Partecipate pubbliche e miti privati – o dei risparmi senza economia

di Giacomo Gabbuti

"Tutto ciò che fa profitto deve essere privato, e ciò che è in perdita pubblico" - El Roto

“Tutto ciò che fa profitto deve essere privato, e ciò che è in perdita pubblico” – El Roto

[Questo articolo è precedentemente apparso su Il Corsaro]

È ripartita, come prevedibile, la crociata contro le imprese partecipate dallo Stato – quelle imprese, cioè, “normali”, o “private” da un punto di vista del diritto, ma tra i cui azionisti figura lo Stato in una delle sue declinazioni a livello locale (quando è l’azionista prevalente, dovrebbero dirsi “controllate”). Del resto, per garantire coperture impossibili alle sue goffe misure di politica economica, il governo dimostra tutta la sua scarsa originalità e innovazione promettendo ancora una volta di eliminare la “spesa pubblica improduttiva”. Nel tentativo di dare un volto a questa creatura mitologica (forse Renzi pensava di trovare nel bilancio dello Stato la voce “spesa improduttiva”, da tagliare sic et simpliciter), torna buona la bestia delle partecipate. Non solo – ci tiene a dirci Repubblica – esse sono tutte in perdita: ma la perdita sarebbe addirittura proporzionale alla presenza dello Stato! Del resto, l’equazione è da prima elementare: se pubblico = brutto, allora + pubblico = + brutto. Talmente vero che entra in 140 caratteri, e se la metti su una slide lascia tanto spazio per le foto.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Altro, Politico, Tutti gli articoli

Venezia 71 – She’s funny that way di Peter Bogdanovich

di Marcello Bonini

she-funny-that-way-1

Uno dei film western più belli di tutti i tempi è sicuramente L’uomo che uccise Liberty Valance, diretto nel 1962 da John Ford. Qui, il giovane avvocato Ransom Stoddard, simbolo dell’America che verrà, diventa amico di un vecchio cowboy di nome Tom Doniphon, a sua volta simbolo di coloro che l’America l’hanno costruita, ma si ritrova a dover affrontare il pericoloso bandito del titolo, e la sua eroica vittoria in duello gli garantirà il successo che lo porterà a diventare Senatore degli Stati Uniti. Quando però diversi anni più tardi racconterà quell’episodio ormai mitico ad alcuni giornalisti, rivelerà che ad uccidere Liberty Valance non fu lui, ma Tom, che sparò all’avversario alle spalle. Ma i giornalisti rifiuteranno questa versione, perché «quando la leggenda diventa un fatto, stampa la leggenda». Ѐ difficile trovare un film western che parli con maggior intelligenza del cinema western. Ford è stato il principale artefice della nascita del mito della frontiera, ma era perfettamente consapevole che i suoi cowboy dall’onore di ferro non avevano alcuna attinenza con la realtà dei padri fondatori di un paese nato sul sangue. Furono gli uomini come Tom ad aprire la strada agli uomini di legge come Ransom, e lo hanno fatto grazie alla violenza. Ma Ford era anche consapevole che il racconto filmico ha il pieno diritto di stravolgere la realtà per creare un magnifico mondo che forse non è mai esistito.

She’s funny that way di Peter Bogdanovich sembra partire da qui, e non a caso proprio a Ford il regista serbo-americano dedicò nel 1971 il documentario Directed by John Ford. Il suo ultimo film, fuori concorso a Venezia 71, racconta di come la giovane Isabella sia riuscita a diventare una grande attrice cominciando come ragazza squillo, ma essendo tutta la storia narrata in prima persona, proprio a una giornalista, da Isabella stessa, il film mette in scena il racconto nel suo farsi. La ragazza dichiara subito di credere alle favole, e quando l’intervistatrice interviene per mettere in dubbio le mirabolanti peripezie del suo racconto, sorride, ribadendo il diritto a trasformare in leggenda un fatto. Non è importante quanto ci sia di vero, conta quanto la favola che Isabella racconta ci affascini e ci diverta. In questo She’s funny that way diventa una brillante riflessione sulla Hollywood degli anni d’oro, sui cui protagonisti Bogdanovich ha già scritto due splendidi libri, Chi c’è in quel film? e Chi ha diretto quel film?. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Cinema, Tutti gli articoli

