Segnalazioni musicali del 2014 – 14 dischi italiani (+4)

di Marco Mongelli DSCN6493-1024x405

Nello stesso file di cui si parlava qui c’è una sezione a parte per i dischi italiani usciti nel 2014. Eccone una selezione, comprensiva di quattro uscite “speciali”.
Enjoy!

SELEZIONE

Giardini di MiròRapsodia Satanica, Santeria/Audioglobe

Non voglio che ClaraL’amore finché dura, Sony BMG Records/Picicca Dischi

Betti BarsantiniBettiBarsantini, Malintenti Dischi

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Segnalazioni musicali del 2014 – 15 dischi internazionali (+5)

di Marco Mongelli

FOGFWPLOE

Il 1° gennaio del 2014 ho aperto un file di testo, l’ho rinominato “2014” e ho cominciato a segnarvi tutti i libri che man mano leggevo, le serie tv e i film che vedevo, la musica (ma solo del 2014) che ascoltavo.
Quelli che seguono sono i dischi usciti quest’anno che ho ascoltato di più, quelli che mi sentirei di consigliare di fronte a un’ipotetica richiesta. I generi sono disparati e l’ordine non del tutto casuale.
Enjoy!

PREMESSA

Non troverete l’album degli Eels, ma mi preme segnalare almeno il singolo, “Mistakes of my youth”, che credo di aver ascoltato per una ventina di volte di seguito, alla sua uscita.

SELEZIONE

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything, Constellation Records.

The War on Drugs, Lost in the Dream, Secretly Canadian.

Damon Albarn, Everyday Robots, Parlophone, Warner Bros, XL.

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Non piove ma è come se – Valuna: un lampo tra il sogno e il suono

di Davide Giannantonio

valuna

Federico Fiumani, anima e corpo dei Diaframma, nell’autunno del 1985, tra le pareti del suo infreddolito appartamento di Firenze scrisse queste parole:

“Le nuvole viste dal basso
assomigliano al mare in tempesta
ma i profili sono calmi
e non urlano
quando picchiano agli scogli.
Il loro silenzio era già da tempo
dentro di me
quando pensavo bastasse un salto
per camminarci sopra
e poter riscoprire il sole.”

Suggestivo, immaginifico, in sé meraviglioso.

Non piove ma è come se segna l’esordio discografico dei giovani Valuna (età media 24 anni) e ha in sé la spietata forza del mare in tempesta e l’incrollabile silenzio delle nuvole oscure del nostro presente.
Molto bello, ma che vor dì? State a vedere, o meglio, ad ascoltare.
Le sonorità lasciano all’ascoltatore la gentile sensazione di poter decidere del senso di ogni composizione, dando vita ad un modo di intendere musica ancora assai poco praticato nel nostro paese: l’evocazione che sovrasta la sterile descrizione, l’intimo pathos che non lascia spazio ad alcuna forma di decodificazione.

I quattro componenti del gruppo provenienti da Anagni (FR) – Mauro Ciullini al basso, voce e autore dei testi, Lorenzo Cellini alla chitarra ed e-bow, Gabriele Paris Bossi alla batteria e Giuseppe Tiberi alla chitarra e cellobow – portano in dote al dibattito musicale indipendente italiano un full-leght di 6 tracce (più un brano di intermezzo volto a fare da giro di boa tra un immaginario side A e side B del disco), nato dopo un lungo periodo di live che ha consentito al gruppo di trovare una propria identità stilistica.
Concludendo con le informazioni di rito: l’album è dato alle stampe per Lafine, Upwind Productions e Sciroppo Dischi il 28 novembre 2014, ed è possibile ascoltarlo in streaming e scaricarlo gratuitamente qui.
E così, come un Musorgskij venuto dalla Bassa Padana, comincio a camminare tra i Quadri dell’Esposizione dipinti da Mauro&Soci. Continua a leggere

