Diario da Mitrovica

Day #12 – Il matrimonio

di Milena Pavlović

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[Questa è la terza parte del diario di campo di Milena Pavlovic, attualmente a Mitrovica per svolgere ricerche sulle dinamiche di frontiera e sulla violenza ordinaria nel post-conflitto. Potete leggere la prima parte qui e la seconda qui.  Una prima versione inglese di questo testo è già apparsa su Philopolitics.org]

Il vantaggio di abitare al quarto piano senza ascensore a Kosovska Mitrovica è quello di sentire dalla mia finestra tutto ciò che accade nel nord della città. Mitrovica è un centro urbano piuttosto piccolo, situato nella valle dell’Ibar, circondato da meravigliose colline verdi. Dalla mia finestra vedo il monumento di Trepča, una grande casa rossa distrutta dai bombardamenti e abbandonata durante la guerra, e la chiesa ortodossa di San Demetrius, terminata nel 2005. Dalla mia finestra sento le sirene delle forze dell’ordine che invadono il ritmo quotidiano della città (la polizia kosovara, la Kfor, l’Eulex, i Carabinieri, i militari di varie nazionalità), i tagliaerba dei miei vicini, gli schiamazzi dei bambini che giocano a basket per strada, la musica delle trombe balcaniche. Queste ultime sono diventate il mio appuntamento mattutino del week-end. La mia esperienza in Serbia mi dice che, dove ci sono le trombe, c’è una festa e, visto che purtroppo non sono a Guča (http://www.guca.rs ), c’è un matrimonio, da qualche parte. Continua a leggere

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I giorni della nepente, o della catastrofe inevitabile

di Emanuele Midolo

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Questa storia tossica inizia il 10 agosto 1897, quando un giovane farmacista tedesco, Felix Hoffmann, sintetizza l’acido acetilsalicilico, un efficace analgesico e antiinfiammatorio. Due anni dopo, l’azienda in cui lavorava Hoffmann, la Friedrich Bayer & Co, comincia la commercializzazione del farmaco, ribattezzato Aspirin. Quello che pochi sanno è che la settimana dopo aver inventato l’aspirina, Hoffmann effettua lo stesso processo con una molecola derivata dall’oppio, la morfina, ottenendo un altro alcaloide: l’eroina. “Dal tedesco heroisch, che significa eroico.”

Sebbene fosse poco efficace come rimedio contro la tosse (scopo per il quale Hoffmann l’aveva sintetizzata), l’eroina era comunque un potentissimo sedativo, tanto da diventare in breve tempo uno dei farmaci più popolari della storia. Fino al 1924, anno in cui viene messa al bando dal Congresso degli Stati Uniti, la Bayer ne vendette milioni di flaconi. L’ultimo paese a dichiarare illegale la sostanza è il Portogallo, nel 1962. Un decennio dopo, negli anni ’70, l’eroina è “dramma sociale” in tutta Europa.

In questi giorni, apparentemente così lontani da tutto questo, ho avuto tra le mani uno degli esordi letterari più convincenti che mi sia capitato di leggere. L’autore, Matteo Pascoletti, è nato nel 1978, l’anno che, in Germania, usciva a puntate il romanzo di Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Nello stesso momento, in Francia, il filosofo Guy Debord girava il suo primo film, In girum imus nocte et consumimur igni, traduzione in immagini del suo libro più celebre, La società dello spettacolo. Nella prima scena del film una platea di spettatori, dentro a un cinema, guarda fisso verso la telecamera. La voce di Debord, in sottofondo, annuncia: “In questo film non farò alcuna concessione al pubblico”. Continua a leggere

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Il Sublime Simposio del Potere

Ciao, mi chiamo Francesco e ho letto libri fantasy dai nove ai quindici anni.

di Francesco D’Isa

dite, amici, ed entrate

dite, amici, ed entrate

[intro redazionale

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!]

Ciao, mi chiamo Francesco e ho letto libri fantasy dai nove ai quindici anni. Ho iniziato con i “librigame”, per la precisione con le serie di “Lupo Solitario” e “Alla corte di re Artù”. Nonostante lo stile di scrittura non proprio eccelso (nel caso di Lupo Solitario è un tragico eufemismo), la mia immedesimazione nei testi era tale da considerarne le storie non dico al pari della realtà, ma addirittura superiori; erano, per così dire, la mia “realtà preferita”. Non è poi troppo strano, perché da bambini i confini del mondo sono labili, le identità sfumate e gli oggetti annodati in matasse multiformi;  solo età, esperienza, educazione e dolore fanno sì che il campo si restringa, in una miniaturizzazione del mondo che a volte è dannosa e altre volte solo apparente.