Venezia 71 – 99 homes di Ramin Bahrani

di Marcello Bonini

99homesposter

C’è un momento cruciale in 99 Homes. Prima dell’ultima scena, il protagonista deve prendere una decisione fondamentale: può commettere un atto infame che lo renderà ricco, oppure pentirsi e salvare la propria umanità.
L’ultimo film di Ramin Bahrani, in concorso alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, racconta uno dei tanti drammi sociali che sono seguiti alla recente crisi economica: la perdita da parte di innumerevoli proletari della propria casa, divenuta impossibile da pagare dopo la perdita del lavoro.
Sebbene il regista accolga una struttura narrativa tipicamente americana, il suo sguardo sulla vicenda svela le sue origini: troppo spietato nel mostrare quel connubio tra banche e governo che ha permesso a qualcuno di arricchirsi a spese di tanti. Pochi statunitensi sarebbero stati così duri nello smantellare il sistema del sogno americano.
Dopo essere stato sfrattato con la madre e il figlio dalla casa dove è nato e cresciuto, Dennis trova molto in fretta il modo per rimettersi in piedi, e dall’indigenza nella quale è sprofondato riesce ad arricchirsi come mai prima, grazie però al lavoro datogli dall’agente immobiliare che lo ha buttato fuori di casa, entrando così nei suoi traffici al limite della legalità. Torniamo a questo punto alla scena chiave di cui sopra. Dennis è ad un bivio, e il film con lui. Negli istanti in cui si consumava il suo dramma interiore, mentre il dubbio e l’indecisione rodevano l’anima di Dennis, io mi sono trovato diviso tra il mio essere spettatore e, se me lo si concede, il mio essere critico cinematografico.

Continua a leggere

1 commento

Archiviato in Cinema, Tutti gli articoli

Venezia 71 – One on one di Kim Ki-duk

di Marcello Bonini

one-on-one-

Kim Ki-duk sta diventando un ospite fisso alla Mostra del Cinema di Venezia. Già presente l’anno scorso con Moebius, film al centro di molte polemiche per la sua radicalità, torna quest’anno alle Giornate degli Autori con One on one, opus numero XX del regista sudcoreano.

Qui si racconta di un gruppo di reietti della società riunitosi per vendicare l’omicidio di una studentessa, commissionato per oscuri motivi da alcuni uomini di potere. Il film è ben girato, con buoni interpreti ed una rappresentazione della violenza esplicita ma che non scivola mai nella gratuità autocompiaciuta. Cosa impedisce dunque a One on one di essere un grande film? La sua stessa natura. I film sudcoreani di vendetta sono ormai quasi un genere a sé stante, anzi, sembra che buona parte della produzione cinematografica del paese sia dedicata a queste turpi storie di odi e rancori. Park Chan-wook vi ha dedicato un’intera, riuscitissima, trilogia (Sympathy for Mr. Vengeance nel 2002, Oldboy nel 2003, e infine Sympathy for Lady Vengeance nel 2005), e lo stesso Kim Ki-duk aveva già esplorato il tema appena due anni fa con Pietà. Certo lui rispetto a Park Chan-wook (e a se stesso) rafforza la componente politica, esplicitando la sotterranea metafora sociale dei predecessori, e aggiunge un indovinato tocco di Kafka (c’è sempre qualcuno più in alto ad aver ordinato l’omicidio, le cui ragioni rimarranno misteriose). Ma questo non basta a scrollare di dosso al film quel sentore di già visto che lo pervade. Anche perché la sensibilità degli autori dietro a tutte queste pellicole è spesso simile: la vendetta non è mai giustificata, ma è sempre comprensibile, ed è un passo verso un’ineluttabile spirale dove sangue chiama sangue che chiama altro sangue. In questo, la fonte d’ispirazione comune sembra almeno in parte essere la tragedia greca e le sue eredità di morte, mescolate alla visione del mondo tipicamente asiatica, dove i confini tra personaggi positivi e personaggi negativi sono quanto mai labili. Ma queste stesse parole con pochi o addirittura con nessun accorgimento potrebbero essere impiegate per parlare di qualunque altro film di vendetta coreano. La grande differenza tra queste tante opere è soprattutto formale, e appurato che si tratta per lo più di registi la cui capacità di messa in scena è fuori discussione, si può esprimere un giudizio prettamente soggettivo, a seconda che si preferisca lo stile più semplice e immediato di Kim Ki-duk o quello più costruito ed estetizzante di Park Chan-wook.