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Gordon Matta-Clark in cinque opere fondamentali

di Serena Mascoli

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Quanti sanno che “il centro culturale più frequentato di Francia” secondo l’autorevole Touring Club è sorto proprio sulle ceneri di due opere d’arte? Ebbene sì, tra rue Beaubourg e rue Saint Martin a Parigi, dove adesso si staglia il Centro Georges Pompidou, nel 1975 Gordon Roberto Echaurren Matta-Clark, artista dalla potenza immaginifica e rivoluzionaria, conosciuto ai più semplicemente come Gordon Matta-Clark, concepì Conical Intersect nell’ambito della Biennale di Parigi di quell’anno.
Come si suol dire: buon sangue non mente. Gordon – nato a New York nel 1943, insieme al fratellastro Pablo Echaurren, era figlio d’arte: come suo padre, il pittore surrealista cileno Roberto Matta, studia inizialmente architettura alla Cornell University di Ithaca (New York) dove incontra Robert Smithson, uno dei capiscuola della Land art.

Fin dai primi anni ’70 entra a far parte del gruppo “Anarchitettura” (il neologismo nasce dall’associazione dei termini anarchia e architettura) con cui dà una decisa sterzata al concetto tradizionale di architettura, avviando una riflessione di natura sociale riferita all’omologazione suburbana dagli anni ’50 in poi, in una New York sull’orlo della bancarotta, strozzata dalla più grave crisi economica dopo il ‘29 e dalle successive speculazioni immobiliari.
Ma Gordon Matta-Clark è noto soprattutto per i “building cuts” con cui ha stravolto nel vero senso della parola l’elemento edificato, ponendolo al centro di nuove prospettive, reali e metaforiche: tramite buchi nei pavimenti e nei solai, fessurazioni di intere pareti e squarci all’interno delle case, intacca l’idea di fissità legata a un immobile, aprendolo al dialogo con l’“esterno” e con la luce che penetra prepotentemente nelle sue maglie, piegandone la struttura al volere dell’artista e trasformandola in elemento d’arte.

Ecco dunque una panoramica, certamente parziale, di alcune delle opere di Matta Clark, le più significative forse all’interno della sua fertile e polimorfa produzione, sicuramente quelle che lo hanno reso a tutti gli effetti una personalità in ascesa nel mare magnum artistico e underground degli anni ’70.

Food (Cibo), 1972
Uno dei primi spazi collettivi sorti nel cuore di SoHo, concepito come un ristorante autogestito diviene ben presto il principale centro aggregativo del milieu artistico newyorkese. Il cibo diviene strumento coesivo di una comunità tramite performance estemporanee ed eventi.

1. Gordon Matta Clark in Food Continua a leggere

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Sunset limited. Un corpo a corpo con dio

di Matteo Moca

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Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo,

ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore,

senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine.

(Qo 3, 10-11)

«Allora professore che cosa devo fare con te?».

Questo è l’incipit della tragedia, questa è la domanda che un nero corpulento seduto su una sedia intorno ad un tavolo pone ad un bianco di mezza età. La scena si svolge in una stanza di un caseggiato popolare, in un quartiere nero di New York. Su quel tavolo da quattro soldi ci sono un paio di occhiali, un giornale e una Bibbia. Qua comincia Sunset Limited, dramma in un singolo atto per due protagonisti di Cormac McCarthy, dove alla voglia di morte del bianco si contrappone la cieca ma ragionata fede in Dio del suo interlocutore. Di mattina presto, il bianco ha cercato di buttarsi sotto un treno, il “Sunset Limited” che è il suo nome e cognome della morte; non una notte eterna però, ma un tramonto limitato in attesa di un giorno nuovo, forse, oltre il muro del Nulla. Il nero lo ha salvato, lo ha portato a casa sua e trascorre la giornata a convincerlo dell’assurdità di quel gesto. Questo nero, ex carcerato e omicida redento, indaga sulle origini della volontà autodistruttiva del bianco professore nichilista tentando di fornirgli buoni motivi per tornare a credere nella vita, ma senza successo.
 Entrambi sono due pendolari, entrambi sono stati vicini alla morte, auto-procurata quella del bianco, per dissanguamento durante il soggiorno in carcere per il nero. Ed è stata proprio quella morte percepita che ha aperto le porte della Fede a quest’ultimo. Continua a leggere

