto l’annullamento della sentenza e della perizia che ne avevano decretato l’internamento. Continua a leggere

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Fino a qui tutto bene. Davvero?

[Ripubblichiamo questo articolo uscito su minima&moralia il 19 aprile 2015]

di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.

«Piuttosto, che programmi hai per stasera?»

«Pensavo di andare a cinema, a vedere Fino a qui tutto bene»

«Ecco, tanto per non sciropparsi un altro po’ d’angoscia …»

«È una commedia»

«Sì, ma è una commedia sull’angoscia post-laurea. No grazie»

È un peccato che non sia voluta venire a cinema: sono convinto che Fino a qui tutto bene le sarebbe piaciuto. E non perché, in effetti, non fosse un film sull’angoscia post-laurea. L’angoscia c’è, è il basso continuo cha accompagna il racconto degli ultimi, folli giorni di vita universitaria dei cinque protagonisti; eppure, paradossalmente, quell’angoscia resta sul fondo della vicenda, presenza costante ma ignorata, e le poche volte in cui prorompe in primo piano, viene puntualmente aggirata. Continua a leggere

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Solo andata

4. Italia, paese per vecchi. Berlino, the place to be?

di Giuseppe Colucci

Berlin #6

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Questo articolo è uscito su Kim il 15 gennaio 2015.

Il 2015 si è aperto, in Italia, sotto il segno di un maggiore ottimismo rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, se comparato con la maggior parte degli altri inquilini europei, il nostro continua a essere un paese per vecchi.
La diaspora dei giovani italiani che ogni anno si trasferiscono all’estero ha dati allarmanti, anche se oramai consolidati. Centomila persone, secondo l’Aire, hanno lasciato l’Italia nel 2013, con un trend del +71,5% rispetto all’anno precedente. Trend che non si è certo arrestato nel 2014, tutt’altro.
Le caratteristiche dell’italiano in fuga degli anni dieci del duemila è un misto tra l’esodo dei cervelli dei due decenni precedenti e l’ondata di italiani emigrati a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta come manodopera, in Belgio, Germania, Svizzera. Oramai l’Italia la lasciano tutti: neo-laureati e operai, a braccetto. Il 60% scelglie di restare in Europa, dove è la Gran Bretagna a farla da padrona sul piano degli arrivi, con la Germania al secondo posto e la Svizzera al terzo.

In particolare, tra le mete più ambite che i giovani italiani – così come moltissimi coetanei europei e non – eleggono a propria mecca c’è Berlino. Il motivo? La capitale all’ombra del Fernsehturm è una città giovane, cosmopolita, con una cultura molto bohemien. Berlino è oggi quel famoso place to be che era New York tra gli anni Settanta e Ottanta o Londra nel decennio successivo. La capitale tedesca è una startup in divenire, una città che cambia sotto la spinta delle decine di migliaia di italiani, francesi, spagnoli, americani, svedesi, russi, polacchi e altri immigrati che ogni anno la popolano, modificandone la fisionomia e anche un po’ l’anima. Lo spirito di Berlino è quello di una città contro per antonomasia, una città che se ne infischia delle regole vigenti nel resto della Germania, e in cui le sofferenze di decenni di storia recente giustificano, in un certo senso, l’apatia, la mancanza di volontà di crescere, di diventare grande e autonoma. Continua a leggere

