Riprendersi l’Aspromonte

di Valerio Valentini

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[Ripubblichiamo questo articolo uscito su minima&moralia il 14/02/2015]

Il 25 giugno del 2003, accompagnati da alcuni agenti delle forze dell’ordine, i familiari di Adolfo Cartisano percorsero un sentiero malmesso che dalla frazione di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, conduce ai piedi di Pietra Cappa, un monolite alto 140 metri nel cuore dell’Aspromonte. Vi si recarono per recuperare le ossa di Adolfo, rapito dalla ‘ndrangheta nel 1993 e mai più ritrovato. Era stata una lettera anonima a rivelare, dopo dieci anni, il luogo della sua sepoltura: “Sono unu ricarcereri i vostru maritu io sono difronte a diu pentitu ra me azzioni…”. La lettera, battuta a macchina in un calabrese grezzo, fu inviata ai Cartisano da “uno dei carcerieri” di Adolfo: uno ‘ndranghetista che viveva nel loro stesso paese (“quando vi vedo – scriveva nella lettera – né voi né i vostri figli oso guardarvi in faccia”) e che, colpito da una grave malattia, aveva deciso di chiedere perdono alla moglie della vittima e concederle almeno il conforto di conoscere la sorte di suo marito.

Adolfo Cartisano, da tutti chiamato Lollò, era una persona nota a Bovalino, piccolo comune della Locride. Era stato un calciatore a livello piuttosto discreto, ammirato dai ragazzi del suo paese; poi, terminata la carriera sportiva, si era reinventato fotografo. Il 22 luglio del 1993, mentre sta per rientrare nella sua casa al mare, viene rapito da un commando di ‘ndranghetisti. Insieme a lui rapiscono anche sua moglie, Mimma, abbandonata però dopo pochi chilometri, legata ad un albero. Di Lollò, invece, si perdono le tracce. Continua a leggere

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Un animale strano si aggira per l’Europa: intervista a Giacomo Russo Spena su Podemos

di Giacomo Gabbuti

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Finito di stampare a Novembre 2014, Podemos – La sinistra spagnola oltre la sinistra è l’ultima fatica dei giornalisti Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena. Recentemente andato in seconda ristampa, il libro segue di qualche mese un altro agile volume – Tsipras chi? – Il leader greco che vuole rifare l’Europa. Come il primo, anche questo libro è edito da Alegre, e presenta in modo accessibile, sintetico e coinvolgente la nascita e l’evoluzione di un movimento politico che ambisce a scompaginare la storia recente del proprio Paese, con conseguenze imprevedibili sui destini dell’intero continente.

Dopo i primi due capitoli in cui riassumono efficacemente quelle che possono essere definite come le “cause” della nascita e della base di consenso di Podemos – la crisi economica, nelle forme in cui si è abbattuta sulla Spagna a partire dal 2009, ed il movimento degli Indignados, che dal 2011 ha contestato il governo della crisi messo in atto dai tradizionali Partito Socialista Spagnolo (PSOE) e Partito Popolare (PP) – e un terzo più corposo dedicato specificamente a ricostruire l’ascesa di Podemos e del suo leader, Pablo Iglesias, i due autori si dedicano ad approfondire il retroterra ideologico e teorico del movimento, toccando il nodo molto “italiano” delle affinità e divergenze con il Movimento 5 Stelle.

Mentre lasciamo a voi l’utile e appassionante lettura del volume per saperne di più sul movimento che, alle prossime elezioni politiche spagnole – previste nell’autunno 2015 – potrebbe andare a sostenere la sfida europea del Governo Tsipras, vi proponiamo un’intervista a Giacomo Russo Spena, giornalista e curatore del sito di MicroMega, nella quale proviamo ad approfittarsi della sua esperienza sui casi greco e spagnolo per guardare sia all’esperienza di casa nostra, che più in generale ai possibili sviluppi della crisi europea.