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La Ferocia di Nicola Lagioia @Libreria Einaudi Siena

[Domani interverremo alla presentazione del romanzo La ferocia di Nicola Lagioia (Einaudi, 2014), presso la Libreria Einaudi di Siena, Via Pantaneto 66. Al dibattito saranno presenti l’autore, Nicola Lagioia, Roberto Greco, Ivo Grande, Stefano Jacoviello. La nostra recensione a La Ferocia si trova qui.]

Nicola Lagioia, La ferocia, Einaudi

La ferocia
di Nicola Lagioia

Domenica 7 dicembre 2014
alle ore 18.00
presso la Libreria Einaudi di Siena
Via Pantaneto, 66

Interverranno: Nicola Lagioia, Ivo Grande, Roberto Greco, Stefano Jacoviello, 404: File Not Found

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L’epopea borghese travestita da noir. Su La ferocia di Nicola Lagioia

di Silvia Costantino, Chiara Impellizzeri, Marco Mongelli, Camilla Panichi

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[Il 7 dicembre alle ore 18,00, Nicola Lagioia sarà a Siena alla Libreria Einaudi per presentare insieme a noi il suo ultimo romanzo. Questa è la nostra recensione a La ferocia.]

«Se un vecchio oltraggio di portata quasi cosmica è un buon motore per la letteratura di ogni latitudine, per il racconto del Sud rischia di essere un destino».

Nicola Lagioia su Letterattitudine

Anche in La Ferocia (Einaudi 2014), ultimo romanzo dello scrittore barese, l’oltraggio e il sud sono componenti fondamentali per la costruzione del discorso narrativo: oltraggiata è la terra come i sentimenti dei figli rifiutati, delle mogli tradite e degli amanti abbandonati. Sullo sfondo una città, Bari, dove la vicenda si svolge aprendosi allo spettro del Gargano sventrato dalla ferocia imprenditoriale ed elevato a emblema e croce di una condizione del meridione d’Italia. Tuttavia, la narrazione non ambisce a farsi carico dei mali del sud né tantomeno a denunciarli. Il meridione è sì una presenza costante, ma non solo in forma allegorizzata; è piuttosto la superficie piana sulla quale si innesta la storia di una famiglia, dalla sua ascesa economica e sociale fino alla caduta. La parabola tracciata dal romanzo non è dunque quella del destino comune delle vite al sud, ma di una famiglia, i Salvemini, arricchitasi con la speculazione edilizia e ripetutamente scossa da drammi privati che minacciano l’impero materiale costruito negli anni. Continua a leggere

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The rover di David Michôd

di Marcello Bonini

the rover

[Dal 21 al 26 novembre si è svolta la trentaduesima edizione del Torino Film Festival. Questo è il terzo articolo del nostro focus. Qui il primo e il secondo].

