L’assenza come isotopia narrativa. Su Svanire di Deborah Willis

di Francesca Lorenzoni

Foto di Margarida Paiva

Foto di Margarida Paiva

[Deborah Willis è in tour in Italia proprio in questi giorni. “Svanire” verrà presentato a Siena, alla presenza dell'autrice, dalla giornalista Annalisa Coppolaro e dalle traduttrici Anna Baldini e Paola del Zoppo oggi, 22 maggio, presso la Libreria Bookshop alle ore 17,15. Le altre date potete trovarle qui]

Deborah Willis è una giovane scrittrice canadese nata e cresciuta a Calgary. Vanishing and other stories, il suo primo libro, è uscito in Canada nel 2009. In Italia è stato pubblicato nel 2012 con il titolo Svanire da Del Vecchio Editore, nell’ottima traduzione di Anna Baldini e Paola del Zoppo.

Un primo dettaglio su cui vorrei soffermarmi prima di procedere, riguarda il fatto che questo è l’esordio narrativo della scrittrice canadese, classe 1982, e si tratta di un dettaglio da non trascurare quando capita di trovarsi di fronte ad un’opera prima così paradossalmente matura nella sua intensità, nella composizione narrativa e nelle scelte stilistiche. La prosa di Deborah Willis ha essenzialmente due grandi punti di forza ben riassunti nel commento di Alice Munro riportato in quarta di copertina dell’edizione italiana: «la gamma emotiva e la profondità di queste storie, la chiarezza e l’abilità compositiva sono stupefacenti». E infatti:

«La gente semplicemente scompare. Mia moglie se n’è andata. Mia madre ha raggiunto una vecchiaia robusta. E mia figlia la vedo solo raramente. […] Non sono uno di quei padri che sta sempre a chiamare e inviare e-mail, ripetendo quanto sentono la mancanza dei figli. Non indosso i miei bisogni in pubblico. […] Il fatto è che talvolta la gente torna. Tornano proprio quando ormai pensavi che se ne erano andati per sempre, quando hai perfino smesso di sentire la loro mancanza». (pp. 124-125)

Svanire è una raccolta di quattordici racconti basati su di una semplice isotopia narrativa manifesta già nel titolo. In ognuno di questi racconti, infatti, qualcuno o qualcosa è scomparso, viene a mancare, è altrove. Continua a leggere

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Kafka on the Road – il debutto europeo, tappa #1

di Daniele Zinni

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Beautiful but Empty, il primo album dei Kafka on the Shore, è uscito il 18 gennaio scorso. A meno di sei mesi da allora, il gruppo milanese di pirate Mexican porn rock è già in partenza per la sua prima tournée europea: nove date (forse più) in tre settimane tra Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino e altre città in Germania.
Ma questi Kafka, chi sono? Stelle nascenti o meteore? Ci diamo all’astronomia e proviamo a capirlo, unendoci al Beautiful but Empty Tour e raccontandovi del gruppo, della sua musica, della sua avventura on the road tra le grandi capitali europee.

È la notte tra sabato e domenica, mentre scrivo questi primi appunti di viaggio. Siamo a bordo del furgone dei Kafka on the Shore – un Ducato bianco che ho proposto di chiamare, in onore di David Bowie, il Ducato Bianco. (Devo capire al più presto se i Kafka apprezzano il mio umorismo, o se rischio di essere abbandonato in autostrada come un cane.)

Emblema di 24 ore passate a correre

Emblema di 24 ore passate a correre

Siamo di passaggio in Francia, diretti in Inghilterra per il primo concerto della tournée. Stando al navigatore, dovremo correre ancora dieci o dodici ore no-stop, per arrivare a Londra in tempo. Non farcela sarebbe il culmine, o forse il fondo, di una giornata e mezza di ritardi per la band.