Un giudizio oggettivo può più che altro limitarsi a constatare che One on one arriva dopo tanti altri film ai quali somiglia non poco, ennesimo rappresentante di una nazione che sembra bloccata sui film di vendetta. Le ragioni per un interesse così spiccato sarebbero sicuramente interessanti da analizzare, ma è un compito complesso che richiederebbe un esperto della società sudcoreana, se non ci si vuole fermare a vedere solo il livello della critica sociale a un sistema corrotto. Un esperto di cinema può al più sbuffare davanti a un film già visto troppe volte, ma poi non potrà che constatare che, forse, è meglio essere bloccati sui film di vendetta che sulle commedie e i drammi realistici all’italiana (per quanto, bisogna dirlo, gli ultimi anni siano stati prodighi di film italiani nuovi e ben riusciti e un nuovo corso paia farsi strada).

Lascia un commento

Archiviato in Cinema

Il Califfato, o della Modernità Occidentale

di Niccolò Serri

hipsterjihadi

Con la sua recente avanzata nelle pianure di Nineveh e l’assalto alle limitrofe postazioni occupate dai Peshmerga Kurdi, l’ISIL/ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), o più semplicemente IS (Stato Islamico), ha esteso il suo controllo su una porzione di territorio più o meno grande come il Belgio, fra Aleppo e Mosul. Già da inizio Giugno, il movimento si è candidato a strappare ad Al Qaeda e agli Al Shabaab somali la palma di gruppo terroristico più ricco del pianeta, potendo contare non solo sui proventi delle sue sistematiche razzie, ma anche sul ben più remunerativo controllo dei giacimenti di gas e petrolio a cavallo tra Iraq e Siria.

Di fronte a questo processo di vero e proprio state-building totalitario, forse ancor più che di fronte alla sistematicità del massacro palestinese, la narrazione occidentale resta intrappolata in una visione ‘orientalistica’ della realtà mediorientale. La brutalità dei massacri (da ultimo quello degli Yazidi) viene ricondotta, ancora una volta, ad una barbarie irrazionale, frutto della mancata modernizzazione dell’area, della ferocia inter-settaria e dell’ineliminabile refrattarietà della religione musulmana al progetto della democrazia liberale.
La striscia di Gaza è descritta come un brulicante coacervo di odio anti-israeliano, da cui, contro ogni valutazione tattico-strategica, continuano a essere lanciati missili contro le soverchianti forze israeliane; l’IS è assimilato ad una primitiva orda di mongola memoria, descritto sbrigativamente come «più estremista di Al Qaeda», animato da una furia cieca e devastatrice. La sofferenza degli uni e la violenza degli altri sono sempre tenute a debita distanza dalla nostra coscienza occidentale, ‘esoticizzate’ e marginalizzate come residuo anti-moderno.

Un caso emblematico è rappresentato dall’eco avuta dall’intervista rilasciata da una profuga cristiana. In fuga da Qaraqosh – la più grande città a maggioranza cristiana del Nord dell’Iraq, recentemente conquistata dall’IS – una donna, di nome Rwaa, è riuscita ad entrare in contatto con il BBC Radio Service per descrivere le prime drammatiche conseguenze dell’occupazione Jihadista.

Non abbiamo nessun posto dove andare perché nessuno ci vuole qui… Ci hanno tolto tutto, hanno preso le donne, le hanno stuprate, le stanno vendendo, per Dio, le stanno vendendo. Ma in che secolo ci troviamo?