Fuori dal concorso principale, all’interno della sezione Festa mobile, è stato presentato uno dei migliori film dell’attuale Torino Film Festival. È The rover di David Michôd, straordinario road movie post-apocalittico australiano: dieci anni dopo un non meglio definito “collasso”, il mondo, o per lo meno l’Australia, è caduto in una nuova epoca di anarchia e violenza. Alcuni balordi rubano l’automobile di un uomo che si mette al loro inseguimento per recuperare la macchina, a qualunque costo.
Già dalle prime inquadrature il film, che pure parte da presupposti già ampiamente sfruttati dal cinema di ogni epoca, mostra alcune peculiarità. Come detto è a tutti gli effetti un road movie, dove il protagonista viaggia attraverso il paese. Ma in contrasto con quella che dovrebbe essere la natura stessa di un film di questo genere, cioè l’inebriante velocità della strada, il film procede con estrema lentezza, nel polveroso deserto australiano. Già David Lynch in Una storia vera aveva ribaltato le regole del road movie, facendone un inno alla lentezza, ma nel suo caso era più comprensibile, essendo il suo film anche una commedia. Al contrario The rover è anche un film d’azione, con sparatorie e inseguimenti. Ma anche queste vengono messe in scena con uno stile squadrato e rigoroso, e con un ritmo che è il perfetto riflesso della natura brulla e vuota che circonda i personaggi. Ne è un esempio una delle primissime sequenze, dove il protagonista a bordo di un furgone segue l’automobile che gli è stata rubata. È una splendida scena, dove le due vetture frenano, si fermano e ripartono in continuazione, mettendo in atto un inseguimento di tesa tranquillità che rifiuta qualunque canone visto in altri film. La lentezza qui non è certo vista come valore, come avveniva invece con il film di Lynch, ma è la visualizzazione di un mondo privo ormai di qualunque ragione, immobile ma che procede per inerzia secondo norme ormai defunte (si parla spesso di denaro, anche se il protagonista nota come ormai i soldi non siano altro che pezzi di carta straccia).
Michôd era salito alla ribalta internazionale nel 2010, con Animal Kingdom, film d’esordio divenuto inaspettatamente un ottimo successo di pubblico e di critica. Le differenze sono profondissime, visto che Animal Kingdom è un dramma familiare e The rover un film post-apocalittico, ma entrambe le pellicole sono pervase dallo stesso senso di disperato pessimismo, dove tutti i personaggi sono come costretti a vivere una vita violenta e senza alternative. In Animal Kingdom era la famiglia a rappresentare la gabbia che non lascia possibilità di fuga. In The rover, questa prigione si amplia divenendo un intero pianeta, che non per questo garantisce più libertà, anzi, proprio per la sua totalità si rivela ancora più terribile, perché ormai è una condizione globale che non risparmia nulla. Forse fuori dalla famiglia di Animal Kingdom potevamo illuderci che ci fosse un mondo migliore. Ora Michôd ci dice di no, e crea un universo popolato di individui orribili dal quale nemmeno il protagonista si differenzia, anzi, man mano che scopriamo cose della sua vita passata, ci rendiamo conto che lui potrebbe essere addirittura uno degli esseri umani peggiori di tutto il film.
Una storia del genere presenta un’enorme difficoltà: la conclusione. Perché dopo un’ora e mezza di film bisognerà svelare la ragione per cui il nostro “eroe” è pronto a tanto pur di recuperare la sua automobile. Insomma, svelare quello che Hitchcock definiva MacGuffin, cioè il motore narrativo, ciò che fa partire la narrazione. A volte è uno spunto esplicito sin dall’inizio del film (è il caso della valigetta coi 40.000 dollari dal quale scaturiscono le vicende narrate in Psycho), altre è qualcosa che il pubblico non conosce e deve essere rivelato. Questo è un gioco pericolosissimo, perché è molto facile che lo spettatore trovi deluse le sue aspettative, e ciò può rovinare l’intero film. Tarantino con ironia e gusto cinefilo aveva tagliato la testa al toro non rivelando mai il misterioso contenuto della valigetta di Pulp Fiction, attorno alla quale gira l’intero film, ma anche questa è ormai divenuta una soluzione facile e abusata. Michôd riesce invece a scrivere un finale perfetto, che rivela le ragioni del protagonista senza deludere il pubblico, anzi, trova una conclusione in perfetta linea con lo spirito del film, perché l’ultima scena è il primo ed unico momento di estrema dolcezza della storia, ma che rappresenta anche la morte di qualunque possibile residua speranza.
Michôd supera allora le aspettative e il suo film d’esordio, realizzando una gemma di rara cupezza che lo afferma come autore da tenere d’occhio per il futuro, sperando che questo ed i suoi prossimi film ottengano la distribuzione che meritano anche in Italia.