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La notte degli Oscar 2015, secondo noi

Stanotte si assegnano gli Oscar. Questa è la lista degli otto candidati  nella categoria “Miglior film”:

  • American Sniper, di Clint Eastwood
  • Birdman, di Alejandro González Iñárritu
  • Boyhood, di Richard Linklater
  • Selma, di Ava DuVernay
  • The Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson
  • The Imitation Game, di Morten Tyldum
  • The Theory of Everything, di James Marsh
  • Whiplash, di Damien Chazelle

Come l’anno scorso, abbiamo deciso di preparare un pezzo collettivo (meglio: polifonico) molto molto lungo. L’unica regola era quella di specificare il film per cui tifavamo, e poi finire a parlare di quello o degli altri.
Buona lettura!

Marco Mongelli
Il 2014 è stato un anno cinematograficamente eccellente, ancor più del 2013. Ciononostante il livello medio dei film nominati per l’oscar principale non è neanche minimamente paragonabile a quello dello scorso anno. Degli otto film quest’anno in concorso uno mi è parso di una categoria superiore a tutti gli altri: sto parlando, ovviamente, di Boyhood. Se dopo quasi tre ore di visione di questa storia ordinaria raccontata in modo straordinario non vi si è smosso niente dentro, allora non credo ci siano parole per sopperire all’immediatezza dello sconvolgimento emotivo. Linklater e Hawke dànno vita a un esperimento sulla gestione del tempo che è insieme semplicissimo e radicale, e che è a ben pensarci il naturale coronamento di una poetica filmica ventennale. Con un realismo che fino a ieri si potevano permettere solo i romanzi, Boyhood ci dice che se non riusciamo a capire in che modo momenti come il diploma o il matrimonio siano tappe della nostra vita, allora “maybe life is the moments in between those big moments”.

Gli altri, poi.

The Imitation Game è un onesto polpettone che sarebbe stato accettabile se avesse raccontato una storia inventata e non quella, decisiva e altrove ben documentata, di Alan Turing.

Grand Budapest Hotel è un film gradevole e ben fatto, ma mi pare l’esaurimento di una poetica, narrativa e visiva, ormai davvero portata allo stremo.

In Whiplash, invece, c’è qualcosa di profondamente sbagliato. In primis l’idea che il gesto musicale sia solo agonismo, memoria meccanica, prova muscolare: in altre parole, sport. Poi soprattutto l’idea che il talento eccezionale, il genio, sbocci solo dopo umiliazioni e solo dopo un sacrificio totale, perlopiù privo di amore verso la musica. C’è, in definitiva, un’idea raccapricciante di educazione e formazione.

Birdman è un film che dice cose vecchie (tutta la questione social media-realtà è di una banalità imbarazzante) in modo iper-accelerato. La narrazione non si ferma (quasi) mai, eppure alla fine di questa corsa frenetica ne sappiamo meno che all’inizio. Tutto il disturbato rapporto del protagonista con il proprio glorioso passato e le sue velleità presenti è già definito dopo poche scene: il resto serve solo a trascinarci verso un finale prevedibile e didascalico. In generale credo sia un film pretestuoso e pasticciato, che ha poche idee e per giunta confuse. Non si capisce cosa dovremmo cercare in questa cavalcata incessante di piani sequenza ed emozioni estroflesse. Mi pare in definitiva un film innocuo e dimenticabile, che è l’ultima cosa che mi sarei aspettato da Iñárritu.

P.S. Non si capisce perché non sia candidato nella sezione straniera ma Mommy è l’altro film, insieme a Boyhood, per il quale si può spendere la parola “capolavoro” e che per questo resterà a lungo.