Ieri sera dovevano presentare il video del primo singolo, Bob Dylan, allo Studio 75 di Milano, dopo un loro concerto: la clip però è arrivata tardi, in un formato che al locale non potevano leggere, e la presentazione è saltata. I Kafka stessi sono arrivati in ritardo per il soundcheck, e poi hanno sforato di venti minuti con la loro esibizione, che pure ha convinto e coinvolto; i Cosi (sic), che erano in scaletta dopo di loro e dovevano essere la band principale della serata, sono dovuti salire sul palco all’una e se la sono presa parecchio. Il loro cantante/chitarrista Marco Carusino, noto per aver suonato nei dischi solisti di Morgan, ha letteralmente smattato: porte sbattute, scatoloni calciati, sfuriate varie.

I Kafka on the Shore durante l'esibizione allo Studio 75 (Milano): da sinistra, Vincenzo Parisi, Elliot Schmidt, Daniel Winkler

I Kafka on the Shore durante l’esibizione allo Studio 75 (Milano): da sinistra, Vincenzo Parisi, Elliot Schmidt, Daniel Winkler

Il gruppo sta attraversando e gestendo una serie di situazioni complesse e tensioni (non ultima quella col mio umorismo), in un momento di grande eccitazione per la partenza. A livello economico ed organizzativo, il tour ha rappresentato e continuerà a rappresentare, ogni giorno, un notevole esercizio di problem solving. Tornerò a parlare di questo aspetto più in dettaglio, nelle prossime puntate di questa serie: per ora è presto, ci sono stati diversi cambi di programma, e non ho avuto tempo per acquisire più informazioni di quelle che mi sono cadute addosso.

Ma torniamo alla questione dei ritardi: ho raggiunto i Kafka on the Shore venerdì sera, per il loro concerto allo Studio 75. Con l’avanzare della serata, l’orario di partenza è stato progressivamente rivisto, da “verso mezzogiorno” a “minimo le sedici”. Alle cinque del mattino, quando eravamo ancora lontani dall’andare a letto, Fred ha sentenziato: “Da questo momento, siamo in ritardo per il soundcheck a Londra”.

Freddy Lobster, chitarrista dei Kafka on the Shore, in una stazione di servizio svizzera

Freddy Lobster, chitarrista dei Kafka on the Shore, in una stazione di servizio svizzera

Scherzava, per fortuna, perché ci sono volute altre sedici ore prima che mettessimo ruota in autostrada, alle ventuno di sabato. Il pomeriggio è stato un trottolare estenuante che ha portato il furgone – guidato da Vincenzo, il tastierista – a raccattare gli altri componenti e i loro bagagli da Villapizzone a Porta Genova, Porta Venezia, Gioia, Affori, Sesto San Giovanni, ancora Affori e di nuovo Villapizzone. (Se la geografia di Milano non vi è familiare, sarà forse sufficiente sapere che ci sono volute più di cinque ore, durante le quali abbiamo caricato e scaricato strumenti musicali, valige, cibo, e un’intera fila di sedili. Il tutto, sotto una pioggia della Madonnina.)

Daniel entusiasta dell'arrivo in Inghilterra

Daniel entusiasta dell’arrivo in Inghilterra

Tra i momenti salienti:

17.55 – Elliot, il cantante, propone di salire col furgone sul Duomo, urlando come tifosi e agitando bottiglie di birra dal finestrino.

22.41 – Fred, il chitarrista, tenta di accordare un’anatra di gomma per riprodurre l’assolo di un loro pezzo, Walt Disney.

Arriviamo al casello, Vincenzo si rivolge alla casellante: “Siamo musicisti, suoniamo anatre di gomma” – e Fred aggiunge: “Se Chopin vivesse oggi, suonerebbe ‘sta roba qui”.

23.38 – Vincenzo esprime sconfinata ammirazione per Nino Manfredi, Jude Law, Alberto Sordi e diversi altri. Io mi sarei preso gioco dei suoi gusti; Elliot invece vede più a fondo, e prende direttamente in giro la tendenza di Vincenzo a esagerare: a fidarsi di lui ci sono schiere foltissime di attori, calciatori, tiramisù che sono immancabilmente “i migliori del mondo”.

00:30 – Daniel, il batterista, riesce a dormire, attirandosi le invidie di tutti.