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We are what we are di Jim Mickle

di Marcello Bonini

WE ARE WHAT WE ARE

[Dal 21 al 26 novembre si svolge la trentaduesima edizione del Torino Film Festival. Questo è il secondo articolo del nostro focus] 

Si stima che più del 40% della popolazione statunitense creda nel creazionismo. Ovvero, quasi la metà dei cittadini del paese più potente del mondo, è convinta che l’uomo sia stato creato in pochi istanti dal nulla da Dio.
Il cinema, che tende ad essere un ambiente meno bigotto anche negli Stati Uniti, ha spesso rappresentato la realtà di queste comunità (grandi o piccole) di ultra-credenti, e negli ultimi anni non di rado lo ha fatto attraverso la lente del cinema horror. Persino un regista di commedie come Kevin Smith ha firmato nel 2001 Red State, dove un gruppo di ragazzi si imbatte in un folle predicatore pronto a punirli per i loro peccati. Film questo non riuscitissimo, in realtà, ma che è un buon esempio di un filone che nel sottobosco del cinema indipendente statunitense si è ritagliato un suo pubblico e si è fatto strada fino a Torino, dove arriva We are what we are, film del 2013 di Jim Mickle, al quale l’attuale Film Festival ha dedicato una piccola retrospettiva, e che arricchisce l’ampia scelta di film horror offerta dal programma. Molti di questi, però, sembrano adagiarsi su canoni facili e scontati. È il caso di It follows, di The babadook, di The canal: trame ovvie che vanno avanti come in mille altri film del genere, ovvero a forza di ombre sullo sfondo e improvvise rumorose apparizioni. Cioè, con tutto quello che ti fa saltare sulla sedia, ma che hai già dimenticato quando esci dalla sala. Continua a leggere

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Fare rete per fare libri: cosa si impara dal Women’s Fiction Festival

di Silvia Costantino

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Dal 24 al 28 settembre a Matera si è svolta l’undicesima edizione del Women’s Fiction Festival, cui ho avuto l’opportunità di partecipare ‘da staff’. Possibilità fondamentale per me perché l’accesso al festival non è gratuito, né è previsto un biglietto d’ingresso giornaliero. La quota di partecipazione ammonta a 300 euro, una cifra che io non avrei mai pagato di mia spontanea volontà per partecipare a un festival che si definisce così fortemente ‘di genere’.
Women’s fiction: né più né meno che romanzi rosa. Per tuffarmi in nel mondo delle donnine in crinoline o delle grandi e torbide passioni, mi bastavano le letture giovanili o il libro di Stefania Bertola. Però avevo il pass e alcuni degli incontri sembravano interessanti. Se poi non mi fosse interessato, sapevo che avrei potuto rifarmi col cibo.

A metà del primo giorno del festival le mie convinzioni avevano subito una torsione radicale, e già avevo capito che i soldi per l’accesso al festival erano uno dei migliori investimenti che un(’)esordiente potesse decidere di fare. Perché il Women’s fiction festival, banalmente, non è un festival. Ci sono anche gli incontri con il pubblico, di giorno nelle scuole (i più piccoli a scoprire la letteratura con i tweet del bellissimo progetto Twletteratura) e la sera in location più alcoliche – in quanto staff io stavo allo stand libri insieme a Mipa della Libreria dell’Arco, l’unico organizzatore maschio del festival – e le letture e le premiazioni di autrici capaci di esplorare l’animo femminile.

Ma era la minima parte del festival, quella visibile. Non inutile, anzi talvolta molto interessante, né meno importante per la promozione e la visibilità dell’evento, soprattutto in un momento cruciale come settembre 2014, ultimo mese prima della rivelazione della città Capitale della Cultura 2019. Continua a leggere

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