La tragica domanda finale, non a caso ripresa da molti media, svolge una funzione normalizzatrice della violenza mediorientale, con il rimando ad un tempo storico antecedente alla linea di progresso della modernità occidentale, un retaggio medievale di facile lettura. Essa ci permette di stupirci ed indignarci (forse) di fronte all’atrocità delle persecuzioni, senza però alcuna assunzione di causa e problematizzazione del conflitto, ridotto a torbido rimasuglio di secoli passati. Continua a leggere

5 commenti

Archiviato in Politico, Tutti gli articoli

Universi immaginari condivisi. Una recensione a Stalin + Bianca di Iacopo Barison

di Tommaso Ghezzi

stalin-bianca-iacopo-barison_h_partb

Era più o meno la metà degli anni ottanta. Pier Vittorio Tondelli gettò le basi di quella che diventerà la Transeuropa Edizioni attraverso il Progetto Under 25. Poco dopo, con Mondadori, darà vita al programma editoriale Mouse to Mouse, da Tondelli stesso definito «una ‘serie’ editoriale, non tanto di una ‘collana’ con caratteristiche letterarie ben precise che vuole esplorare quei territori culturali non immediatamente riconducibili alla letteratura e alle sue pratiche, luoghi non marginali, non emergenti nella società e che cerca quindi le narrazioni nel mondo della moda, della pubblicità, delle arti figurative, dello spettacolo, del rock».

Nel 2014 Vanni Santoni procede con un’operazione assai affine a quella dell’ormai asceso autore emiliano; diventa direttore della collana di narrativa dei tipi Tunué, una casa editrice specializzata in graphic novel e saggistica legata al fumetto. L’apertura alla prosa non sembra un salto così ardito; la tagline di Tunué è “editori dell’immaginario”. Immaginario “del contemporaneo”, specificano tra i punti del codice etico della Casa. C’è quindi il tentativo di rappresentare la complessità referenziale dei nostri tempi, una mappatura dell’insieme contemporaneo di simboli, figure e concetti. Santoni parla di “sconfinamento” come criterio basico per la selezione dei testi, insieme alla “bontà della prosa” e alla brevitas delle 250.000 battute. Una solida cassa integrativa, libera, priva di pregiudizi, ideale per la crescita di un giovane autore.

Uno dei ‘talenti’ selezionati da Vanni Santoni è Iacopo Barison che si era già fatto notare nel 2010 con 28 grammi dopo (Voras, 2010), tratto dal suo blog Xanax & co., cinefilo, autore per Minima&Moralia, ventiseienne. A lui il compito di inaugurare la collana, a Maggio 2014, con un romanzo di 180 pagine, intitolato Stalin + Bianca.

Il segno “+” vuole essere già segnale di un’eloquenza additiva; nel testo si stagliano risultati random di una ricerca in un bagaglio comune ai nati nella seconda metà degli anni ottanta, con un minimo di cultura cinematografica; i risultati sono addendi. Il complesso è la somma dei nuclei riconoscibili, dei riferimenti diretti ad universi immaginari condivisi.
La scena in cui si giustifica il simbolo matematico del titolo si trova a metà del libro; Stalin, protagonista disincantato, outsider canonico della periferia metropolitana che si è guadagnato questo soprannome per i suoi baffi tardo adolescenziali, incide il suo nome sul tronco di un albero, mentre un senzatetto – non personaggio, ghost-character di cui il testo è pieno – lo osserva. Continua a leggere

1 commento

Archiviato in Letteratura, Tutti gli articoli

La distanza tra un civile e un terrorista

di Vincenzo Fatigati

israel-gaza[1]

Prima funzionava così: una telefonata, proveniente dal tuo eventuale carnefice, ti  avvisava che in una manciata di minuti la tua casa sarebbe stata distrutta da un missile. Se eri in tempo e riuscivi a fuggire, allora potevi avere salva la vita, e quindi essere magari etichettato come civile. Il nemico – prima di premere il grilletto – almeno  ti aveva avvisato.