5.10 – BAM! “Che è successo?!”

Abbiamo investito un cervo, un cerbiatto, qualcosa del genere. Piccolo danno al furgone, nessuna notizia della vittima. Notifichiamo l’accaduto alla prima stazione di servizio, guadagnandoci un “Cose che succedono” come fossimo andati a cercare conforto.

13.11 – Vincenzo e Fred offrono un CD gratis all’agente della dogana inglese, il quale fa loro notare con simpatia che ciò potrebbe configurarsi come tentativo di corruzione.

14.15 – Usciamo dall’Eurotunnel. Ci toccherà guidare il Ducato Bianco all’inglese, dal lato sinistro della strada: non sarà comodo, ma tocca sbrigarsi se vogliamo arrivare in tempo per il soundcheck.

16.00 – In lontananza si comincia a vedere Londra. Senza traffico, potremmo forse arrivare entro il quarto d’ora accademico, ma ci sono delle file spaventose. Emozione per l’arrivo, insomma, ma forte delusione per il ritardo.

16.55 – Come dei veri Phileas Fogg, i KotS scoprono all’ultimo momento di aver vinto la loro scommessa e di essere arrivati a Londra in tempo. L’Inghilterra è un’ora indietro!

Un’ultima mezz’ora di panico per problemi di adattatori, poi tutto a posto. Finisco l’articolo. Si cena.

Londra ci accoglie ricordandoci che siamo stanchi, sporchi e pressati in un furgone

Londra ci accoglie ricordandoci che siamo stanchi, sporchi e pressati in un furgone

NB – Reportage finché volete, ma l’autore si è preso qualche minima libertà.

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L’America tra roulottes e riti vudù: una recensione a La deriva dei continenti di Russel Banks

di Chiara Impellizzeri

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Ad inizio 2013 Einaudi ha tradotto La deriva dei continenti, romanzo del 1985 dell’autore americano Russel Banks, all’epoca vincitore del Dos Passos Prize for Litterature e finalista al premio Pulitzer.

La deriva dei continenti è un romanzo dalla struttura interessante, in cui a capitoli alterni si narrano due storie differenti, apparentemente destinate a non incrociarsi mai: da un lato la storia di Bob Dubois, un operaio trentenne del New Hampshire che, insoddisfatto della sua vita, decide di raggiungere il fratello arrichitosi in Florida, nella speranza di fare anche lui ‘il colpaccio’; dall’altro la storia di Vanise Dorsinville, haitiana costretta ad emigrare clandestinamente con il figlio e il nipote Claude verso Miami. La «deriva dei continenti» è la metafora che Banks usa per descrivere una forma di globalizzazione entropica di cui l’America stessa diviene epicentro. Tra le generali mutazioni storiche e le vaste migrazioni di popoli, rievocate nel secondo capitolo attraverso una suggestiva prospettiva aerea, si inseriscono le vicende di due forme di vita diverse, mosse da esigenze differenti ma dirette alla stessa meta.

Il testo si apre con una sorta di prefazione d’autore, chiamata “Invocazione”, nella quale il narratore dichiara i suoi intenti. Riprendendo un motivo tradizionale delle prefazioni d’autore Banks annuncia che il suo non è un vero ‘racconto’ quanto un ‘resoconto’, una cronaca, e che da questo contenuto dipende lo stile dell’opera. Il narratore rovescia poi la classica invocazione alla Musa: «Non è la memoria quella che ti serve per raccontare questa storia». La sua storia infatti non è epica, ma irrisoria: le piccole vite che narra non hanno mutato il mondo attorno a loro, ma solo impercettibili reti di microlegami. Meglio dunque affidarsi ai loa haitiani, le divinità che nei riti tribali ‘cavalcano’ gli uomini e parlano attraverso la loro bocca, divinità rabbiose e profetiche con lo sguardo rivolto al futuro, divinità simbolo dell’identificazione e della compassione dell’altro che la letteratura vuole suscitare:

