La messa in scena dell’assenza. Diego Soto − la maledizione latinoamericana

di Rosa Teresa Fries
Traduzione dal tedesco di Umberto Mazzei

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Salvador Dalí, La stazione di Perpignan

Pubblichiamo il terzo e ultimo estratto dal lavoro di laurea di Rosa Teresa Fries sul tema dell’identità nel romanzo Stella distante di Roberto Bolaño. La prima parte si trova qui, la seconda qui.

Esattamente come Juan Stein, anche Diego Soto abbandona il paese dopo il colpo di stato militare. Gli riesce di costruirsi un’esistenza come stimato accademico in Europa. Ciononostante la sua vita finisce tragicamente nella stazione di Perpignan, dove viene pugnalato da tre neonazisti. Come anticipato, nel racconto delle circostanze della sua morte si trovano numerosi riferimenti intertestuali a Il Sud di Jorge Luis Borges. Testo che comparve nel 1953 su “La nación” e fu incluso tre anni dopo nel volume Finzioni.
Il protagonista di Borges, Juan Dahlmann, viaggia verso la sua estancia nel Sud per riprendersi dopo una degenza dovuta a una ferita alla testa. Il treno questa volta si ferma in una stazione ferroviaria diversa dal solito, perciò Dahlmann si vede costretto a chiedere aiuto in una taverna. Decide di cenare lì e viene bersagliato con palline di pane da tre peones che bevono al tavolo vicino, cosa che lui inizialmente ignora per evitare uno scontro. Tuttavia, quando il padrone si rivolge a lui con il suo nome, Dahlmann sente che ora la provocazione dei peones si indirizza contro di lui come persona, per cui si vede costretto ad agire. Si viene a un conflitto verbale che culmina nell’invito a duello da parte di uno dei tre. L’obiezione del proprietario che Dahlmann è disarmato è respinta da un gaucho che siede nell’angolo che getta un coltello al protagonista. Mentre Dahlmann lo raccoglie si rende conto che questo stesso gesto lo obbliga al duello. Non avverte però nessuna paura, ma piuttosto:

 [s]entì […] che morire in una rissa a coltellate […] sarebbe stata per lui una liberazione, una gioia e una festa, nella prima notte d’ospedale, quando gli conficcarono l’ago. Sentì che se lui, allora, avesse potuto scegliere o sognare la sua morte, era questa la morte che avrebbe scelto o sognato.

Sulla scorta di questa citazione la seconda metà del testo è spesso interpretata come sogno del protagonista1, che a causa della ferita alla testa e della febbre immagina solamente il viaggio verso Sud, mentre in realtà muore in ospedale. Dahlmann sogna dunque di morire una morte romantica2, come quella dei gauchos argentini della letteratura del XIX secolo, poiché si identifica nel suo eroico nonno Francisco Flores, perito in battaglia. Continua a leggere

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Ripetizione e Morte nelle Colonie: sugli attacchi israeliani a Gaza

L’articolo di qualche giorno fa di Nicola Perugini sugli eventi di Gaza ha aperto una questione fondamentale: come dobbiamo porci di fronte al rituale riproporsi della violenza e della morte nelle terre palestinesi? È davvero impossibile un’opera di educazione e informazione seria, l’assunzione pubblica di una posizione di inequivocabile condanna verso il governo israeliano? L’ultimo violentissimo attacco, iniziato l’8 luglio conta già 200 morti, tutti palestinesi. Da poche ore è iniziata l’invasione via terra della striscia. Il dibattito pubblico italiano è però quantomai tossico: la rappresentazione degli eventi non prevede uno sguardo degli oppressi di Gaza, né registra il vasto dissenso contro le politiche di Netanyahu presente nell’opinione pubblica israeliana.
Durante la sua argomentazione Perugini cita un articolo scritto da Nimer Sultany l’11 luglio scorso, che riflette proprio sulla natura politica del concetto di ripetizione nel contesto degli attacchi a Gaza. Abbiamo pensato di tradurlo sperando di rendere un servizio al dibattito pubblico.

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Traduzione di Niccolò Serri e Gaia Tomazzoli 

Mentre scrivo queste righe, la BBC riferisce di 100 morti avvenute finora a Gaza nel recente attacco israeliano. Dato che abbiamo già visto queste scene in precedenza, l’invocazione della ripetizione arriva naturalmente: «ancora una volta» è un’espressione comune quando si parla di morte e sofferenza nella Palestina occupata, e in particolare a Gaza. Può essere un riflesso istintivo non privo di retorica di schieramento (come in: «ancora una volta Israele uccide i Palestinesi» oppure: «ancora una volta Israele deve difendere se stessa dagli attacchi della Palestina»). O può essere impiegato da una terza parte che, in buona fede, percepisce lo spiegamento retorico di «ancora una volta» come propaganda di guerra tra due fazioni impegnate in un tragico conflitto. La ripetizione è identificata col morire futilmente.