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Solo andata

3. La valigia di cartone (parte 2)

di Fred Cavermed

pane e cio

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Last call for passenger Hutchingson. Passenger Hutchingson, please proceed urgently to gate B34. Gli altoparlanti risuonavano attraverso il duty free fino al ritiro bagagli chiamando un passeggero anglofono smarrito probabilmente tra i liquori e le cartucce di Marlboro, mentre una hostess ed un pilota sfilavano veloci in senso contrario. «Et alors le concours de ton fils, ça a été?» Il ritiro bagagli si nascondeva dietro una porta di vetro ed un tornello. Quando Fabio entrò fu accecato dal riflesso bianco dei neon sui tappeti lucidi che giravano come un carillon. Aspettò il suo zaino, lo prese, se lo mise in spalla e se ne andò, senza guardarsi indietro. Quando arrivò a casa prese un caffè con la sua coinquilina e inviò un’email ai suoi genitori per dirgli che il viaggio è andato bene, sono arrivato. buona notte. La sua posta elettronica era piena e segnò gli impegni per i giorni seguenti, il che gli ricordò che aveva un lavoro e che era stressato. «Hai fatto bene Fabio, hai fatto bene. Te ne sei andato al momento giusto, io anche sto pensando, sto seriamente pensando di andare via dall’Italia. Mi considero già con un piede sull’aereo». Non ce la fa più Massimo, senza lavoro sta per impazzire. Durante le vacanze appena finite, varie novità: la ragazza di Giacomo è andata in depressione e ha cominciato a prendere degli psicofarmaci, Paoletto continua a farsi le canne sul balcone di casa quando i genitori sono andati a letto, Sabrina ha trovato lavoro come interinale fino al mese prossimo ed è contenta perché ha finalmente i soldi per stampare le sue foto. E provi rancore, Fabio, per questo paese che non ha saputo dare un futuro alla tua generazione, provi rabbia per i giovani in depressione, per i crolli psicologici, per le coppie che si frantumano, per queste vite sconclusionate che i tuoi amici vivono. Ti lavi la faccia con l’acqua fredda cercando di strofinare bene gli occhi e le labbra e sussurrando con la gola che la odi, l’Italia. Continua a leggere

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Solo andata

2. La valigia di cartone (parte 1)

di Fred Cavermed

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[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Questa è la cartolina che la zia di mio padre, Giovannina, inviò da Genova alla sua famiglia il giorno precedente il suo imbarco per l’Argentina. Era il 1951 e Giovannina avrebbe viaggiato sul piroscafo con due dei suoi tre figli (la terza sarebbe nata nel Nuovo Continente) prima di ritrovare suo marito, Francesco, con il quale si era sposata qualche anno prima. Penso che avessero trascorso, fino a quel momento, la maggior parte del loro matrimonio separati dall’Oceano.

Uno dei loro figli si chiama Giovanni, proprio come mio padre e tanti altri dei loro cugini. Poi, senza che ci fosse nessun nome da tramandare, Giovanni e Giovanni hanno dato ai loro figli lo stesso nome, puramente per caso. Così, oggi ho un cugino di secondo grado dall’altra parte dell’Oceano che si chiama come me e che tifa Boca Juniors.

È stata mia nonna a mostrarmi questa cartolina, un giorno in cui avevamo aperto insieme una vecchia scatola di scarpe sotterrata sotto dei bei vestiti ormai inutilizzati: foto della sua famiglia, del suo defunto marito, altre inviate per posta dall’Argentina, un vecchio ritaglio di giornale con una notizia dell’immediato dopoguerra di un padre ed una figlia colti alla sprovvista da un temporale durante una giornata di mietitura e morti per folgorazione. Non è un album di famiglia, sono frammenti di ricordi e di vita sparsi su un letto, di fronte ad occhi che si sforzano di ricucire ogni toppa.

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Solo andata

1. Vizi di famiglia

di Fred Cavermed

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[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Rocco Siffredi è un nome d’arte. L’ho scoperto tempo fa, guardando un vecchio film francese, Borsalino in cui due amici fedelissimi realizzano negli anni Trenta la loro scalata nella malavita marsigliese. Si chiamano François Capella (Jean-Paul Belmondo) e Roch Siffredi (Alain Delon). Sono i protagonisti, di origine italiana, di una storia di gangster e sparatorie nei quartieri più popolari del porto mediterraneo.