Non è la memoria che ti serve, è schietta compassione e rabbia rovente di vecchia data e l’amore per il sole di un uomo del Nord, è l’ossessione intrecciata di razza e sesso di un bianco, cristiano e un’opportuna vergogna di piccolo borghese americano per la storia della propria nazione. […] Vieni Legba, e vieni desideroso di gettare vergogna tutto intorno. (p. 6) Continua a leggere

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Una riflessione su “Illusione di potere” di Philip Dick

di Mario Diadoro

Tommaso Pincio “Ritatto di Philip K. Dick con ragazza dai capelli neri in campana di vetro”, 2009, olio su tavola, cm. 65 x 60

Tommaso Pincio “Ritatto di Philip K. Dick con ragazza dai capelli neri in campana di vetro”, 2009, olio su tavola, cm. 65 x 60

Maggiori sono dunque le disgrazie delle quali gode l’uomo mal governato dentro di sé, l’uomo tirannico che tu ora hai giudicato il più infelice… che è costretto dalla sorte a fare il tiranno e tenta di comandare sugli altri, lui che non è padrone di se stesso, come se una persona dal corpo malato e senza forze fosse costretta a passare la vita gareggiando e lottando contro altri.

(Repubblica IX, 579c)

Oltre a questi mali… gli attribuiremo il fatto di essere invidioso, infido, ingiusto, privo di amici, empio, di dare ricetto e alimento a ogni vizio, e come conseguenza di tutto ciò di toccare l’estrema infelicità e di rendere uguale a sé chi gli sta accanto.

(Repubblica IX, 580a)

È vero: il Gino Molinari di Illusione di potere, almeno da come viene descritto nei primi capitoli del romanzo e da come appare nei videomessaggi, assomiglia molto a Benito Mussolini. Autoritario, virile, guerrafondaio, senza scrupoli, è imbrigliato in un’alleanza con una razza aliena proveniente da Lilistar, molto più potente e spietata di quella terrestre, quasi identica agli umani nelle fattezze ma incapace di pietà ed empatia (tratti che per Dick individuano un’essenza umana). Lilistar e Terra sono nel bel mezzo di una guerra galattica con i reeg, alieni simili ad enormi insetti di cui nessun terrestre sa nulla se non il loro aspetto. Facendo due conti, se Molinari è Mussolini, Frenesky, il tiranno di Lilistar, è Hitler e i reeg sono indifferentemente gli Angloamericani e le popolazioni dei paesi invasi dall’Asse.
Questa è in genere l’interpretazione che si dà nella critica dell’opera. Ma chi conosce Dick sa bene che nei suoi romanzi non c’è (quasi) mai un solo livello interpretativo. Non è un caso che quando Eric Sweetscent, personaggio centrale per la trama di Illusione di Potere, conoscerà di persona Gino Molinari, avrà a che fare con un ipocondriaco insicuro ed impotente, capriccioso e pieno di vizi, volgare e perverso (giace a letto con una giovane ragazza appena maggiorenne). Al suo primo incontro col dittatore, Molinari si farà trovare addirittura “con la patta dei pantaloni abbassata”. Non si tratta di semplice satira: con questa descrizione cade la maschera del tiranno machista e con essa termina anche la chiave di lettura del parallelismo storico. D’ora in avanti abbiamo a che fare con un malato cronico, sempre bisognoso di attenzioni e di cure mediche, sofferente al di là di ogni immaginazione. In fin dei conti, si tratta della versione fantascientifica del tiranno (auto)distruttivo e infelice descritto da Platone nel libro IX della Repubblica. Continua a leggere

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Bonsai #27 – El Roto, “Vignette per una crisi”

di Giacomo Gabbuti

El Roto – nome d’arte di Andrés Ràbago Garcìa – è il più noto vignettista spagnolo. La sua matita spicca tra la pattuglia che si alterna sull’autorevole tribuna de El Paìs. Non è forse un caso se il quotidiano iberico, lungi dall’usare le vignette come specchietto da prima pagina, le eleva – sia nel cartaceo che online – al rango di Opiniòn, editoriali a tutti gli effetti.