Camilla Panichi

La classificazione delle annate dei vini si misura spesso su una scala di valori che va da “deludente” a “storico” passando per “mediocre”, “buono”, “eccezionale”. Se dovessi usare gli stessi parametri per definire i film candidati Oscar, direi che il 2014 è stata un’annata medio-deludente, fatta eccezione per due film.
Degli otto film candidati, quattro sono biografici: American Sniper, The Imitation Game, The Theory of Everything, Selma (su quest’ultimo non mi pronuncio perché non ho avuto modo di vederlo). Ora, senza nulla togliere al genere – comunque a mio avviso di difficile resa ed efficacia sul grande schermo – i primi tre film elencati sono un sostanziale fallimento, benché per motivi diversi.

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I sussidi per la disoccupazione ai tempi del governo Renzi

di Marta Fana e Giacomo Gabbuti

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[Ripubblichiamo questo articolo uscito su Internazionale il 25/01/2015]

Il 5 dicembre 2014, a poco più di due anni dalla legge numero 92 del 28 giugno 2012 (meglio nota come “riforma Fornero”), la stessa maggioranza parlamentare che aveva approvato quella legge ha delegato il governo Renzi a riordinare la normativa sul lavoro, approvando la legge delega sul Jobs act (legge 183/14) (qui la sintesi della Federazione lavoratori della conoscenza-Cgil).

Intrisi come siamo della percezione di un immobilismo diffuso, della impossibilità di riformare alcunché in un paese sclerotizzato, due interventi di riforma su uno stesso tema nel giro di così pochi mesi possono apparire un’anomalia. Anche la celerità con cui il governo ha emesso i primi decreti attuativi rafforza questo senso di eccezionalità.

Il 24 dicembre il consiglio dei ministri ha infatti approvato il decreto sulla “nuova disciplina Aspi” e il “decreto legislativo sulle tutele crescenti”. Sebbene questi non coprano l’intero impianto del Jobs act – e rimandino loro stessi, come vedremo, a ulteriori decreti – i venti giorni impiegati per produrli rappresentano una chiara inversione di tendenza rispetto ai “tempi d’attesa” normalmente richiesti da questo tipo di provvedimenti.

Proprio il governo, un mese fa, segnalava come fossero ancora 274 i “provvedimenti da emanare”. Il primo decreto, in particolare, interviene proprio su quello che era stato definito “il primo tentativo d’insieme, deliberato, coraggioso e consapevole, di contrastare le due grandi distorsioni” del welfare all’italiana. Le due distorsioni sarebbero: una distorsione funzionale, che favorisce la vecchiaia rispetto ad altri “rischi” (in primis la disoccupazione), e una distributiva, “a favore degli occupati/insider”. Nell’analizzare la nuova disciplina dell’Aspi, dunque, ci sembra utile fare qualche passo indietro, e capire perché una riforma – quella della Fornero – nata sotto il segno del “Fate presto!” sia invecchiata così velocemente, lasciando sul terreno più macerie di quante abbia contribuito a rimuoverne.

La riforma Fornero: un fallimento annunciato?

Nel suo articolo 1, la riforma Fornero dichiarava di mirare a “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione”; in particolare, “favorendo l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato, cosiddetto ‘contratto dominante’, quale forma comune di rapporto di lavoro” (i corsivi, qui e nel resto dell’articolo, sono nostri).

Tra gli altri obiettivi dichiarati figurava la redistribuzione delle tutele dell’impiego, rendere “più efficiente, coerente ed equo l’assetto degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive in una prospettiva di universalizzazione e di rafforzamento dell’occupabilità delle persone”, e “una maggiore inclusione delle donne nella vita economica”.