Ripetizione fuori contesto

Ma «ancora una volta» non è solo una postura retorica né il sintomo di una disperazione tragica. Connota una dinamica di potere ricorsiva e una relazione strutturale tra occupante e occupato: dovrebbe ricordarci il contesto, invece di cancellarlo. Un recente esempio di questa cancellazione del contesto è dato da come Jake Tapper della CNN ha liquidato come mero espediente il tentativo di Diana Buttu di riportare la discussione al contesto; certo il contesto confonde e destabilizza le semplificazioni. Il conduttore ha proseguito con le domande al rappresentante del “punto di vista palestinese” per mostrare la propria tesi (solo in apparenza imparziale) che invocava la presunta cultura dell’odio e del martirio diffusa tra i Palestinesi. La cancellazione del contesto rende la violenza in Palestina irrazionale; da ciò scaturisce il bisogno di un contesto alternativo nel quale le spiegazioni culturali e religiose assumono importanza preponderante.

Il lato israeliano non viene analizzato nella stessa maniera, anche se gli eventi recenti, come il rapimento e l’uccisione di un minore palestinese, avrebbero potuto spingere a qualche tipo di problematizzazione (come ad esempio è successo in alcuni circoli israeliani come Haaretz). Un’opera di contestualizzazione avrebbe potuto guardare all’assalto violento e sistematico dei coloni verso i Palestinesi nella Cisgiordania, e alla complicità legale ed istituzionale dello Stato, come descritto in maniera dettagliata in molte inchieste; ma niente di simile è successo. Si sarebbe potuto ricordare agli spettatori come anche l’oltranzismo del governo di Benjamin Netanyahu e le sue resistenze al processo di pace facciano parte del contesto, ma non si è fatto neanche questo. E non lo si è fatto perché il contesto è astratto e lontano (più di sessant’anni), mentre la violenza è concreta e immediata (i razzi di Hamas).

Non c’è niente di retorico o di tragico nei recenti 100 morti a Gaza. Nei resoconti retorici/tragici la materialità della morte e della sofferenza fanno parte di un circuito di produzione dell’immagine finalizzato ad ottenere vantaggi politici. Per di più, la responsabilità politica delle fazioni ne risulta distorta (inclusa l’assoluzione di terze fazioni, spesso complici nel perpetuare l’oppressione). In mancanza di contestualizzazione, o la responsabilità è equamente spartita tra due attori violenti diametralmente opposti, oppure la fazione più forte non ha nessuna responsabilità perché sta semplicemente rispondendo alla violenza irrazionale del debole, su cui invece viene scaricata la responsabilità per la morte e la sofferenza.

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La messa in scena dell’assenza. Juan Stein – morte eroica di un codardo

di Rosa Teresa Fries
Traduzione dal tedesco di Umberto Mazzei

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il Fronte Sandinista

Pubblichiamo il secondo estratto dal lavoro di laurea di Rosa Teresa Fries sul tema dell’identità nel romanzo Stella distante di Roberto Bolaño. La prima parte si trova qui.

«…bisogna leggere Borges»

R. Bolaño, El escritor y su oficio in “Quimera”, 166, 1998.

Una delle caratteristiche chiave di Stella distante sono gli intertesti. Colpisce in particolare la relazione intertestuale con l’opera di Jorge Luis Borges1. Già nel prologo l’autore invoca ammiccando il «fantasma sempre più vivo di Pierre Menard» come partecipe alla produzione letteraria. Lo stesso Bolaño poi, grande ammiratore dello scrittore argentino, mette in risalto, come citato in apertura, la necessità di leggere Borges. Proprio riguardo a questo invito, si cercherà di esaminare come la lettura dei testi borgesiani possa influire e arricchire quella di Stella distante.