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In breve tempo ho completato tutti i librigame in commercio (tranne quelli rosa, erano per le bambine) e sono rimasto senza nulla da leggere. Così, nella libreria dove mi rifornivo abitualmente, sono passato allo scaffale adiacente: i libri fantasy. Ho acquistato Il Signore degli Anelli (avevo dieci anni) e dopo qualche giorno sono partito in vacanza al mare, dove ai giochi da spiaggia ho preferito costantemente la lettura del libro, che ho finito dopo un mese. È uno dei miei ricordi più belli; il romanzo di Tolkien aveva oscurato qualunque altro stimolo e si può ben dire che lo abitavo con tutto me stesso. Da questa descrizione sembra che io sia stato un bambino difficile e solitario, ma in effetti ero soltanto difficile: la mia passione era tale che avevo convinto tutti i miei amici a giocare al Signore degli Anelli, traslocando di fatto la mia vacanza dal mare in un altro mondo. Continua a leggere

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Solo andata

8. Storia pubblica di un’ascesa sociale? (parte 1)

di Fred Cavermed

Armando Rotoletti, The Barbers of Sicily

Armando Rotoletti, The Barbers of Sicily

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Emigrati, immigrati, cervelli in fuga

I percorsi personali in realtà non sono poi così personali come si vuol credere. Le nostre storie non sono nostre, non ci appartengono totalmente. Non siamo i padroni delle nostre traiettorie né gli autori delle nostre vite e a ben vedere le nostre possibilità di scelta si riducono estremamente di fronte allo gnommero di realtà in cui viviamo. E per sbrogliarlo, lo gnommero, dobbiamo ripensare noi stessi nello gnommero, capire in che modo vi siamo incastrati. Io, noi nel mondo. Estrarre le nostre storie dal recinto ombelicale di chi siamo, di chi crediamo di essere, del perché abbiamo fatto questo o quello, e metterle in relazione con la società e con la storia. Per farlo, bisogna abbandonare le domande precedenti (perché e come sono emigrato?) per avanzarne un’altra, apparentemente banale: emigrato, è la parola giusta? Non è solo una questione di lessico: questa domanda pone un problema iniziale, che è di tipo sociale. Marsiglia, giugno 2014. Da quando vivo in Francia non sono mai andato da un barbiere. Per tagliarmi i capelli, me la sono sempre sbrigata da solo, o con l’aiuto della mia ragazza. Ma tra una settimana ho gli orali del concorso per diventare professore di italiano nelle scuole medie e superiori qui in Francia e se lo passo avrò un impiego stabile, un lavoro che mi piace. L’occasione l’ha imposto: ci vuole il taglio di un professionista, basta macchinetta rowenta. Continua a leggere

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Chi leggeremo fra cinquant’anni anni? Michele Mari, ad esempio

di Marco Mongelli

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Il numero 7 della rivista «Orlando Esplorazioni» è dedicato al rapporto tra quegli scrittori ormai maturi, i “venerati maestri” di arbasiniana memoria, e i lettori e i critici della generazione successiva.
I curatori Paolo Di Paolo e Giacomo Raccis hanno realizzato un sondaggio interpellando critici e lettori esperti tra i 19 e i 39 anni chiedendo loro di rispondere con tre nomi alla domanda: chi, tra gli autori che oggi hanno fra i 49 e i 69 anni, continueremo a leggere in futuro?
Su
Leparoleelecose si può leggere l’introduzione di Giacomo Raccis.
Su «Orlando Esplorazioni» si può leggere la lista intera di chi ha risposto e l’esito delle votazioni. Walter Siti e Antonio Moresco compaiono al secondo e terzo posto della classifica (e a loro sono dedicare due brevi schede critiche pubblicate su minimaetmoralia), Michele Mari al primo, e qui di seguito proponiamo la scheda critica relativa.

La rivista è disponibile a partire da oggi presso lo stand di Giulio Perrone Editore al Salone Internazionale del Libro di Torino e nelle principali librerie; è anche scaricabile dal sito di «Orlando Esplorazioni».