Fedele al ruolo assegnatoli, El Roto da oltre un anno batte quotidianamente là dove il dente duole: la crisi - “Casa fundada en 1530”, recita la vetrina che apre questo piccolo libro, grande come un cd. In poco più di cento pagine, Vignette per una crisi incornicia le sue vignette degli ultimi mesi, senza accatastarne due in una pagina, né annegarle nel bianco.

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Viaggio, memoria, identità con Cees Nooteboom

di Davide Posillipo

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[Questo articolo è uscito sulla rivista Europa e Giovani 2011, della collana Quaderni di Edizioni Concordia Sette]

Il tempo costituisce l’uomo? O l’uomo si costituisce nel tempo? Cos’è il tempo? Lungi dall’essere la linea su cui sviluppiamo le istantanee della nostra vita, e che possiamo tagliare in compartimenti temporali, il tempo è un composto omogeneo, un sistema dove ogni parte contribuisce a costituire l’intero.

Il tempo non è da considerarsi una freccia con un’unica sorgente e una direzione, come si è soliti pensare, ma piuttosto si presenta come il sostrato del susseguirsi di eventi che vengono assunti e colti in maniera sempre unica, soggetto per soggetto, tanto che si può assistere a modi di vivere completamente immersi nella progettazione futura oppure improntati a una considerazione del passato come una enorme distesa di sabbie mobili, da cui non si riesce (o alle volte non si vuole) a trovare una via d’uscita.
I singoli momenti temporali, passato, presente e futuro non sono i netti “non  più”, “ora”, “non ancora”, non sono definizioni di attimi tra loro incomunicabili; sono, al contrario, momenti intrecciati, che rimandano l’uno all’altro, definendosi a vicenda e contribuendo, quindi, a dipingere un quadro (l’uomo) in cui tutte le componenti sono ugualmente determinanti.

Un continuo interrogarsi sul significato del tempo
È quanto mi sembra espresso dalle pagine di Cees Nooteboom. Assistiamo qui, infatti, a un continuo, reciproco richiamarsi delle tre “estasi temporali”: il presente è il crocevia di una ricerca della memoria passata e di un futuro, di un progetto che si riflette nell’intrapresa di un viaggio. Viaggio verso il nuovo, in compagnia di una vecchia fotografia, di una vecchia illusione o un viaggio nel non più per cercarsi ed essere, ora.
Attraverso figure-simbolo come una fotografia o un viaggio in autostop, vediamo coesistere l’avventura di un viaggio, l’assunzione volontaria dell’ignoto e dell’imprevisto e un costante ancoraggio al passato, a una memoria che prepotentemente si presenta agli occhi del protagonista chiedendo di essere vissuta di nuovo, in un continuo rievocare passati mai veramente chiusi alle spalle.

Dicevamo delle pagine di Cees Nooteboom. L’intera produzione di quest’autore olandese, nato a L’Aia nel 1933, è infatti percorsa interamente dal tema, dalla problematica del tempo: lo scrittore si interroga continuamente sul significato così sfuggente di ciò che definiamo tempo e lo fa immergendo i suoi personaggi in qualcosa di quanto mai lineare (aggettivo quasi ovvio pensando al tempo), un complesso intreccio di ricordi, progetti, viaggi e soliloqui che diventa così l’universo non solo interiore di questi personaggi, ma anche il teatro delle loro azioni, delle loro vicende per l’appunto non lineari (direi coerenti) secondo il senso comune.
Questo complesso intreccio, questo edificio narrativo ma anche psicologico, va a sintetizzarsi in quella triplice definizione che è anche il tema di questa trattazione: viaggio, memoria, identità; come vedremo, questi tre “processi” sono sviluppati in modo molto profondo nelle opere di Nooteboom e affondano le loro radici nella problematica del tempo.