Riferimenti ai testi dell’autore argentino per quanto concerne il tema dell’identità si trovano tanto nella strategia narrativa utilizzata da Bolaño, quanto, soprattutto, nelle biografie di Juan Stein e Diego Soto raccontate nel quarto e quinto capitolo del libro. In questi capitoli Belano tenta di raccontare il destino dei due insegnanti del seminario di scrittura dopo il colpo di stato del 1973. I due capitoli richiamano a loro volta due testi di Jorge Luis Borges: la storia di Juan Stein, nella quale egli incontra la morte in due maniere molto differenti, rimanda a L’altra morte; mentre l’omicidio di Diego Soto nella stazione di Perpignan si rifà al testo Il Sud2. Dato che le biografie dei protagonisti Pedro Damián/Juan Stein e quelle di Juan Dahlmann/Diego Soto presentano similitudini, si tratterà di esporre tale rapporto focalizzandosi sul loro destino comune. Rispetto a questi quattro personaggi occorre di nuovo domandarsi quale sia la connessione tra assenza, identità e racconto nel romanzo di Bolaño. Tenteremo dunque di capire in che misura le implicazioni del testo di Jorge Luis Borges possano influenzare o estendere l’interpretazione delle due biografie e quale funzione spetti ai riferimenti intertestuali.

Dopo il colpo di stato Juan Stein sparisce senza lasciare tracce. Il presunto morto riemerge però più avanti nelle notizie in relazione con diversi gruppi guerriglieri. Sembra partecipare a numerose battaglie in diversi paesi dell’America latina e dell’Africa, finché, alla fine, non sparisce per sempre. Secondo l’opinione di Bibiano O’Ryan, è stato ucciso durante l’ultima offensiva del FMLN in San Salvador3. Continua a leggere

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La messa in scena dell’assenza in Stella distante. Carlos Wieder e Arturo Belano

di Rosa Teresa Fries
Traduzione dal tedesco di Umberto Mazzei

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Raul Zurita

 

Pubblichiamo a puntate alcuni estratti dal lavoro di laurea di Rosa Teresa Fries, che indaga il tema dell’identità nel romanzo Stella distante di Roberto Bolaño, interrogandone al contempo il rapporto con l’opera di Jorge Luis Borges.

Nel romanzo Stella distante [Sellerio, Palermo, 2009., trad. Angelo Morino] di Roberto Bolaño, pubblicato nel 1996, l’autore cileno riprende e sviluppa la biografia del colonnello Carlos Ramírez Hoffman già narrata in La letteratura nazista in America. Fulcro e cardine del testo è la ricerca di Carlos Wieder, il poeta-assassino1, le cui tracce partendo dal seminario di poesia a Concepción, attraverso il cielo del Cile, passando per varie riviste letterarie fasciste e film pornografici, conducono infine in una cittadina catalana. Carlos Wieder, che nei giorni precedenti al colpo di stato militare si faceva ancora chiamare Alberto Ruiz-Tagle, elude le istanze narrative del testo e pone un rebus tanto ai personaggi quanto ai lettori. I motivi dei suoi omicidi non si lasciano decifrare, né la sua concezione estetica può essere completamente dischiusa. Lui stesso, nonostante la sua localizzazione finale a Blanes, rimane una figura enigmatica. Il protagonista di Stella distante si allinea quindi ad altri personaggi di Bolaño. Così come i realvisceralisti Arturo Belano e Ulises Lima, la loro capostipite letteraria Cesárea Tinajero ne I detective selvaggi e il misterioso scrittore Benno von Arcimboldi in 2666, Carlos Wieder si contraddistingue per prima cosa «per la sua scomparsa [e] per la [sua] condizione fantasmatica e vaga»2. Nell’opera di Bolaño queste assenze sono spesso il detonatore di una ricerca investigativo-letteraria, che in questo caso è intrapresa da Arturo Belano, il narratore di Stella distante, inizialmente assistito dal suo amico Bibiano O’Ryan e in seguito dal detective Abel Romero. L’assenza di Carlos Wieder gli provoca difficoltà nel raccontarne la storia e implica inevitabilmente la questione dell’identità del protagonista.

In Stella distante il narratore autodiegetico Arturo Belano cerca di abbozzare la biografia di Alberto Ruiz-Tagle. Il giovane riservato, che si vedeva saltuariamente ai seminari di poesia, si rivela essere un tenente dell’aviazione cilena ed è protetto e promosso come artista fedele al regime dal governo di Pinochet. Provoca scalpore con i suoi voli acrobatici, durante i quali scrive nel cielo poesie con il fumo. Celebrato sotto il nome di Carlos Wieder come poeta avanguardista del “nuovo” Cile, dopo una sfortunata mostra fotografica si vede però costretto a ritirarsi dalla vita pubblica. Le sue foto esposte mostrano donne torturate – tra le quali le poetesse Verónica e Angélica Garmendia, scomparse poco dopo il colpo di stato militare – nel momento della morte. Le sorelle gemelle, amiche di Arturo Belano così come di Alberto Ruiz-Tagle, non sono però le uniche morti di cui il narratore attribuisce la responsabilità a Carlos Wieder. Continua a leggere