Di origine italiana è anche Fabio Montale, il poliziotto protagonista dei gialli di Jean-Claude Izzo. Nasce in mezzo alla malavita marsigliese, con la quale mantiene dei forti legami dopo esser passato dall’altra parte della barricata. Vive sul mare, va in barca quando è triste, combatte il crimine, ma non giudica i criminali, di estrazione popolare come lui. Di quell’immigrazione italiana a Marsiglia, nella realtà fatta per lo più di lavoratori portuali, oggi resta soprattutto una gran quantità di cognomi sui citofoni, tra altri nomi algerini, marocchini, armeni, comoriani, spagnoli. Eppure c’è una nuova popolazione che parla italiano nelle strade di Marsiglia. È strano. Sono, siamo giovani. Sono, siamo tanti.

Niente sparatorie: io a Marsiglia ci sono arrivato con l’erasmus. Niente poesia: io in Francia ci sono rimasto dopo aver calcolato che qui la vita da fuori sede mi sarebbe costata meno che a Roma. Continua a leggere

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La prima magia è la parola. Su Tutti gli altri di Francesca Matteoni

di Silvia Costantino

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Quello che ci raccontavamo era una fatale premonizione di noi stessi, esseri non ancora adulti che si ostinavano a credere alle figure dei fumetti, dei libri di mitologia, che tentavano di portare un po’ più in là, nella veglia, le verità del sogno.

Come per molte narrazioni, se si parla della trama di Tutti gli altri, esordio narrativo di Francesca Matteoni per Tunué, si rischia di sminuirne la portata. Eppure è proprio la trama che innesca la potenza della narrazione: una serie di microtraumi che definiscono il percorso esistenziale e la formazione di una bambina, che diventa donna e infine, nell’ultimo capitolo, torna a essere bambina. Nel breve paragrafo citato in apertura c’è l’inizio della storia, della protagonista che vive in un mondo tutto suo e opposto a quello degli altri, dei ‘grandi’ che non parlano la sua lingua e non sono in grado di comprenderne le istanze, e c’è il futuro: la ricerca costante di una dimensione altra anche in età adulta, la resistenza alle asperità della vita, l’indagine in una interiorità complessa e frammentata, con numerose zone oscure. La storia di una giovane donna, un altro bildungsroman forse.
Ma solo forse, perché questo libro è multiforme e cangiante e non cede alle definizioni. A partire dal genere: è giusto definire Tutti gli altri un romanzo? Forse no, se come l’autrice stessa afferma si tratta di varie prose rielaborate nel corso del tempo, e poi assemblate in modo che assumessero una sequenza precisa – forse una sequenza logica, senz’altro cronologica, ma qualcosa, soprattutto nelle smagliature temporali degli ultimi racconti, lascia dedurre che non fosse poi così necessario un ordine temporale. La narrazione è infatti costruita per strati, in una progressione ondulatoria che alterna stralci di durissima realtà a una dimensione onirica e surreale.
In assenza (e non è un male) di una definizione precisa, azzarderei che questo libro sia concepito principalmente come una raccolta di versi in cui è predominante un tema, un discorso, che però segue e si declina in vari corsi e cambia faccia – ogni brano mantiene una sua identità, ma è inalienabile dal tutto. Continua a leggere

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La forma dei desideri rovesciati. Su alcuni temi della distopia russa e angloamericana

di Daniele Iozzia

M.C.Escher, Specchio Magico

M.C.Escher, Specchio Magico

La necessaria comprensione del concetto di distopia non può non passare attraverso un confronto con il suo immediato referente, vale a dire “utopia”. Sebbene etimologicamente opposti, i due termini vanno considerati in maniera congiunta. L’idea di “utopia” (lett. “luogo che non esiste”) si fonda su una polivalenza semantica di base, dal momento che essa può essere considerata da un punto di vista filosofico, estetico, politico, economico, religioso o tecnologico-scientifico. Comune, tuttavia, all’insieme delle sue accezioni è una configurazione dell’assetto sociale fondata su una realizzabilità ideale e non raggiungibile, pura e fallace proiezione di un desiderio individuale, proprio dell’utopista. Ragionando in termini estetici, l’utopia è una forma artistica connessa a periodi storici determinati, in particolare ai tempi che precedono momenti di rottura come crisi politiche e istituzionali. Al contrario, il termine distopia (o antiutopia) esprime l’idea di una vita associata giudicata non auspicabile da ogni ottica. Storicamente, l’utopia negativa appartiene alle creazioni concepite in epoche di eventi imprevisti o pragmaticamente irreversibili, come ad esempio i vari totalitarismi, organizzati secondo un rigido paradigma monocausale, per cui la forma in questione diventa la registrazione della paura di oppressione che è conseguenza dell’imposizione del regime. Una differenza fondamentale tra paradigma utopico e paradigma antiutopico consiste, pertanto, nella differenza del punto di vista dell’autore: egli, infatti, garantisce la sfumatura timbrica (sia essa positiva che negativa) del progetto delineato e affrontato.

Oggetto di indagine del filone utopico e distopico è la morfologia di una rinnovata organizzazione della società basata su bisogni, aspirazioni e desideri considerati più o meno fondamentali. Un punto nodale per la comprensione di questi generi consiste nello scompenso che viene a crearsi tra due modi di percepire l’esistenza: il primo si rifà alla realtà comune propriamente intesa, ossia al mondo colto dai sensi e dalle categorie di pensiero dell’autore dell’opera; il secondo, invece, si richiama alle leggi (esplicite o implicite) che stabiliscono la logica governativa di una realtà ulteriore che è frutto della fantasia autoriale. Una prima componente importante della forma distopica risiede nella sua caratterizzazione politica: per procurare la giustificazione necessaria allo stato di cose presente disegnato dal progetto occorre far ricorso a un’azione di propaganda e di persuasione. Quest’ultima, generalmente, viene ottenuta tramite dimostrazioni serrate e incontrovertibili, tanto che una componente essenziale della distopia consiste proprio nell’uso esasperato delle facoltà razionali. Al contrario di quanto accade nella società reale, per cui i più forti riescono in un primo momento a imporsi con la forza per poi successivamente “consacrare” il loro dominio tramite il diritto, nella distopia, invece, si riscontra il processo opposto: l’imposizione del diritto naturale della ragione è precedente alla consacrazione della forza dell’assetto reale. Inoltre, a differenza dell’utopia, i cui contenuti progettuali condivisi sono interpretati come concretizzabili perché ritenuti buoni e vantaggiosi per tutti, l’antiutopia riflette il timore e la preoccupazione dell’autore, il quale accentuerà la valenza caricaturale della distopia, ossia di un mondo grottescamente rovesciato, poiché ritiene che la sua realtà sia lontana dall’esito raffigurato, disponendo quest’ultima dei correttivi storici, etici e giuridici in grado di scongiurare la conclusione negativa illustrata nell’opera. Continua a leggere

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Bonsai #39 – Marco Peano, L’invenzione della madre 

di Martina Moramarco

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Autopsia del tristo mietitore