Ora, già a partire da qualche anno, al posto della telefonata l’esercito israeliano utilizza una nuova tecnica, quella del roof knocking: un missile ‘leggero’ ti ‘bussa’ a casa, colpisce il tetto facendolo leggermente sobbalzare e, sostanzialmente con la stessa funzione della telefonata, ti avvisa di essere nel mirino.  Avvisandoti quindi ti offre una possibilità: fuggire (se si è in tempo) o morire, e quindi  essere potenzialmente considerato ex post, da un punto di vista giuridico, come eventuale ‘partigiano’, uno scudo umano, comunque uno che ha scelto di stare lì. L’azione militare non solo deve essere decisa e determinata, ma la vittima che appare nell’obiettivo deve essere considerata, davanti alla comunità internazionale e all’opinione pubblica, responsabile di quell’azione, colpevole, in modo da fare sembrare l’operazione giusta, necessaria e umanitaria.
Il tempo che scorre tra il primo missile, quello che serve ad avvisarti, e il secondo, generalmente si aggira, nella migliore delle ipotesi, intorno ai dieci o quindici minuti, ma vi sono stati casi in cui questi dieci minuti si sono ridotti a zero, o a pochi secondi.
Ecco, questo tempo è la distanza che separa un terrorista da un civile.

I jihadisti  fondamentalisti di Hamas non riconoscono lo Stato di Israele e vogliono che tutti  gli israeliani, civili e militari, vengano uccisi. Secondo la loro prospettiva “barbarica e criminosa” non vi è pertanto distinzione tra chi è  civile e chi non lo è. Mentre i democratici israeliani vogliono colpire solo i responsabili dei crimini,  i veri colpevoli; insomma gli israeliani vogliono solo legittimamente difendersi. E, se ci sono  “danni collaterali” ( i.e. bambini, civili innocenti), beh questi sono  imputabili  ai terroristi, come qualche giorno fa ha asserito Netanyahu. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Politico, Tutti gli articoli

La messa in scena dell’assenza. Diego Soto − la maledizione latinoamericana

di Rosa Teresa Fries
Traduzione dal tedesco di Umberto Mazzei

salvador-dali-the-railway-station-at-perpignan

Salvador Dalí, La stazione di Perpignan

Pubblichiamo il terzo e ultimo estratto dal lavoro di laurea di Rosa Teresa Fries sul tema dell’identità nel romanzo Stella distante di Roberto Bolaño. La prima parte si trova qui, la seconda qui.

Esattamente come Juan Stein, anche Diego Soto abbandona il paese dopo il colpo di stato militare. Gli riesce di costruirsi un’esistenza come stimato accademico in Europa. Ciononostante la sua vita finisce tragicamente nella stazione di Perpignan, dove viene pugnalato da tre neonazisti. Come anticipato, nel racconto delle circostanze della sua morte si trovano numerosi riferimenti intertestuali a Il Sud di Jorge Luis Borges. Testo che comparve nel 1953 su “La nación” e fu incluso tre anni dopo nel volume Finzioni.
Il protagonista di Borges, Juan Dahlmann, viaggia verso la sua estancia nel Sud per riprendersi dopo una degenza dovuta a una ferita alla testa. Il treno questa volta si ferma in una stazione ferroviaria diversa dal solito, perciò Dahlmann si vede costretto a chiedere aiuto in una taverna. Decide di cenare lì e viene bersagliato con palline di pane da tre peones che bevono al tavolo vicino, cosa che lui inizialmente ignora per evitare uno scontro. Tuttavia, quando il padrone si rivolge a lui con il suo nome, Dahlmann sente che ora la provocazione dei peones si indirizza contro di lui come persona, per cui si vede costretto ad agire. Si viene a un conflitto verbale che culmina nell’invito a duello da parte di uno dei tre. L’obiezione del proprietario che Dahlmann è disarmato è respinta da un gaucho che siede nell’angolo che getta un coltello al protagonista. Mentre Dahlmann lo raccoglie si rende conto che questo stesso gesto lo obbliga al duello. Non avverte però nessuna paura, ma piuttosto:

 [s]entì […] che morire in una rissa a coltellate […] sarebbe stata per lui una liberazione, una gioia e una festa, nella prima notte d’ospedale, quando gli conficcarono l’ago. Sentì che se lui, allora, avesse potuto scegliere o sognare la sua morte, era questa la morte che avrebbe scelto o sognato.