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“Volevo trovare i nostri orrori”. Intervista a Mariana Enriquez

di Virginia Tonfoni

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Mariana Enriquez, scrittrice e giornalista argentina, esponente del gruppo della nuova narrativa argentina e già autrice di due romanzi (Bajar es lo peor del 1995 e Como desaparecer completamente del 2004), viene pubblicata in Italia per la prima volta da Caravan Edizioni. Con la sua scrittura, definita dai critici più sintetici “gotica”, Enriquez riesce a tessere storie terrorifiche, in cui l’elemento paranormale entra con naturalità nel quotidiano, in una contemporaneità sempre legata a particolari circostanze politiche e sociali argentine.

V.T. Parliamo dei tre racconti contenuti in questa piccola gioia, Quando parlavamo con i morti, che Caravan Edizioni ha attentamente confezionato per il pubblico italiano. Sono in effetti racconti “esemplari” rispetto alla totalità della tua opera, visto che in ognuno di essi la morte gioca un ruolo fondamentale, tanto da essere il motore stesso delle narrazioni: nel primo perché si tenta di recuperare la relazione con i morti o con gli scomparsi, nel secondo perché si cerca la morte nel fuoco e nel terzo perché si nega la morte stessa attraverso una serie di riapparizioni. Quindi, in un certo senso, le tre storie scaturiscono da reazioni alla morte. Esasperando il concetto, non ci sarebbe narrazione senza la costante della morte. È così che concepisci la letteratura?

Mariana Enriquez: In un certo senso sì. Credo che questi tre racconti Quando parlavamo con i morti, Le cose che abbiamo perso nel fuoco e Bambini che ritornano in primo luogo si possano ascrivere al genere che alcuni critici definiscono “di terrore”, ma che io preferisco chiamare “dell’orrore” o di “dark fantasy”, che mi sembrano termini più ampi e adeguati. In ogni caso, appartengono a un genere dove la morte e le sue interpretazioni sono un tema centrale. Queste storie raccontano anche di altre morti: la morte dei legami sociali, l’assenza di senso, la morte sociale. I tre racconti affrontano anche l’irreparabile, un danno irreparabile: ecco, io credo che la morte sia l’unica cosa irreparabile. Continua a leggere

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Farsi un selfie al museo. Le conquiste culturali ai tempi del renzismo

di Valerio Valentini

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Il 22 maggio scorso, «un Consiglio dei ministri “lampo”, durato appena mezz’ora» (stando al resoconto di Repubblica.it) ha approvato, e subito trasmesso alle Camere, il cosiddetto Decreto-Cultura, secondo un’ormai consolidata procedura. Consolidata e – per quanto suoni ridicolo ribadirlo – incostituzionale: in una democrazia parlamentare spetta al Parlamento scrivere le leggi (il Governo può farlo soltanto «in casi straordinari di necessità e urgenza»).
Tra i tanti, discutibili, provvedimenti previsti dal decreto, uno di quelli che forse meritava maggiore discussione, e che ne ha invece stimolata ben poca, è quello che permette di fotografare e riprendere le opere d’arte presenti nei musei. Nel paragrafo “Semplificazione Beni Culturali” (sic), si legge che «la riproduzione dei beni culturali» è concessa purché avvenga «senza scopo di lucro», purché non comporti «alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi». Non solo: viene resa libera anche «la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali». Il tutto, ovviamente, «per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale».
Come purtroppo spesso capita, il testo della legge lascia percepire solo in parte i reali scopi perseguiti da chi lo ha scritto, ma forse ne tradisce abbastanza bene la cultura. Nella fattispecie, ci rivela chiaramente quale idea di fruizione dell’arte e di “bene culturale” abbiano il ministro Franceschini e i suoi colleghi di governo. È evidente, a chiunque non voglia indulgere all’ipocrisia intellettuale, che permettere ad ogni singolo visitatore di scattare tutte le foto che vuole davanti a tutti i monumenti e le opere d’arte che vuole, è qualcosa che non ha nulla a che vedere con lo studio e la ricerca (e chi compie studi e ricerche seri nel settore lo sa), né tantomeno garantisce quella che nel decreto viene definita «libera manifestazione del pensiero o espressione creativa». Ha invece molto a che fare con il terzo punto, la cosiddetta «promozione della conoscenza del patrimonio culturale»: che è una formula piuttosto disonesta per dire “pubblicità”. Continua a leggere

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Sich verabschieden. Congedo da Berlino passando per Tempelhofer Feld

di Umberto Mazzei

Tutte le foto di questo articolo sono di Francesca Coppola, che ringraziamo.