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Le rughe della città. Intervista a JR

Qualche settimana fa, lo street artist JR si trovava a Berlino a realizzare il suo ultimo progetto, Wrinkles of the City. Susie Lee ha realizzato un’intervista per il magazine Arrested Motion, ve ne proponiamo la traduzione in italiano. La versione originale si trova qui. Le foto sono di John Brömstrup e di JR tramite Arrested Motion. Altre immagini si possono vedere qui.

Traduzione dall’inglese di Umberto Mazzei.

JR

di Susie Lee

È passata più di una settimana da quando JR ha iniziato a battere le strade di Berlino, lavorando su quasi venti muri differenti in giro per la città per il suo attuale progetto, Wrinkles of the City: Berlin, inaugurato mercoledì 17 aprile alla Galerie Henrik Springmann. Il quarto giorno, JR ha ricevuto una visita speciale da una anziana coppia il cui ritratto è adesso incollato sull’ufficio postale ferroviario abbandonato e poi trasformato in nightclub, il Postbahnhof. La coppia di ottantenni ha impugnato i pennelli e si è arrampicata sull’impalcatura per aiutare a incollare. Più tardi abbiamo raggiunto l’artista francese per un’intervista sui suoi progetti attuali. Continua a leggere

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Diario da Atene – capitolo 3

di Anna Giulia Della Puppa

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Anna Giulia Della Puppa è nata a Trieste nel 1987. Si è laureata in Filologia romanza a Bologna, ha frequentato alcuni corsi presso la Scuola Holden, è laureanda in antropologia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente si occupa soprattutto di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano. Questo è il secondo capitolo del suo diario di campo da Atene, dove sta svolgendo ricerche sulle conseguenze socio-culturali della crisi economica in Grecia. Qui potete leggere il prologo, il primo e il secondo capitolo

Mare Egeo

Sono stata a P. per il week end, l’isola dove sono cresciuta, estate dopo estate.
L’arrivo è sempre incredibile: si apre il portellone del traghetto, ed è come tuffarsi nel mondo da cui non si è mai partiti.
Un microcosmo consueto di piccole cose.
Durante l’inverno, per la prima volta nella storia dell’isola c’è stata una manifestazione di 600 persone contro un congresso di Xrisi Avgi, anche questo il primo nella storia dell’isola. Il presidio si è mosso in corteo spontaneo, e ci sono stati dei tafferugli con la polizia.
Inutlie dire che, anche di questi, prima, nell’isola, non se n’erano mai visti.
Due persone sono finite all’ospedale.
Ho seguito il nascere di assemblee di abitanti e reti di solidarietà sociale da lontano, attraverso il web.
Me ne hanno raccontato, adesso, alcuni amici con cui sono uscita sabato sera.
L’isola sembra attraversata da una nuova energia, meno concentrata sull’arrivo dei turisti e più spontaneamente interessata a costruire modi nuovi, o meglio riprendendo quelli più tradizionali, di vivere in comunità.
La serata è stata piacevole.
Il bar in cui siamo a festeggiare il compleanno di N. metteva ottima musica, e somigliava molto a quello in cui lavoravo, proprio con G., il suo compagno. È molto affollato, e gli avventori sono solo autoctoni.
Y., che ha studiato a Firenze, mi ha raccontato di essere tornato sull’isola dopo l’università. Non fa nulla, ora, ma almeno qua ha casa e non deve pagare un affitto. Sarebbe rimasto volentieri a Firenze.
C’è un vento molto forte, Meltemi, si chiama. È questo che rende P. uno dei paradisi surfistici dell’Egeo. Questo, pure, il motivo per cui, coi miei genitori, da piccola, ho imparato a camminare su queste spiagge.
La serata è bella e intima come quelle di quando ancora si aspetta l’estate, e non ci sono turisti. Ti porta via le ore rendendole leggere.
Mi raccontano che alcuni amici italiani verranno a vivere sull’isola a breve.