MARI, Michele (1955): figlio ed erede della genìa milanese, quella dei Parini, dei Manzoni e dei Gadda, ma anche dell’ossessione avventurosa dei Poe, degli Stevenson e dei Melville, Michele Mari si è rivelato un maestro a cavallo tra i secoli nonostante, o proprio per, il suo isolamento nell’agone letterario. Orgogliosamente inattuale, ha trasfigurato la cultura pop e la cultura erudita – gli Urania e le figurine, i versi epici e la filologia d’autore – in materia amorosa, pulsante e necessaria. Ha attraversato atmosfere gotiche (Di bestia in bestia) e marine (La stiva e l’abisso); ha raccontato la licantropia (Io venìa pien d’angoscia a rimirarti) e le torture della naja (Filologia dell’anfibio); ha celebrato l’infanzia in splendidi racconti-mondo (Euridice aveva un cane e Tu, sanguinosa infanzia) e si è auscultato célinianamente (Rondini sul filo); è stato pasticheur comico – ma non ironico – (Tutto il ferro della torre Eiffel) e poeta neo-epigrammatico (Cento poesie d’amore a Ladyhawke), archeologo di una memoria privata (Verderame) e di una collettiva (Rosso Floyd); infine è stato teorico di spiriti e fantasmi (Fantasmagonia) e, definitivamente, scrittore settecentesco contemporaneo (Roderick Duddle). Dalla fiaba allo pseudo-trattato erudito, nessuna forma letteraria gli è rimasta estranea, perché da tutte ha estratto il succo vitale ed eterno, mimandone e reinventandone temi, caratteri, linguaggi e stili. Con estremo ma controllatissimo espressivismo ha plasmato la sua fertile immaginazione in pagine ricche e varie perché attraversate da innumerevoli ritmi: l’epico e il solenne si mescano al lirico e all’elegiaco; il saggistico e il trattastico si fondono nell’armonico cantilenante delle filastrocche. La rammemorazione dell’infanzia, spazio-tempo misterioso e decisivo, passa anche per il colloquio con i morti, con il delirio onirico, in una lotta in difesa della verità delle passioni, contro la volgarità del reale. Il tessuto finissimo della lingua di Michele Mari rende la sua letteratura sapiente e ricercata, senza toglierle l’essenza intima e sincera che sempre ha avuto e sempre avrà; una letteratura senza tempo perché di un tempo solo non sa che farsene. Filtrando un’immaginario vastissimo ed esaurendolo con sublime originalità, Michele Mari resta, alfine, un maestro senza eredi.

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Il Sublime Simposio Del Potere

Channel-fireball, dardi incantati da 1d6+1 e onde energetiche (della tartaruga).

Alcune riflessioni sulla transmedialità nel genere fantasy

di Vanni Santoni

dite, amici, ed entrate

dite, amici, ed entrate

[intro redazionale

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!]

Quando mi è stato chiesto di organizzare il “Sublime Simposio del Potere” – al netto della boutade ruolistica del titolo una giornata di studi sulla letteratura fantastica – avevo preparato un piccolo intervento, che poi, vista la quantità e qualità di quelli degli altri intervenuti, ho poi deciso di omettere, limitandomi a coordinare l’incontro.

La giornata era nata come alternativa a una presentazione dei due Terra ignota: lo avevo già presentato molte volte a Firenze, così con i librai della TodoModo avevamo pensato che sarebbe stato più interessante, e proficuo, aprire al fantasy in generale, partendo dall’esperienza di questi romanzi – dalla loro genesi, dal lavoro teorico alla base sia della struttura che del metatesto, dalle riflessioni intorno a ciò che significa, oggi, scrivere un fantasy in italiano, dall’ottima ricezione che stavano avendo, ricezione che veniva a dimostrare che un pubblico “colto” per questo genere esisteva, un pubblico del tutto trasversale che, pur fruendo abitualmente di contenuti cosiddetti “alti” aveva interamente superato certi vetusti pregiudizi nei confronti del “genere” e della narrativa popolare, in generale, e del fantasy in particolare. Continua a leggere

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Solo andata

7. Fenomenologia dello sfruttamento dell’italiano migrante a Berlino

di Giuseppe Colucci
Pizzeria

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Questo articolo è uscito precedentemente qui.

“Se volete guadagnare 20 € per 8 ore di lavoro andate al ristorante “La Cantina”. Prelevano gli avanzi che vengono buttati nella spazzatura (carne, olive..) per poi rimetterli nei piatti da servire. Buona serata a tutti.” Questo è uno dei tantissimi messaggi scritti su uno dei gruppi Facebook più gettonati tra gli italiani a Berlino. Italiani e ristoranti italiani a Berlino, storia di una liaison che sta assumendo, negli ultimi mesi, dei contorni sempre più agitati. Il lavoro in ambito gastronomico è spesso la prima àncora di salvezza cui ricorrono molti connazionali che sbarcano in Germania e a Berlino. Prima di imparare la lingua, prima di provare a cimentarsi in quello per cui hanno studiato, si affidano a ciò che pare essere lo sbocco più logico e in cui c’è sempre qualcuno alla ricerca di manodopera: la ristorazione. In ogni angolo del pianeta, questo è uno degli ambiti lavorativi dove c’è più sommerso, lavoro in nero, sottopagato, con turni sfiancanti e turnover a livelli altissimi.

Berlino non fa eccezione e, così come altrove, all’ombra del Fernsehturm si cercano immigrati in situazioni più o meno disperate, che accettino paghe più o meno da fame. Con la differenza, però, che qui gli immigrati siamo noi. E, a volte, anche i datori di lavoro. Continua a leggere

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Diario da Mitrovica

Day #6 Una passeggiata a Mitrovicë

di Milena Pavlović

Istruzioni per attraversare il Ponte di Mitrovica. Foto scattata nel 2005. Attualmente il cartello pare sia stato rimosso. Licenza Common Sharing

Istruzioni per attraversare il Ponte di Mitrovica. Foto scattata nel 2005. Attualmente il cartello è stato rimosso. Licenza Common Sharing

[Questa è la seconda parte del diario di campo di Milena Pavlovic, attualmente a Mitrovica per svolgere ricerche sulle dinamiche di frontiera e sulla violenza ordinaria nel post-conflitto. Potete leggere la prima parte qui. Una prima versione inglese di questo testo è già apparsa su Philopolitics.org]

Sul ponte sei poliziotti locali – serbi e albanesi – divisi in gruppi di due, pattugliano la struttura che unisce le due parti della città. Sono sul ponte, finalmente.

Da nord a sud, io e un’altra giovane ragazza lo attraversiamo; nel senso inverso, da sud, il numero di persone che si dirige verso nord è nettamente maggiore. L’osservazione di questo flusso mi parla di un’appropriazione diversa dello spazio, confermata, d’altronde, da alcuni dei miei interlocutori: pochi serbi vanno a Mitrovicë, mentre gli abitanti del sud attraversano abitualmente il ponte. Kosovska Mitrovica è considerata l’ultimo bastione della Serbia in Kosovo, ma in uno Stato autoproclamatosi indipendente (17 febbraio 2008) e a maggioranza albanese. L’attraversamento del ponte allora, è anche la prova ordinaria di un rapporto di forza.

Il ponte: da sud a nord (M. Pavlovic)

Il ponte: da sud a nord (M. Pavlovic)

Solo due minuti di passeggiata mi separano dall’altro lato della città. Il mio viso è tranquillo ma, dentro di me, temo un po’ Mitrovicë. Perché uno dei miei interlocutori serbi non attraversa il ponte da più di 10 anni? Ho talmente interiorizzato la storia di questa città e del suo equilibrio precario che sento di esserne parte, in qualche modo: la lingua che parlo, il mio cognome, il mio appartamento nel nord della città, le mie frequentazioni. Come interagire, come relazionarmi agli abitanti di Mitrovicë? Continua a leggere

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Il più bel disco italiano dell’anno è già uscito – Una recensione/intervista a IOSONOUNCANE

di Giorgio Busi Rizzi

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È tornato.

Quattro anni e mezzo dopo La Macarena su Roma, che aveva regalato all’artista sardo il premio Fuori dal Mucchio e un’esibizione all’Ariston per il Premio Tenco, Jacopo Incani-IOSONOUNCANE esce con un secondo lavoro, sempre per La Famosa Etichetta Trovarobato, ed è un’opera di una bellezza abbacinante.
DIE (“giorno”, in sardo quasi come in latino, in spagnolo o in inglese) è un concept di 37 minuti e sei brani, un lavoro densissimo, stratificato, estremamente carnale, un’opera certosina figlio di un perfezionismo insano.

Incani si conferma alfiere del cantautorato italiano degli anni duemila, e lo fa anche attraverso interviste argute, ragionate, con frasi mai banali, ponderate e cesellate quanto la sua musica. “Mi devo sforzare tantissimo per dire cose intelligenti”, mi risponde schermendosi mentre lo celebro senza decenza.
C’è un contrasto stridente tra l’understatement della persona – un trentenne riflessivo, silenzioso, brillante e ironico ma sempre sulle sue – e il personaggio IOSONOUNCANE così come veniva fuori dal suo primo lavoro (e specialmente dai numerosissimi live che lo hanno accompagnato). La maschera indossata all’epoca era fatta di personaggi e contesti sopra le righe, macchiette deformi, gesti ridicoli e straniati. Ora è un po’ come se i pezzi si ricomponessero, se tutto tornasse al suo posto; non più schiavo dell’alienazione metropolitana (il primo disco era stato scritto mentre lavorava in un call center), isolatosi nei paesaggi brulli del Sulcis, in cui è nato (nelle interviste rivendica quello che attualmente è il suo altro lavoro, come contadino aiutando suo zio a Buggerru), Incani sembra ritrovare se stesso. Indirettamente, certo, perché DIE è un disco a narratività minima (Incani nel presentarlo premette una storia – un uomo nel mare in burrasca, una donna che lo osserva dalle sponde) in cui sono i paesaggi a farsi carne, dando l’impressione di un lavoro inscindibile dal luogo in cui è stato concepito.

1) Jacopo, al secondo album sei già alla prova della maturità, ed è una prova che sembri passare a pieni voti. La tua mano è inconfondibile, eppure il risultato è radicalmente diverso dal disco precedente. La Macarena su Roma è inseparabile dal periodo storico in cui è stato concepito; c’è dentro l’Italia degli anni zero, vista soprattutto attraverso la lente straniante della televisione nazional-popolare. DIE, invece, sembra rimanere sospeso in una sorta di tempo mitico. Hai smesso di guardare la televisione, viene da dire se è concesso banalizzare. E, sembra quasi, di usare il computer, di aggiornare compulsivamente l’homepage di Repubblica, di arrenderti ad un certo tipo di impiego del tempo che sembra soggiogarci.

Probabilmente si, ma si tratta eventualmente di una conseguenza. Quando lavoro a un punto di vista lo approfondisco, lo studio, cerco di acquisirne il lessico. Non ho scritto di TV perché la guardavo, piuttosto la guardavo perché volevo scriverne. In ogni caso io la tv la guardo ancora: non mi perdo una puntata di Un posto al sole.

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Solo andata

6. Emigranti in commedia

di Massimiliano Coviello

fig 4 da Ricomincio da tre

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Il testo che pubblichiamo è un estratto, adattato dall’autore per il nostro blog, della voce “Emigrazione” contenuta nel primo volume del Lessico del cinema italiano. Forme di vita e forme di rappresentazione (Mimesis, 2014), curato da Roberto De Gaetano. Qui potete consultare il sito web del Lessico con le interviste e le recensioni al volume.

1. Commedie della nostalgia

A cavallo tra gli anni cinquanta e settanta, mentre prosegue l’emigrazione all’estero e si afferma un nuovo modello di mito americano, foraggiato dall’industria del consumo e dello spettacolo di massa ed esemplificato dai comportamenti compulsivi di Nando Mericoni, il personaggio interpretato da Alberto Sordi in Un americano a Roma (Steno, 1954), l’Italia diventa lo scenario di un massiccio spostamento, la “grande emigrazione interna” dalle zone agricole del Mezzogiorno verso i poli industriali del Nord.

Industrializzazione, esodo, inurbamento di massa, modernizzazione, miracolo economico: mentre questa successione causale di fenomeni sociali ed economici pone gli italiani di fronte a grandi cambiamenti, il cinema di Fellini (I vitelloni, 1953; La dolce vita, 1960), di Dino Risi (Una vita difficile, 1961), di De Sica (Il boom, 1963) scandaglia e svela i meccanismi tragicomici, grotteschi, alla base del progresso e della conquista “forzata” del benessere. Continua a leggere

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