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80% simpatia, 20% competenza

Nel maggio del 2013 lavoravo da un paio di mesi come guida turistica a Berlino. Era un lavoro freelance trovato per caso, con l’idea di racimolare qualche soldo d’estate mentre scrivevo la tesi di laurea. Arrotondando con le ripetizioni di italiano potevo coprire almeno parte dell’affitto della singola a Neukölln. I tour erano in inglese e consistevano in una passeggiata di 3-4 ore tra i principali monumenti del centro: ritrovo davanti al Reichstag, poi Brandenburger Tor, Denkmal der ermordeten Juden Europas (Memoriale dell’Olocausto), Hitlers Bunker, Reichsluftfahrtministerium (Ministero dell’aviazione), Topographie des Terrors, Checkpoint Charlie – pausa currywurst da “Checkpoint Curry” – monumento a Peter Fechter in Zimmerstraße, Gendarmenmarkt – pausa cioccolatino da Fassbender & Rausch con foto alle riproduzioni in cioccolato dei monumenti di Berlino – Babelplatz, Neue Wache e termine nel Lustgarten, al centro della Museuminsel.

I turisti erano per la maggior parte americani e australiani, a gruppi di massimo 6-7 persone per volta. Per loro la tappa a Berlino era, solitamente, una sosta di un paio di giorni in un viaggio che mirava a esaurire il continente intero. Madrid, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Atene in una, massimo due settimane. Un’idea di Europa molto più solida e unitaria di quanto non sia per gli europei stessi.

La compagnia pubblicizzava i suoi tour come un’opportunità imperdibile di visitare la città accompagnati da un “locale”, affiancando così alla classica presentazione didattica dei luoghi storici l’esperienza personale e privata di un abitante della zona. In breve: Berlino vista e raccontata da un berlinese. Ad aspettarli sorridente sotto il bandierone del Reichstag, i turisti paganti trovavano uno studente italiano in bolletta, residente in Germania da neanche sei mesi. Continua a leggere

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Tutte le monetine di Brasile 2014

Euro 1968

Nel primo e unico Europeo vinto dagli Azzurri, nel 1968, fu il lancio della monetina a decidere la semifinale con l’URSS.

Oggi comincia la terza e ultima giornata della fase a gironi del mondiale. Le due partite, giocate in contemporanea, determineranno le squadre che passeranno agli ottavi.

Per determinare la posizione in classifica delle squadre in ogni gruppo saranno presi in considerazione, nell’ordine, i seguenti criteri:

  1. maggiore numero di punti;
  2. migliore differenza reti;
  3. maggiore numero di reti segnate.

Nel caso in cui, dopo aver applicato quanto sopra, due o più nazionali si trovassero ancora in parità, verranno utilizzati, sempre nell’ordine, gli ulteriori parametri qui di seguito:

  1. maggiore numero di punti negli scontri diretti tra le squadre interessate (classifica avulsa);
  2. migliore differenza reti negli scontri diretti tra le squadre interessate (classifica avulsa);
  3. maggiore numero di reti segnate negli scontri diretti tra le squadre interessate (classifica avulsa);
  4. sorteggio effettuato dal comitato FIFA.

Già, sorteggio. O, più romanticamente, monetina.

Ecco tutti i risultati per i quali per decidere il passaggio del turno, o la squadra vincitrice del girone, sarà necessario ricorrere al settimo dei criteri summenzionati.

Girone A
Brasile – Camerun 1-0; Messico – Croazia 3-1: monetina tra Brasile e Messico per il primo posto.
Brasile – Camerun 0-2; Messico – Croazia 2-3: monetina tra Brasile e Messico per il secondo posto.

Girone B
Nessuna monetina possibile.

Girone C
Giappone – Colombia 2-1; Grecia – Costa D’Avorio 3-0: monetina tra Giappone e Grecia per il secondo posto.

Girone D
Nessuna monetina possibile.

Girone E
Nessuna monetina possibile.

Girone F
Argentina – Nigeria 1-0; Iran -Bosnia 1-0: monetina tra Nigeria e Iran per il secondo posto.

Girone G
Stati Uniti – Germania 4-0; Portogallo – Ghana 2-3: monetina fra Germania e Ghana per il secondo posto.
Stati Uniti – Germania 2-3; Portogallo – Ghana 4-0: monetina fra Stati Uniti e Portogallo per il secondo posto.

Girone H
Russia – Algeria 4-3; Corea del Sud – Belgio 2-0 : monetina tra Russia e Corea del sud per il secondo posto.

Piccola nota a uso pignoli. Ovviamente queste non sono le sole monetine possibili, ma tutte le altre (infinite) si possono ottenere a partire da queste: è sufficiente aggiungere a ognuna delle due squadre che si vuole spareggino un numero k di gol e alle loro avversarie un numero j (a patto ovviamente che k e j non mutino vittorie, pareggi o sconfitte).

P.S. Se avete un déjà-vu, questa è la causa.

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Biografilm Festival #6: Frank di Lenny Abrahamson

di Marcello Bonini

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Ogni anno il Biografilm Festival presenta un’ampia varietà di film tra loro diversissimi: grandi produzioni e opere indipendenti, la Storia e piccole storie, film bellissimi e film dimenticabili. In questo groviglio, gli organizzatori sono sempre stati molto bravi a scegliere su quale scommettere come film-immagine della rassegna. L’anno scorso la punta di diamante fu il magnifico Searching for Sugar Man, il cui successo portò in tour in Italia il suo protagonista, il cantautore statunitense Sixto Rodriguez. Quest’anno è il faccione posticcio di Frank a capeggiare da settimane su tutti i cartelloni pubblicitari di Bologna, e si può sperare che l’ottima accoglienza ricevuta al festival spinga i distributori italiani a puntare su questo film indipendente, che per di più può contare sull’apporto di due star hollywoodiane come Maggie Gyllhenhall (in una delle sue migliori interpretazioni) e soprattutto Michael Fassbender (come sempre straordinario in un ruolo difficilissimo e da lui stesso fortemente voluto).

La trama è semplice. Jon, giovane aspirante musicista di scarso talento, entra un po’ per caso nei Soronprfbs (sic), bizzarra band di musica sperimentale composta per la maggior parte da ex pazienti di un ospedale psichiatrico, e il cui leader è il cantante e polistrumentista Frank, che si cela dentro un’enorme testa di cartapesta che non si toglie mai. Convinto che il gruppo meriti il successo, Jon li pubblicizza di nascosto, mettendo però a rischio i fragili e complessi rapporti tra i membri della band. Il film è ispirato alla figura di Frank Sidebottom, maschera comica creata dal musicista punk Chris Sievey, ma del Frank originale il regista irlandese Lenny Abrahamson riprende solo la figura, nella quale poi confluiscono tanti tra i più folli (e geniali) musicisti del rock, come Frank Zappa, Captain Beefheart e i The Residents.

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Gomorra – La Serie

di Valerio Valentini

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Capita poche volte che un autore realizzi due opere di uno stesso genere, e che per due volte consecutive i suoi lavori vengano accolti, da molta parte della critica, come il miglior risultato raggiunto in quel determinato genere. È quello che è successo a Stefano Sollima, regista della serie Romanzo Criminale nel 2008 e ora direttore artistico della serie Gomorra, andata in onda, in dodici episodi, sui canali Sky dal 6 maggio al 10 giugno scorsi, con una media di 700mila spettatori a episodio. E capita altrettanto raramente che un solo autore – Roberto Saviano, nella fattispecie – sappia contribuire a realizzare, sulla base di un medesimo soggetto, tre opere (un romanzo, un film e una fiction) di straordinario successo, trattando di una materia che fino a pochi anni prima era ritenuta un argomento di nicchia. È per questo che Gomorra – La serie merita di essere analizzata e studiata.

Scelte stilistiche e rischio di mitizzazione.

Il dibattito sul rischio della mitizzazione e della possibile emulazione di boss e criminali da parte del pubblico, che oggi accompagna puntualmente qualsiasi film o serie televisiva incentrati su storie di mafia, è un fatto relativamente nuovo. Fino a una decina di anni fa, era solo una ristretta minoranza che, guardando film più o meno recenti (da Scarface a Il Padrino fino a La Piovra), sottolineava questo pericolo, rimanendo perlopiù inascoltata. Oggi non è più così e, tutto sommato, c’è da esserne soddisfatti: è indice di una maggiore maturità dei vari commentatori rispetto al fenomeno della criminalità organizzata e al modo di raccontarlo. Continua a leggere

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