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Sul metodo SIC – Scrittura Industriale Collettiva

Oggi è il 25 aprile e tutta l’Italia resistente celebra la Liberazione. Noi abbiamo scelto di farlo parlando di In territorio nemico (minimum fax, 2013), primo romanzo scritto col metodo SIC, da 115 autori. Qui sotto vi proponiamo la riflessione che i due fondatori del metodo, gli scrittori Gregorio Magini e Vanni Santoni, hanno fatto in occasione del secondo appuntamento di Costruire storie, poi confluita nel nostro ebook #costruirestorie.
Presenteremo 
In territorio nemico a Siena il 28 maggio, alle 18, presso la Libreria La Zona.

di Gregorio Magini e Vanni Santoni

Genesi della SIC

 Oggi tutto ciò che concerne la cosiddetta “produzione di contenuto”, va nella direzione della condivisione e della produzione collettiva. La nostra sensazione era dunque che anche la letteratura dovesse provarci. L’idea di dedicarci a un progetto di scrittura collettiva è venuta innanzi tutto dalla nostra idea della letteratura come fatto sociale: ci siamo formati lavorando a una rivista autoprodotta, e quindi per noi era normale cercare l’interazione tra autori. Da questa necessità, e dalla nostra esperienza in altri ambiti di produzione collettiva di contenuto, quali giochi di ruolo e software libero, nacque il primo embrione SIC.
Da un punto di vista tecnico, invece, il metodo SIC nasce dalla volontà di superare la scrittura collettiva “a staffetta” – quella, per intenderci, dove ognuno scrive un pezzetto e poi “passa la mano” – e dare vita invece un metodo di scrittura veramente collettivo, che permettesse la produzione di opere coerenti e la partecipazione di tutti gli scrittori a tutte le parti dell’opera.
L’inserimento del termine “Industriale” nel nome era innanzitutto una provocazione verso gli oppositori “a priori” della scrittura collettiva, in particolare coloro che, rifiutandosi di vedere nella scrittura collettiva la possibilità di un’arte diversa dalla scrittura individuale, contestavano una sua presunta “spersonalizzazione” del gesto artistico, ma in realtà essa rimanda anche all’effettiva divisione del lavoro prevista dal metodo SIC.

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Come parliamo di libri su internet – Su “I book blog. Editoria e lavoro culturale” di eFFe

di Marco Mongelli

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Quello che segue è una recensione, un momento di autocoscienza e un consiglio di acquisto e lettura, in quest’ordine.

Tre settimane fa eFFe, blogger, cofondatore della rivista Ledita.it e insegnante di New Media and Politics, ha auto-pubblicato un breve pamphlet dal titolo I book blog. Editoria e lavoro culturale, rilasciato sotto licenza Creative Commons Attribuzione, Non Commerciale, Condividi Allo Stesso Modo 3.0. Costa molto poco e i proventi vanno tutti all’Associazione Toscana Tumori. La copertina è stata disegnata da Francesco D’Isa.

L’ho comprato subito, da amazon.it, e l’ho letto poco dopo.

Quello che mi ha spinto a farlo è stata prima di tutto la credibilità dell’autore, che personalmente, in quanto redattore di 404: file not found, ho avuto modo di conoscere e di ascoltare in occasione di uno degli incontri di Costruire storie e poi di leggere nella parte dedicata alle nuove pratiche editoriali del nostro ebook #costruirestorie. La seconda è stata che il tema del pamphlet, solo a leggerne il titolo, mi sembrava di strettissima attualità e di particolare interesse per il lavoro che faccio su questo blog/rivista da ormai più di tre anni. A lettura finita mi sono anche reso conto che le questioni sollevate e i nodi affrontati fossero centrali anche per me e per noi di 404, e che meritavano una franca (auto)riflessione.

Di cosa parla, dunque, questo “libro”? Innanzitutto e perlopiù del mestiere di “scrivere su internet” di letteratura, cioè di libri e di lettori, e di cosa questo implica al giorno d’oggi. Ad una parte di storia e di analisi eFFe fa seguire una sorta di proposta di deontologia del book blogger, sulla scorta del decalogo che Christian Raimo stilò prima di intraprendere l’avventura di Orwell. Infine, una “ricetta per autopubblicarsi” concretizza nella pratica consapevole e non subita del self-publishing molti dei principi prima enunciati.

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