Sulla scorta di questa citazione la seconda metà del testo è spesso interpretata come sogno del protagonista1, che a causa della ferita alla testa e della febbre immagina solamente il viaggio verso Sud, mentre in realtà muore in ospedale. Dahlmann sogna dunque di morire una morte romantica2, come quella dei gauchos argentini della letteratura del XIX secolo, poiché si identifica nel suo eroico nonno Francisco Flores, perito in battaglia. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura

Ripetizione e Morte nelle Colonie: sugli attacchi israeliani a Gaza

L’articolo di qualche giorno fa di Nicola Perugini sugli eventi di Gaza ha aperto una questione fondamentale: come dobbiamo porci di fronte al rituale riproporsi della violenza e della morte nelle terre palestinesi? È davvero impossibile un’opera di educazione e informazione seria, l’assunzione pubblica di una posizione di inequivocabile condanna verso il governo israeliano? L’ultimo violentissimo attacco, iniziato l’8 luglio conta già 200 morti, tutti palestinesi. Da poche ore è iniziata l’invasione via terra della striscia. Il dibattito pubblico italiano è però quantomai tossico: la rappresentazione degli eventi non prevede uno sguardo degli oppressi di Gaza, né registra il vasto dissenso contro le politiche di Netanyahu presente nell’opinione pubblica israeliana.
Durante la sua argomentazione Perugini cita un articolo scritto da Nimer Sultany l’11 luglio scorso, che riflette proprio sulla natura politica del concetto di ripetizione nel contesto degli attacchi a Gaza. Abbiamo pensato di tradurlo sperando di rendere un servizio al dibattito pubblico.

20140711-200035-600x600

Traduzione di Niccolò Serri e Gaia Tomazzoli 

Mentre scrivo queste righe, la BBC riferisce di 100 morti avvenute finora a Gaza nel recente attacco israeliano. Dato che abbiamo già visto queste scene in precedenza, l’invocazione della ripetizione arriva naturalmente: «ancora una volta» è un’espressione comune quando si parla di morte e sofferenza nella Palestina occupata, e in particolare a Gaza. Può essere un riflesso istintivo non privo di retorica di schieramento (come in: «ancora una volta Israele uccide i Palestinesi» oppure: «ancora una volta Israele deve difendere se stessa dagli attacchi della Palestina»). O può essere impiegato da una terza parte che, in buona fede, percepisce lo spiegamento retorico di «ancora una volta» come propaganda di guerra tra due fazioni impegnate in un tragico conflitto. La ripetizione è identificata col morire futilmente.

Ripetizione fuori contesto

Ma «ancora una volta» non è solo una postura retorica né il sintomo di una disperazione tragica. Connota una dinamica di potere ricorsiva e una relazione strutturale tra occupante e occupato: dovrebbe ricordarci il contesto, invece di cancellarlo. Un recente esempio di questa cancellazione del contesto è dato da come Jake Tapper della CNN ha liquidato come mero espediente il tentativo di Diana Buttu di riportare la discussione al contesto; certo il contesto confonde e destabilizza le semplificazioni. Il conduttore ha proseguito con le domande al rappresentante del “punto di vista palestinese” per mostrare la propria tesi (solo in apparenza imparziale) che invocava la presunta cultura dell’odio e del martirio diffusa tra i Palestinesi. La cancellazione del contesto rende la violenza in Palestina irrazionale; da ciò scaturisce il bisogno di un contesto alternativo nel quale le spiegazioni culturali e religiose assumono importanza preponderante.

Il lato israeliano non viene analizzato nella stessa maniera, anche se gli eventi recenti, come il rapimento e l’uccisione di un minore palestinese, avrebbero potuto spingere a qualche tipo di problematizzazione (come ad esempio è successo in alcuni circoli israeliani come Haaretz). Un’opera di contestualizzazione avrebbe potuto guardare all’assalto violento e sistematico dei coloni verso i Palestinesi nella Cisgiordania, e alla complicità legale ed istituzionale dello Stato, come descritto in maniera dettagliata in molte inchieste; ma niente di simile è successo. Si sarebbe potuto ricordare agli spettatori come anche l’oltranzismo del governo di Benjamin Netanyahu e le sue resistenze al processo di pace facciano parte del contesto, ma non si è fatto neanche questo. E non lo si è fatto perché il contesto è astratto e lontano (più di sessant’anni), mentre la violenza è concreta e immediata (i razzi di Hamas).