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Su unastoria di Gipi

di Paolo Rossini

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Il protagonista di unastoria (Coconino Press, 2014) è Silvano Landi, scrittore di cui in principio non sappiamo nulla, se non che gode di una certa celebrità. A riferircelo, sono gli psichiatri che lo hanno in cura ormai da due mesi. Motivo dell’internamento: episodi di schizofrenia improvvisa. Della malattia che ha colpito Landi non viene detto molto altro: sono ritratte, di tanto in tanto, le circostanze in cui tale malattia ha fatto per la prima volta la sua comparsa, oppure scorci di vita ospedaliera. Tuttavia, dato che manca un’analisi approfondita del disagio psichico, siamo portati a pensare che con unastoria Gipi non voglia occuparsi di questo tema: la sofferenza, pur essendo restituita in tutta la sua gravità, appare più come un espediente per dare avvio alla narrazione. Non che Gipi avrebbe potuto scegliere un altro inizio per la sua storia. Ciò che intendo dire, piuttosto, è che condizioni di malessere, come quelle in cui si trova Landi, sono spesso viatico di riflessioni, di prese di coscienza che ci riguardano direttamente. Il dolore ci costringe a fare i conti con noi stessi. Landi è prima di tutto uno scrittore e la sua malattia lo mette in discussione proprio in quanto tale. Per questo, a mio parere, unastoria è innanzitutto una riflessione sul mestiere di scrivere.

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Leggere la poesia italiana a partire da tre classici contemporanei

di Claudia Crocco

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[Ripubblichiamo questo articolo uscito su Internazionale il 25/01/2015]

Nell’ultimo anno sono stati pubblicati vari libri che aspirano a diventare classici della poesia italiana. Fra questi, ci sono quelli di tre poeti del secondo Novecento, le cui opere sono state ripubblicate integralmente: Tutte le poesie di Franco Fortini, a cura di Luca Lenzini (Mondadori, 22 euro); L’opera poetica di Emilio Villa, a cura di Cecilia Bello Minciacchi (L’Orma Editore, 45 euro); Tutte le poesie. 1949-2004 di Giovanni Raboni, a cura di Rodolfo Zucco (Einaudi, 2 volumi, 25 euro).
Partiamo da Emilio Villa, che forse è il meno noto dei tre: nasce ad Affori, Milano, nel 1914, e muore a Rieti nel 2003. L’iniziativa di Bello è la più ambiziosa, perché questa è la prima raccolta completa delle poesie di Villa. Non solo: alcuni dei testi pubblicati da Bello si leggono qui per la prima volta in assoluto.

Emilio Villa era un uomo che dava notizie vaghe e imprecise su di sé: per esempio, nasce nel 1914, dicevamo; eppure per molto tempo neanche questa informazione è stata considerata sicura, perché sosteneva di essere nato nel 1915. Trascurato dalla storiografia letteraria e dall’editoria, fa della clandestinità un elemento di poetica. Oggi conosciamo i fatti principali che lo riguardano grazie alle ricostruzioni di suoi amici e di studiosi: dalla gioventù in seminario, ai viaggi in Brasile e negli Stati Uniti, e ai rapporti con molti artisti italiani e stranieri (Fontana, Burri, Rothko eccetera).
Nell’introduzione all’Opera poetica, a pagina 12, si legge che “occorre accettare la responsabilità di trattare Villa come un classico”. Questa mi sembra la questione più seria posta dal libro pubblicato dall’Orma; e la risposta non è scontata. Ciò che Bello considera un riconoscimento dovuto è davvero necessario? Continua a leggere

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Australian Open 2015 – Qualche riflessione dopo il primo slam dell’anno

di Paolo Rossini

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È risaputo che le cose negli Slam si fanno più interessanti a partire dalla seconda settimana del torneo e gli Australian Open che si sono appena conclusi hanno seguito proprio questo andamento: ai quarti di finale si sono classificati le prime otto teste di serie, eccezion fatta per Federer che è stato sconfitto dal nostro Andreas Seppi. Stessa sorte è capitata a Nadal nel round successivo, che invece ha dovuto cedere il passo a Berdych dopo 17 vittorie consecutive. Le sorprese finiscono qui: con Federer e Nadal fuori dai giochi ben prima di quanto lui stesso avrebbe potuto augurarsi, Djokovic ha visto spalancarsi davanti a sé la strada per il torneo – anche se non sono mancati gli intoppi pure per il serbo – che è infatti andato a vincere contro un Murray redivivo, alla prima finale di un major dopo quella vinta proprio contro Nole a Wimbledon 2013.

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire qual è lo stato dello tennis a pochi giorni dal termine del primo torneo importante della stagione. Partiamo proprio con la sconfitta di Federer: quale lettura dare a questo accadimento? Prima di questa vittoria, Andreas aveva un bilancio a dir poco negativo nei confronti diretti con lo svizzero (dieci sconfitte a zero): l’esito della partita sembrava quindi già scritto. Andreas invece ha ribaltato tutti i pronostici, battendo Federer in quattro set e dando sempre l’impressione di essere in pieno controllo del match. La cosa ha sorpreso tutti gli addetti ai lavori, considerata anche la forma smagliante sfoggiata da Federer ormai da un anno a questa parte, da quando cioè ha ingaggiato Edberg come allenatore. Non credo infatti che la vittoria di Andreas avrebbe avuto la stessa risonanza mediatica se fosse accaduta nel 2013, anno in cui Federer si è lasciato sconfiggere da giocatori ben più in basso in classifica rispetto alla posizione attualmente occupata dall’altoatesino.

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L’uomo è un animale selvaggio. Su Relatos salvajes di Damián Szifron

di Marta Jiménez Serrano

traduzione dallo spagnolo di Marta Jiménez Serrano e Camilla Panichi

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Il tuo peggior nemico. L’amico che si è fatto la tua ragazza. La ragazza che ora è la tua ex ragazza che si è fatta il tuo migliore amico. Il tuo capo. Il capo che non è mai stato il tuo capo perché non ti ha mai assunto dopo quel colloquio, e che ti criticò per il taglio dei capelli. Tua zia che ogni volta ti chiede se ancora non hai la ragazza. Il professore delle medie che ti riprendeva sempre davanti ai tutti i tuoi compagni e soprattutto davanti a tutte le tue compagne. La suocera. Quella che hai avuto e quella che non hai mai avuto (la suocera dà sempre fastidio o per eccesso o per difetto). Il tizio dietro lo sportello che ti diceva che, per risolvere i tuoi problemi, aveva bisogno di ancora più documenti, e che dovevi andare a un altro sportello dove l’uomo che avrebbe risolto i tuoi problemi, nell’ora esatta in cui saresti arrivato lì, stava giusto facendo colazione. Persone odiose.

Chi, almeno una volta nella vita, non ha immaginato, un po’ per astio un po’ per scherzo, di mettere tutte queste persone odiose sopra un aereo e, con la consapevolezza della premeditazione e una risata malefica di fondo, farle schiantare a terra senza alcuna compassione? Chi? Ammettilo: lo hai pensato anche tu, proprio tu che sei una bravissima persona. Tutti abbiamo pensato di fare fuori una ex, un professore, un capo, anche solo per un micro secondo. Ed è questo che fa, con sarcasmo, umorismo e un cast straordinario Relatos salvajes (Storie pazzesche), l’ultimo lavoro di Damián Szifron. Continua a leggere

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Una forma d’arte ancora più elevata. L’autobiografia e l’Opera struggente di Dave Eggers

di Marina Guiomar

traduzione dall’inglese di Silvia Costantino e Chiara Impellizzeri.

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Illustrazione da Dave Eggers, “It is right to draw their fur. Animal renderings”

I primi duecento lettori di questo libro che scriveranno dimostrando di aver letto e assorbito le lezioni che esso ha da impartire riceveranno dall’autore un assegno di 5 $.

 Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio, trad. a cura di G. Strazzeri, Mondadori

 Sono così giunto alla conclusione che i sopravvissuti dovessero averci dato un taglio netto.