“Era come se la pittura fosse stata un esorcismo. […] Si era messo a dipingere per cercare di liberarsi della consapevolezza che si nasce per vivere e invece si muore?”. Così l’Everyman di Philip Roth riflette sulla sua esistenza cinica e sostanzialmente inutile sulla terra. È sempre facile cogliere il suggerimento che sia l’arte quell’uncino di salvezza al quale annodare la matassa dell’esistenza per darle un senso. E in questa direzione sembra muoversi l’opera prima di Marco Peano, “L’invenzione della madre”, ultima fatica, fresca di stampa da minimum fax. Sin dal titolo, un invito a interrogarsi sulla parola e sul mondo. Invenzione nel senso primo, immediato, di creare dal nulla qualcosa di fantasioso, irreale, lontano dal vero. Eppure, scavando a fondo di quello stesso senso, invenzione è termine che ha le sue antiche origini – la sua materna radice – nell’invenio latino che richiama all’azione della scoperta, al trovare, quasi per caso, il suo oggetto, infine anche a conoscerlo. L’oggetto qui è “la” madre. Non la parola familiare che impariamo per prima, il suono caldo, accogliente, salvo di “mamma”. Il sinonimo comune e quotidiano non compare, quasi, nel romanzo che invece racconta la vita segnata dalla morte di una donna malata terminale che si trova ad esser madre di Mattia. La storia, dunque, è affidata a un narratore, sì, eterodiegetico eppure tanto vicino al personaggio del figlio, Mattia, da spandere una luce fioca intorno alla sua quotidiana esistenza in un paese di provincia a partire dal momento del ritorno a casa della madre dall’ospedale, dopo un ultimo intervento, fallimentare, per contenere un tumore. Nel racconto di ogni giorno di vita e di malattia si intrecciano presente e passato, storie familiari e racconti cinematografici, che fanno parte dell’immaginario di Mattia, aspirante regista e commesso di una videoteca. Dei due anni che contengono la vicenda, dalla prospettiva di Mattia, si raccontano l’evoluzione del male e il suo drammatico, atteso epilogo, e ci si spinge oltre il tempo della morte. Come un reduce, Mattia ridiscute il suo presente, assiste alle trasformazioni inevitabili della vita, sopravvive.

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Per favore, non facciamo gli eroi. Da Carver a Birdman

di Pier Giovanni Adamo

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«Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno.

Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci,

nemmeno quando la stanza diventò tutta buia»

Il tramonto è una cosa definitiva.

L’ultimo film di Alejandro Gonzaléz Iñárritu circonda, innanzitutto visivamente, attraverso i piani sequenza continuamente in movimento, la catastrofe privata di una celebrità in declino della Hollywood anni Novanta che, contro le aspettative degli altri, e innanzitutto di se stesso come altro – appunto Birdman, il supereroe in maschera e costume di latex che lo ha reso famoso e la cui voce lo tormenta a distanza di vent’anni – ha deciso di adattare il racconto del 1981 di Raymond Carver, What we talk about when we talk about love, che si chiude con queste parole. Si chiude, cioè, sulla sparizione della luce: l’oscurità, annunciata lungo il corso della narrazione e finalmente compiuta, inghiotte i quattro protagonisti. Come su un palcoscenico su cui si spenga l’ultimo fanale, prima che cali il sipario, quando attori e pubblico non hanno alternative se non rimanere immobili, a sentire il proprio respiro, il battito del cuore di ognuno. Nella sala gremita del Saint-James, il polveroso teatro in cui è ambientata buona parte della pellicola, a fine spettacolo, dopo il colpo di pistola che chiude la versione teatrale, l’inquadratura, per una volta, si ferma a fissare la platea, circondata solo dal suo “rumore umano”, prima degli applausi.

La scelta dello scrittore americano, da parte degli sceneggiatori, non deve essere stata casuale. Ancora prima di venire a sapere di come Riggan Thompson, il protagonista, vorrebbe riabilitare la sua carriera e redimere la sua vita, coinvolgendo quel che resta di una famiglia in frantumi, colleghi depressi e insicuri, un produttore nevrotico, attraverso il teatro e la letteratura, gli spettatori vedono comparire sullo schermo, durante i titoli di testa, una poesia di Carver, Late fragment, tratta dalla raccolta A new path to the waterfall: è inevitabile domandarsi perché il regista decida di far incominciare la sua storia con quelle parole. Chiedersi, cioè, qual è la funzione della scrittore americano in questa storia di esistenze pericolanti, in attesa di un gesto eroico che in fondo sanno non arriverà mai. Continua a leggere

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