Non c’è niente di retorico o di tragico nei recenti 100 morti a Gaza. Nei resoconti retorici/tragici la materialità della morte e della sofferenza fanno parte di un circuito di produzione dell’immagine finalizzato ad ottenere vantaggi politici. Per di più, la responsabilità politica delle fazioni ne risulta distorta (inclusa l’assoluzione di terze fazioni, spesso complici nel perpetuare l’oppressione). In mancanza di contestualizzazione, o la responsabilità è equamente spartita tra due attori violenti diametralmente opposti, oppure la fazione più forte non ha nessuna responsabilità perché sta semplicemente rispondendo alla violenza irrazionale del debole, su cui invece viene scaricata la responsabilità per la morte e la sofferenza.

Continua a leggere

1 commento

Archiviato in Politico

La messa in scena dell’assenza. Juan Stein – morte eroica di un codardo

di Rosa Teresa Fries
Traduzione dal tedesco di Umberto Mazzei

FSLN

il Fronte Sandinista

Pubblichiamo il secondo estratto dal lavoro di laurea di Rosa Teresa Fries sul tema dell’identità nel romanzo Stella distante di Roberto Bolaño. La prima parte si trova qui.

«…bisogna leggere Borges»

R. Bolaño, El escritor y su oficio in “Quimera”, 166, 1998.

Una delle caratteristiche chiave di Stella distante sono gli intertesti. Colpisce in particolare la relazione intertestuale con l’opera di Jorge Luis Borges1. Già nel prologo l’autore invoca ammiccando il «fantasma sempre più vivo di Pierre Menard» come partecipe alla produzione letteraria. Lo stesso Bolaño poi, grande ammiratore dello scrittore argentino, mette in risalto, come citato in apertura, la necessità di leggere Borges. Proprio riguardo a questo invito, si cercherà di esaminare come la lettura dei testi borgesiani possa influire e arricchire quella di Stella distante.

Riferimenti ai testi dell’autore argentino per quanto concerne il tema dell’identità si trovano tanto nella strategia narrativa utilizzata da Bolaño, quanto, soprattutto, nelle biografie di Juan Stein e Diego Soto raccontate nel quarto e quinto capitolo del libro. In questi capitoli Belano tenta di raccontare il destino dei due insegnanti del seminario di scrittura dopo il colpo di stato del 1973. I due capitoli richiamano a loro volta due testi di Jorge Luis Borges: la storia di Juan Stein, nella quale egli incontra la morte in due maniere molto differenti, rimanda a L’altra morte; mentre l’omicidio di Diego Soto nella stazione di Perpignan si rifà al testo Il Sud2. Dato che le biografie dei protagonisti Pedro Damián/Juan Stein e quelle di Juan Dahlmann/Diego Soto presentano similitudini, si tratterà di esporre tale rapporto focalizzandosi sul loro destino comune. Rispetto a questi quattro personaggi occorre di nuovo domandarsi quale sia la connessione tra assenza, identità e racconto nel romanzo di Bolaño. Tenteremo dunque di capire in che misura le implicazioni del testo di Jorge Luis Borges possano influenzare o estendere l’interpretazione delle due biografie e quale funzione spetti ai riferimenti intertestuali.

Dopo il colpo di stato Juan Stein sparisce senza lasciare tracce. Il presunto morto riemerge però più avanti nelle notizie in relazione con diversi gruppi guerriglieri. Sembra partecipare a numerose battaglie in diversi paesi dell’America latina e dell’Africa, finché, alla fine, non sparisce per sempre. Secondo l’opinione di Bibiano O’Ryan, è stato ucciso durante l’ultima offensiva del FMLN in San Salvador3. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura