Una forma d’arte ancora più elevata. L’autobiografia e l’Opera struggente di Dave Eggers

di Marina Guiomar

traduzione dall’inglese di Silvia Costantino e Chiara Impellizzeri.

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Illustrazione da Dave Eggers, “It is right to draw their fur. Animal renderings”

 

I primi duecento lettori di questo libro che scriveranno dimostrando di aver letto e assorbito le lezioni che esso ha da impartire riceveranno dall’autore un assegno di 5 $.

 Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio, trad. a cura di G. Strazzeri, Mondadori

 Sono così giunto alla conclusione che i sopravvissuti dovessero averci dato un taglio netto.

Francis Scott Fitzgerald, Il crollo, trad. a cura di O. Fatica, Adelphi

Il mio rapporto con l’autobiografia viene da molto lontano, ma fino a qualche tempo fa ne sapevo ben poco. Il mio rifiuto aveva a che fare con il bisogno di far fuori qualunque cosa fosse collegata, anche vagamente, con la tradizione critica autobiografica. Solo dopo la sua scomparsa ho potuto approfondire la lettura dei testi che mi interessavano e guardare oltre l’idea che queste opere fossero più che «testimonianze dell’autore su sé stesso e prova della fervente nuova inquietudine dell’uomo moderno, desideroso di svelare il mistero della propria personalità»[1]. Per quanto giusta e interessante, questa idea sembrava troppo prescrittiva e, paradossalmente, troppo vaga rispetto ai testi che volevo interpretare, i romanzi in forma di memoir di Blaise Cendrars. Quindi ho dato un taglio netto e ho cominciato a leggere i testi che volevo, come volevo.
Ho potuto quindi trattare argomenti a me cari come rappresentazione e mimesi, critica e arte, critica e biografia, transnazionalismo e ricezione. Il tutto senza mai citare l’autobiografia: ormai non la chiamiamo più così.

Poi è arrivato Dave Eggers. E ho abbracciato l’autobiografia e cominciato a chiedermi perché. Non poteva essere perché L’opera struggente di un formidabile genio (2001) parlava della morte improvvisa dei genitori di Eggers per un cancro in un lasso di tempo di 32 giorni. Non poteva essere perché Eggers divenne allora il tutore del fratello minore Toph (otto anni all’epoca, appena una ventina Eggers) e i due partirono per la Bay Area, cercando il loro taglio netto, lasciandosi alle spalle la periferia conservatrice di Chicago; non poteva essere perché la sorella di Eggers, Beth, si suicidò poco dopo la pubblicazione del romanzo; non poteva essere il titolo del libro; il colophon; i ringraziamenti. Ma io ormai ero ufficialmente conquistata dall’autobiografia – anche se non la chiamiamo più così. Continua a leggere

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Il racconto prosegue sul palco. Sull’esordio a teatro di Federico Buffa

di Paolo Rossini

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Nel suo anno mediaticamente più attivo, Federico Buffa esordisce a teatro con uno spettacolo sulle Olimpiadi del 1936. La prima nazionale è andata in scena a Milano, presso il Teatro Menotti, negli scorsi 16, 17 e 18 gennaio facendo registrare, come era facile aspettarsi, il tutto esaurito. Non è un mistero, infatti, che gli aficionados di Buffa siano ormai una schiera molto nutrita, nonché trasversale. Ad assistere alla sua prima performance teatrale, un pubblico abbastanza eterogeneo, soprattutto dal punto di vista anagrafico, ma non solo.
C’era chi ha imparato a conoscerlo, durante gli anni ‘90, attraverso il basket americano: Buffa infatti ha passato più di quindici anni della sua vita a commentare l’Nba, in compagnia dell’inseparabile Flavio Tranquillo. Buffa e Tranquillo sono stati, per intenderci, la voce narrante della storica Gara 6 delle Finals 1998, quella in cui Michael Jordan andò a prendersi il secondo three-peat della sua carriera con un canestro allo scadere, dopo aver rubato palla dalle mani di Karl MalonePer chi ama il Gioco, si tratta di un ricordo indelebile ed estremamente vivido.
Tutta questa carica emotiva si è poi spostata, per una sorta di transfert psicologico, proprio sulla coppia di telecronisti, i quali si sono così trovati ad essere depositari di un affetto incondizionato, termine di un rapporto con i propri ascoltatori la cui solidità ha pochi eguali nella storia dei media. Morale della favola: chi ha conosciuto Buffa prima di tutto attraverso la sua voce da telecronista sportivo, ha continuato a seguirlo in maniera indefessa, qualunque cosa facesse o dicesse. E quindi non ha potuto esimersi da andare a vederlo pure a teatro.

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Contro Houellebecq. La sottomissione di Sisifo

di Lorenzo Mecozzi

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Prima di iniziare la lettura dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Soumission (Sottomissione, nella traduzione italiana Bompiani, uscita nelle librerie il 15 gennaio), e viste le polemiche suscitate dal romanzo a seguito degli eventi degli ultimi giorni, avevo iniziato a far mente locale sul rapporto tra romanzo e morale, tra i diritti del racconto e i doveri del romanziere, ma soprattutto sulle responsabilità del giudizio critico.
Per la vicinanza tematica e di visione del presente che lega Houellebecq a Walter Siti (due “apocalittici-integrati” della letteratura contemporanea secondo la bella definizione di Carlo Mazza Galanti), per prima cosa mi era tornata in mente la lunga ed appassionata discussione nata su Le parole e le cose, a seguito di un articolo nel quale Gianluigi Simonetti rispondeva al saggio che Andrea Cortellessa aveva voluto dedicare a Resistere non serve a niente di Siti. Così avevo iniziato a riflettere su quel “purtroppo”, pronunciato da Cortellessa, che aveva dato il via alla discussione (“E Resistere non serve a niente – purtroppo – è il libro più bello dell’anno”) e sui tre argomenti con i quali Simonetti ne aveva negato la legittimità (l’«argomento-Bataille», l’«argomento De Sanctis», l’«argomento Engels» – anche se le definizioni sono sempre di Cortellessa), preparandomi a dover affrontare problematiche simili nel recensire Houellebecq. Le prime pagine del romanzo, tuttavia, disinnescavano ogni preoccupazione, almeno nel senso che le roboanti critiche al libro lasciavano immaginare, consegnandomi alla lettura di un’opera allo stesso tempo tipicamente houellebechiana e in qualche modo diversa da tutti gli altri romanzi di Houellebecq.

Da una parte, come riconosce Mazza Galanti in questo articolo, il romanzo ripropone alcune caratteristiche peculiari di tutta l’opera di Houellebecq, prima fra tutti la presenza del protagonista tipo houellebechiano: François, l’ennesimo alter ego intellettuale dell’autore, è un uomo discretamente intelligente e capace di comprendere il mondo in cui vive. Economicamente benestante, con significative speranze di carriera all’interno dell’Università, potrebbe dirsi soddisfatto della propria vita e della propria posizione sociale. Eppure è un solitario e un disincantato, estremamente cinico e mosso unicamente dalla prospettiva del piacere sessuale. Continua a leggere

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L’Aquila, 2015. Quale ricostruzione?

di Valerio Valentini

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Il ragazzo che cammina qualche metro davanti a noi avrà più o meno la nostra stessa età. Si volta ripetutamente, con nervosismo, sforzandosi di farlo sembrare un gesto casuale; poi gira a sinistra, affretta il passo. Convinto che il buio del vicolo lo renda ormai invisibile, si abbassa la lampo dei pantaloni e urina contro il muro. Il muro, in realtà, è la facciata laterale della Chiesa di Sant’Agostino, che dopo il terremoto del 1703 fu ricostruita da Giovan Battista Contini, allievo del Bernini, e che prima del terremoto del 2009 era conosciuta da molti, in città, soprattutto per esser stata trasformata in un piccolo teatro.

Io e la mia amica passiamo oltre, proseguendo lungo Corso Federico II, e prendiamo la traversa successiva, Via Cesare Battisti, che ci immette in quella che era la Piazza della Prefettura. Il ragazzo che ci camminava davanti resta stupito nel vederci uscire da quella via. Si ferma, poi torna indietro, e in pochi secondi scompare, stavolta davvero, nel buio.

«Allora, ti piace l’albero?» mi chiede la mia amica, indicandomi un grande abete illuminato in maniera irregolare con delle luci natalizie che dovrebbero riprodurre dei fiocchi di neve cadenti, ma che producono uno strano effetto psichedelico riflettendosi sull’acciaio dei puntellamenti degli edifici intorno.

«Un po’ pacchiano – rispondo – E a te piace?».

Lei alza le spalle, tenendo le mani nelle tasche del cappotto.

«Ma tutte queste gru illuminate?» rilancio.

«Ah, non lo sai? È un progetto del Comune: durante le vacanze, tutte le gru dei cantieri del centro storico vengono illuminate. Sembra che siano più di cento».

«E a te piace, l’idea?».

Stessa alzata di spalle di pochi secondi fa, stessa espressione scettica sul viso: «Bah, data la situazione, direi che non è male». Continua a leggere

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Su Lo Scuru di Orazio Labbate

di Marco Mongelli

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 «Io non ho ricordi. Dalla mia nascita gli unici pensieri sono stati:
Cristu, la chiesa, i mostri, mio padre»

Lo Scuru è il romanzo d’esordio del ventinovenne Orazio Labbate, siciliano di Butera, ed è anche il terzo titolo della pregevole collana di narrativa di Tunué.
Non credo sia possibile parlare di questo libro senza preliminarmente accennare all’esperienza di lettura che questo libro impone. Radicale nella lingua, nello stile e nei temi, Lo Scuru costringe il lettore a una concentrazione e a un’immersione che dopo neppure 120 pagine lo lascerà spossato e stordito, ma non solo.
Andiamo con ordine: il romanzo narra dell’infanzia e della giovinezza siciliana di Razziddu Buscemi, rimembrata dallo stesso protagonista sul letto di morte in West Virginia, dove era emigrato. Dei venti capitoli il primo e l’ultimo, ambientati nel tempo presente della narrazione, incorniciano le diciotto tappe della formazione «violenta e dolorosa» del ragazzo, in una Sicilia ancestrale ed implacabile.

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Apologia dell’anno pari senza le Olimpiadi estive: dieci grandissimi momenti di sport del 2014

di Marco Mongelli e Luca San Mauro

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Come l’anno scorso abbiamo selezionato i dieci momenti sportivi più significativi dell’anno, un momento per dieci sport diversi. Non c’è il calcio.
Ci sono tante emozioni, alcune intense e imprevedibili, altre perfettamente prevedibili, e anzi studiate, ma ugualmente intense. Com’è ovvio le scelte sono idiosincratiche, e com’è altrettanto ovvio pretendono di avere un’ingiustificata normatività.
Enjoy!

LE OLIMPIADI

Conoscendoci, e conoscendo le nostre preferenze sportive, possiamo garantirvi che Olimpiadi con più neve e meno Putin si sarebbero aggiudicate buona parte dello spazio di questo post. E invece, per quanto riguarda Sochi 2014, ci limitiamo a tre sole cartoline.

BIATHLON
Sochi 2014: Biathlon, 10 km sprint maschile
Krasnaja Poljana, 8 febbraio 2014
Lo “yes” di Bjoerndalen alla vista del suo tempo

Pur non essendosi ancora incontrati – sarebbe avvenuto parecchio più tardi – all’altezza storica di Salt Lake City 2002, i due autori di questo post se ne andavano a scuola tutti orgogliosi della loro pronuncia di Ole Einar Bjoerndalen, la leggenda (dizione e nozionismi gentilmente offerti da Franco Bragagna). Bjoerndalen, norvegese, classe 1974, è semplicemente il più grande di tutti i tempi con fucile in spalla e sci ai piedi. Solo a Salt Lake City, così raccontavamo a parenti e compagni di classe, ha vinto quattro medaglie d’oro. A Sochi ne sono bastate due per farne l’atleta più medagliato della storia delle Olimpiadi invernali. Quella che segnaliamo qui è quella individuale, nella 10km sprint. Alla partenza, Ole ha quarant’anni compiuti. E questo aggiunge l’ennesimo record: nessuno, dopo i quarant’anni, aveva mai vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali. In questo video, Ole spiega come si supera la crisi dei quarant’anni: dormendo in camper, mangiando salsicce, camminando in equilibrio su fili elastici. Insomma, nel solito modo. “Crisi, quale crisi?”.
Ah, e se ancora non siete a parte dell’ormai notissimo segreto, questa è l’occasione per rimediare: il biathlon è uno sport straordinario. Tattico, coinvolgente e tesissimo.

PATTINAGGIO DI VELOCITÀ
Sochi 2014: Pattinaggio di velocità, inseguimento a squadre maschile
Sochi, 22 febbraio 2014.
Lo strapotere olandese nell’inseguimento a squadre, e in tutto il resto

Il giornalismo americano – secondo un tipico misto fra tecnicismo e informalità – chiama “dinastie” quelle squadre che hanno dominato a lungo, e con sfacciata supremazia, il proprio sport. Esempi di scuola sono la Nazionale Sovietica di Hockey, che dal ‘63 al ‘90 è andata a medaglia in ogni competizione internazionale a cui ha partecipato, o la Nazionale Americana di Basket che, su 17 partecipazioni olimpiche, ha vinto 14 ori. Ora, è ovvio che l’esistenza stessa di una dinastia è favorita dai vari gap di interesse e partecipazione che hanno gli stessi sport in nazioni differenti, e però parte del fascino delle dinastie dipende appunto da una certa fungibilità di coloro che le animano: cambiano gli atleti, ma i risultati no.
Il dominio dell’Olanda nel pattinaggio di velocità è un altro ottimo esempio. Esaurita l’opposizione di poche altre nazioni (e, per una brevissima stagione, perfino quella dell’Italia: do you remember Enrico Fabris?), a Sochi la storica supremazia dei Paesi Bassi nell’anello di ghiaccio ha toccato un nuovo massimo: 23 medaglie prese sulle 36 complessive, con medaglie in letteralmente ogni singolo evento. E – cosa ancora più incredibile – per ben quattro volte l’intero podio è stato olandese. L’uomo copertina, se proprio ne cercate uno, è Sven Kramer, campione olimpico dei 5000 metri (come già a Vancouver), e detentore del record mondiale dei 5000 e dei 10000. Fra tutti gli “olandesi volanti” che i cronisti sportivi appioppano in giro – se hai passaporto olandese è sufficiente che qualcuno ti abbia visto corricchiare per sbaglio dietro un autobus per beccarti l’etichetta – è forse quello che merita il titolo più di tutti. Qui una ricostruzione Lego.

SLITTINO
Sochi 2014: Slittino uomini
Sochi, 9 febbraio 2014.
Il podio di Zöggeler

Che vuoi dire del cannibale Armin Zöggeler, slittinista? Niente, appunto. Quindi beccatevi il video della sua medaglia di bronzo di Sochi, la sesta medaglia (due ori, un argento e tre bronzi) in sei Olimpiadi diverse. Sei medaglie nella stessa disciplina in sei edizioni consecutive dei giochi. Nessuno – nella storia di ogni sport – aveva mai fatto altrettanto.

TUTTO IL RESTO

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Morte di un uomo felice. Intervista a Giorgio Fontana

di Valerio Valentini

Antony Gormely, PROP II, 2012

 «Ecco la differenza fra di noi. Tu vuoi provare a capirli a tutti i costi. E del resto sei fatto così: ti metteresti a discutere persino con il diavolo in persona, pur di convertirlo. Io invece guardo ai fatti. Chiamami pure cinico, se vuoi, ma è così: sono dei criminali? Lo sono. Fine del discorso.»

In questa invettiva di Roberto Doni nei confronti di Giacomo Colnaghi, a pagina 230 di Morte di un uomo felice, emerge chiaramente la differenza tra due modi diversi di esercitare la giustizia.

Chi è Roberto Doni? È un giovane magistrato che svolge bene il suo mestiere: indaga per distinguere i colpevoli dagli innocenti. Trasferito a Milano all’inizio degli anni ’80, farà carriera senza farsi molte domande sul suo ruolo di servitore dello Stato. A oltre sessant’anni, però, da affermato sostituto procuratore, sarà costretto a comprendere, nella vicenda di un muratore tunisino troppo sbrigativamente considerato un criminale, quanto il rapporto tra la legge terrena e un ideale di Giustizia superiore sia in realtà problematico. E inevitabilmente, alle soglie del 2010, cambierà in modo radicale la sua concezione del mestiere di magistrato.
Tutto quello che accade a Roberto Doni, però, non lo leggiamo in Morte di un uomo felice: la storia di Doni ci viene raccontata nel romanzo precedente di Giorgio Fontana, Per legge superiore (Sellerio 2011). Morte di un uomo felice, invece, racconta la storia di Giacomo Colnaghi.
Chi è Giacomo Colnaghi? Anche lui è un magistrato, che indaga sui terroristi rossi nella Milano degli anni di piombo, e che è assillato dalle sue domande sul valore autentico della giustizia: davvero basta distinguere i colpevoli dagli innocenti, per fare giustizia?

Partiamo da qui. Morte di uomo felice forma, come tu stesso chiarisci, un «dittico ideale» con il tuo romanzo precedente, Per legge superiore. La cosa strana è che l’ordine cronologico degli eventi narrati nei rispettivi libri è inverso rispetto all’ordine di pubblicazione: è un dittico che viaggia a ritroso. La prima curiosità, allora, è se avessi già in mente di scrivere di ciò che era accaduto prima, quando lavoravi a Per legge superiore?

No. Quando ho terminato Per legge superiore non avevo la minima idea che avrei scritto Morte di un uomo felice. Diciamo, come premessa, che io non sono uno scrittore che si muove per Grandi Questioni, nonostante i miei romanzi trattino temi complessi e, in una certa misura, filosofici. Mi piacciono piuttosto i personaggi, le storie. E così, quando ho finito Per legge superiore, mi sono accorto che Giacomo Colnaghi non riuscivo, narrativamente, a togliermelo di dosso: nonostante in quel romanzo apparisse soltanto per poche righe – come il ricordo dell’unico cruccio che aveva saputo mettere in dubbio le solide certezze dell’amico Doni – mi sembrava un personaggio che aveva dentro di sé qualcosa di più grande. Quando un personaggio ti bussa alla porta, non puoi fare altro che scriverlo. E nello scriverlo mi sono reso conto che avevo ancora qualcosa da dire riguardo lo sterminato macrotema del rapporto tra legge e Giustizia. Ecco, Colnaghi veicolava tutte le caratteristiche che mi consentivano di mettere in carne e sangue molti aspetti lasciati aperti dalla vicenda, che pure era in sé compiuta, di Roberto Doni: il difficile ruolo di amministrare la giustizia in un periodo storico così complicato, in cui il rischio personale per chi indagava su certe faccende era altissimo, la relazione tra giustizia scritta e legge superiore – quella giustizia che Doni, quasi raccogliendo a tanti anni di distanza il testimone lasciatogli dall’amico, effettivamente incarnerà – e infine il rapporto tra giustizia divina e giustizia terrena. Continua a leggere

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2014. Un anno di grande cinema

di Salvatore de Chirico

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L’anno appena trascorso è stato un anno di Grande Cinema. Un anno che in determinate settimane rendeva persino difficile scegliere cosa vedere e in quale ordine di priorità. Un anno che mi rende felice, ripercorrendolo a ritroso, di essere andato al cinema così tante volte e soprattutto di esserne uscito molto spesso con qualcosa in più. È proprio quel qualcosa in più, elemento misterioso e difficilmente descrivibile, l’obiettivo del cinema. È qualcosa di sicuramente soggettivo, trascende i generi, il blasone dei registi, il talento degli attori: è un guadagno emotivo, di riflessione o semplicemente d’intrattenimento che ti permette ancora oggi di amare e di lasciarti stupire, in maniera quasi infantile, da quella magnifica illusione che è il cinema.

Ho scelto dodici film per ripercorrere questo 2014 cinematografico che noi di 404 abbiamo cercato di raccontarvi passo dopo passo.
L’ordine di presentazione è cronologico e tiene conto della data di uscita in sala italiana.
Ora non resta che portare indietro il calendario di un anno e partire in questo nostro viaggio:

  1. 23 GENNAIO 2014

THE WOLF OF WALL STRETT – Martin Scorsese (01 Distribution)

Tre ore di Cinema allo stato puro. Un’analisi lucida e spietata dell’alta finanza, rappresentando il mondo scintillante e amorale del broker Jordan Belfort (DiCaprio). Scorsese racconta l’ascesa e la caduta del suo protagonista e lo fa restituendo quel senso di frenesia, di eccesso e di totale perdita di controllo. Nella finanza di Scorsese non c’è spazio per l’empatia, anzi non mancano momenti d’involontaria e drammatica comicità. Ciò che caratterizza il mondo di Belfort è la mediocrità, la fame bulimica di soldi e potere. Il montaggio è frenetico, i dialoghi serrati, DiCaprio e Hill svettano su tutti. E Scorsese dimostra, qualora ce ne fosse il bisogno, di saper raccontare come pochi al mondo il rapporto distruttivo tra l’uomo e l’ambiente/sistema, e il superamento di quel limite oltre il quale la mente umana si arrende all’ossessione.

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Dance, dance, dance! Tre playlist per l’anno che verrà

di Bruno Pepe Russo

Tre playlist per un veglione di decompressione: si comincia colorati e un po’ francesi, con sonorità che potete trovare al Sysiphus a Berlino o alle serate di Alterpaname a Parigi; Moodymann e qualche suo compare deep ci fanno fare aperitivo ballando, ché basta muovere appena appena le spalle e i bicchieri non si rovesciano ; poi i bpm salgono verso la techno, comincia il turno di notte e saltiamo su qualche loop convincentissimo degli ultimi anni; finalement un po’ di world funk ci risolleva e ci porta fino a Wendy Rene: sarà ormai mattino e il languore non sarà più una passione triste.

Dance dance dance!

Paillettes Apéro [Light Techno/Deep House/Nu-disco, 2 ore]

Night Shift [Techno + Remix, 2 ore]

New Year’s Funky Morning [World (US, Thai, Peruvian, Italo, Nigerian) Funk/Soul, 1 ora e mezza]

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Cose viste, lette e sentite (parte 4)

Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2014. Qui il link alla prima, seconda e terza parte. Buone letture, ascolti e visioni.

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Viola Caon

Christopher Nolan, Interstellar, USA-UK

Future Islands, Singles, 4AD

Leonardo Bianchi, Come i neofascisti provano a prendersi le periferie (Internazionale)
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