Francis Scott Fitzgerald, Il crollo, trad. a cura di O. Fatica, Adelphi

Il mio rapporto con l’autobiografia viene da molto lontano, ma fino a qualche tempo fa ne sapevo ben poco. Il mio rifiuto aveva a che fare con il bisogno di far fuori qualunque cosa fosse collegata, anche vagamente, con la tradizione critica autobiografica. Solo dopo la sua scomparsa ho potuto approfondire la lettura dei testi che mi interessavano e guardare oltre l’idea che queste opere fossero più che «testimonianze dell’autore su sé stesso e prova della fervente nuova inquietudine dell’uomo moderno, desideroso di svelare il mistero della propria personalità»1. Per quanto giusta e interessante, questa idea sembrava troppo prescrittiva e, paradossalmente, troppo vaga rispetto ai testi che volevo interpretare, i romanzi in forma di memoir di Blaise Cendrars. Quindi ho dato un taglio netto e ho cominciato a leggere i testi che volevo, come volevo.
Ho potuto quindi trattare argomenti a me cari come rappresentazione e mimesi, critica e arte, critica e biografia, transnazionalismo e ricezione. Il tutto senza mai citare l’autobiografia: ormai non la chiamiamo più così.

Poi è arrivato Dave Eggers. E ho abbracciato l’autobiografia e cominciato a chiedermi perché. Non poteva essere perché L’opera struggente di un formidabile genio (2001) parlava della morte improvvisa dei genitori di Eggers per un cancro in un lasso di tempo di 32 giorni. Non poteva essere perché Eggers divenne allora il tutore del fratello minore Toph (otto anni all’epoca, appena una ventina Eggers) e i due partirono per la Bay Area, cercando il loro taglio netto, lasciandosi alle spalle la periferia conservatrice di Chicago; non poteva essere perché la sorella di Eggers, Beth, si suicidò poco dopo la pubblicazione del romanzo; non poteva essere il titolo del libro; il colophon; i ringraziamenti. Ma io ormai ero ufficialmente conquistata dall’autobiografia – anche se non la chiamiamo più così. Continua a leggere

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Il racconto prosegue sul palco. Sull’esordio a teatro di Federico Buffa

di Paolo Rossini

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Nel suo anno mediaticamente più attivo, Federico Buffa esordisce a teatro con uno spettacolo sulle Olimpiadi del 1936. La prima nazionale è andata in scena a Milano, presso il Teatro Menotti, negli scorsi 16, 17 e 18 gennaio facendo registrare, come era facile aspettarsi, il tutto esaurito. Non è un mistero, infatti, che gli aficionados di Buffa siano ormai una schiera molto nutrita, nonché trasversale. Ad assistere alla sua prima performance teatrale, un pubblico abbastanza eterogeneo, soprattutto dal punto di vista anagrafico, ma non solo.
C’era chi ha imparato a conoscerlo, durante gli anni ‘90, attraverso il basket americano: Buffa infatti ha passato più di quindici anni della sua vita a commentare l’Nba, in compagnia dell’inseparabile Flavio Tranquillo. Buffa e Tranquillo sono stati, per intenderci, la voce narrante della storica Gara 6 delle Finals 1998, quella in cui Michael Jordan andò a prendersi il secondo three-peat della sua carriera con un canestro allo scadere, dopo aver rubato palla dalle mani di Karl MalonePer chi ama il Gioco, si tratta di un ricordo indelebile ed estremamente vivido.
Tutta questa carica emotiva si è poi spostata, per una sorta di transfert psicologico, proprio sulla coppia di telecronisti, i quali si sono così trovati ad essere depositari di un affetto incondizionato, termine di un rapporto con i propri ascoltatori la cui solidità ha pochi eguali nella storia dei media. Morale della favola: chi ha conosciuto Buffa prima di tutto attraverso la sua voce da telecronista sportivo, ha continuato a seguirlo in maniera indefessa, qualunque cosa facesse o dicesse. E quindi non ha potuto esimersi da andare a vederlo pure a teatro.

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